Commentando la grave crisi finanziaria che rischia di abbattersi sul Bel Paese, nel contesto più generale della perdurante crisi economica mondiale (che ancora risparmia la Germania e la Cina), Ferdinando Adornato ha scritto che «è come se fossimo in guerra» (Liberal, 12 luglio 2011). Il filosofo liberale un tempo al servizio di Berlusconi non avrebbe potuto essere più esplicito. Non c’è dubbio, ci stanno confezionando un clima di guerra davvero coi fiocchi. E quando la Patria è in pericolo, la Sacra Unità Nazionale è d’obbligo.
In realtà l’eccezionalità della crisi viene a confermare la normalità della cosa: la prassi sociale in generale, e la prassi economica in particolare, hanno un’intima natura bellicosa. La guerra contro le classi subalterne e contro rapporti sociali veramente umani è un dato permanente e ineliminabile di questa realtà hobbesiana. La guerra è sempre. Al massimo, come disse Edoardo De Filippo in Napoli milionaria, alla guerra può subentrare un breve periodo di armistizio. Non più di questo.
La scorsa domenica sul Secolo D’Italia è apparso un articolo intitolato, assai significativamente, Ridateci Berlinguer! Nel senso di Enrico, il teorico della Politica dei Sacrifici, la quale negli anni Settanta avrebbe dovuto salvare il Paese dall’inflazione, dallo shock petrolifero e dal terrorismo. Su quella politica di attacco frontale alle condizioni di vita dei salariati si basò il cosiddetto «Compromesso Storico» cattostalinista. Gli ex fascisti hanno nostalgia del “rosso” Berlinguer: un paradosso solo per i gonzi.
Paolo Beretta, economista e parlamentare del PD, ha sdoganato senza pudore la berlingueriana politica dei sacrifici: «se la parola è antipatica, parliamo pure di sobrietà». Oplà, il gioco è fatto, e la pillola può andar giù. Ma, osserva l’economista progressista, a differenza di quanto sostenne Ugo La Malfa negli anni Settanta, la politica dei sacrifici, pardon: della sobrietà equa e solidale, non dev’essere concepita alla stregua di una politica contingente, idonea solo a fronteggiare e a superare la crisi economica. No, la sobrietà deve diventare una scelta di vita, un nuovo paradigma nell’esistenza degli individui. Sacrifici 360 giorni all’anno e for ever: non è fantastico tutto ciò?
Del resto, sono anni che i teorici della Decrescita stanno martellando su questo punto: «La parola “sacrificio” è stata bandita dal nostro vocabolario. Quando eravamo giovani ci insegnavano (perché la Chiesa qualcosa di buono lo ha pur fatto) l’esame di coscienza alla sera. Ci consigliavano un “fioretto” al giorno. Cioè ci inculcavano il senso del sacrificio. Che porta al risparmio, conduce alla comprensione del prossimo. Se vogliamo porta ad una visione un po’ evangelica (che non è clericale) della società. E in questo senso il capitalismo è quanto di meno cristiano (Weber non può indignarsi) ci sia. Almeno il capitalismo liberista che domina oggi» (Sante Rossetto, Decrescita, 2009).
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna dell’ago che il Capitalismo Evangelico, Equo e Solidale, dei buoni di spirito atterri dalle nostre parti. Come al solito, la colpa di tutte le magagne non è attribuita al Capitalismo tout court, all’economia che sfrutta la capacità lavorativa fisica e intellettuale degli individui, ma al Capitalismo Liberista, questa demoniaca creazione dei soliti vampiri assetati di profitto. Di fronte al Capitalismo Evangelico Equo e Sostenibile, la mia Comunità Umana appare subito dietro l’angolo: signori, basta allungare il braccio! Il Profeta vi promette il Paradiso in Terra, non l’Inferno dal volto umano. Amen!
