L’EUROPA CHE PIACE AI PASSATISTI

«Ci sono ancora inglesi che ricordano l’impero, francesi che anelano alla gloire, tedeschi che aspirano a un posto al sole. Per il momento questi impulsi sono incanalati quasi interamente nel grande progetto europeo, ma poterebbero anche trovare espressioni più tradizionali» (Robert Kagan, Paradiso e Potere).

L’Europa «bancocentrica» e «prussiana» uscita dall’ultimo vertice di Bruxelles non piace per nulla a Paolo Ferrero, il simpatico capo dei rifondatori dello Statalismo. Vediamo perché: «Il vertice europeo si è concluso con la piena vittoria della Cancelliera Merkel. Nella nottata di venerdì è stato deciso un vero e proprio Colpo di Stato Monetario e così l’ordine di Berlino regna in Europa! Non ci sono termini abbastanza forti per descrivere l’impasto di ideologismo neoliberista, di egoismo pantedesco e di vera e propria stupidaggine che informano quanto deciso in sede europea». La vittoria della Cancelliera di Ferro è sotto gli occhi di tutti: ma il film poteva avere un altro finale? Se oggi la cosiddetta Unione Europea è quella che è sempre stata, ossia una coalizione di Paesi capitalistici che per un verso hanno cercato di fare «massa critica» sul piano economico e su quello politico nei confronti degli altri sistemi capitalistici (Stati Uniti, in primis, e poi Giappone e Cina), e per altro verso non hanno mai smesso di tirare acqua al proprio nazionalistico mulino e di marcarsi reciprocamente (vedi la decennale strategia anglofrancese nei confronti della Germania); se questo è vero, e lo è a onta di tutte le illusioni europeiste, che senso ha versare calde lacrime sull’«egoismo pantedesco»? Può avere solo il senso di una grande indigenza concettuale e politica, oltre che di una piena accettazione della vigente società capitalistica.

Cosa peraltro dimostrata da quest’altro passo: «Con questo accordo, viene demolita l’Europa del welfare, l’Europa dei diritti sociali e civili, l’Europa che ha conosciuto nel protagonismo dei lavoratori e dei sindacati il proprio tratto distintivo. Il modello europeo, appunto».  Come se «il modello europeo» non fosse sempre stato il modello capitalistico dei Paesi europei. Ma come tutti i cosiddetti “comunisti” italiani Ferrero è un passatista, uno a cui piace molto il capitalismo «partecipato» dallo Stato di una volta, nel cui seno il «Grande Partito Comunista» e la CGIL si spartivano il potere reale con la Democrazia Cristiana e la Confindustria. Ecco perché i “comunisti” politici e sindacali si sono sempre opposti alla ristrutturazione del Sistema Capitalistico Italiano, ossia per non perdere il potere materiale, politico e ideologico costruito in decenni di zelante servizio alla Patria «nata dalla Resistenza». L’Europa è sempre stata «l’Europa dei padroni» (come l’Italia è sempre stata «l’Italia dei padroni»: dalla FIAT di Agnelli a quella dell’Amerikano Marchionne, con o senza mitico Art. 1 della Costituzione), e nella lotta tra padroni vince sempre quello più forte. Su questo Blog ho scritto più volte una cosa che solo gli ammalati di ideologia non capiscono: l’Unione Europea o sarà costruita sul modello tedesco, o si sfascerà, ovvero continuerà a sopravvivere chissà per quanto tempo ancora nelle attuali condizioni anemiche e conflittuali, sperando che qualcuno le tolga le castagne dal fuoco attraverso una bella eutanasia. Ma nella storia i trapassi sono sempre dolorosi.

Scriveva Ugo La Malfa nel 1969, nella Prefazione a un saggio che, come si dice, fece epoca (La sfida americana, di J.-J. Servan-Schreiber): «L’Europa delle patrie comincia a vacillare [ma] senza aggiungere alla condizione esistente un potere federale, le istituzioni europee sinora create, a partire dal Mercato Comune, non si potranno sottrarre al destino di un inevitabile declino». Ma la genesi del potere federale presuppone storicamente un centro motore attorno a cui le parti si federano, “liberamente” o sotto la pressione della Potenza egemone. Negli Stati Uniti questa funzione centripeta fu assolta dal Nord capitalistico, in Italia dal Piemonte, in Germania dalla Prussia. Oggi dovrebbe essere il turno della Germania, e non a caso Mario Draghi, Presidente della BCE e «il più tedesco degli europei», ama citare Alexander Hamilton, il teorico del Federalismo: «equilibrio di bilancio tra gli Stati federali e pareggio di bilancio», questa è la ricetta giusta per un’unione federale di grande durata.

Peraltro la Germania negli ultimi vent’anni non si è limitata ad assorbire in un tempo eccezionalmente breve e con un costo sociale abbastanza contenuto, l’ex Germania dell’Est; non ha solo praticato un’oculata politica del debito pubblico, ma ha soprattutto realizzato le condizioni per una profonda ristrutturazione organizzativa e tecnologica delle imprese tedesche. Questa politica di largo respiro, che ha coinvolto anche i Sindacati tedeschi «più responsabili» (cioè tutti!), permette alla Germania di vincere l’attuale guerra economica e politica che ha come teatro principale il Vecchio Continente. Senza potenza economica non c’è velleità che tenga, e questo il sempre più napoleonico inquilino dell’Eliseo lo sa bene. Scriveva Gianfranco Miglio, il teorico del federalismo italiano in salsa leghista, nel ‘93: «L’Europa di domani avrà tutt’altro aspetto. Sarà plasmata dai rapporti economici, l’unica parte vitale della costruzione europea» (G. Miglio, Ex uno plures, in Limes, n. 4/93). Qui c’è molto più «materialismo storico» di quanto Ferrero abbia mai sfornato in tutta la sua vita. E questo non è affatto un paradosso.

Scriveva Luigi Vittorio Ferraris nel ’93: «Maastricht è stato l’epilogo del passato, non la visione del futuro. È stato un errore. Si è fatto Maastricht per imbrigliare la Germania» (Progetti per un Continente, Limes, n. 4/93). Lo stesso concetto si trova in un saggio di Robert Kagan del 2003: «Le “ambizioni germaniche” che l’integrazione europea si riprometteva di contenere erano in particolare quelle di una nazione: la Germania. L’averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa» (R. Kagan, Paradiso e Potere, p. 62, Mondadori, 2003). Tuttavia, avvertiva Kagan, il «miracolo di portata storica: il leone tedesco coricato accanto all’agnello francese», è tutt’altro che definitivo, semplicemente perché la «Germania è ancora troppo grande per il continente europeo». Di qui, l’eterna «Questione Tedesca», che è innanzi tutto una questione di potenza capitalistica, di rapporti di forza all’interno del Vecchio Continente, ma non solo.

Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, Il Saggiatore,1999). Come ricorda Willy Brandt (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra), «Al suo ritorno, il generale De Gaulle dichiarò che se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, p. 108, Editori Riuniti, 1987). A dimostrazione che quello di saltare in men che non si dica sul carro dei vincitori non è un vizio di esclusiva pertinenza italiana, anche se è nel Bel Paese che vi si trovano gli esempi più clamorosi e persino i teorici. Questo per dire che la via tedesca alla «modernizzazione» è, nell’Europa capitalistica, quella storicamente più attraente e realistica.

Insomma, «l’Europa dei lavoratori» è esistita solo nella bizzarra testa di Ferrero. Prendersela con «le politiche neoliberiste di Maastricht» o con la «destra prussiana» (sic!), ovvero con una non meglio specificata «Super Potenza Anonima dei Mercati», come fa Gad  Lerner (La Repubblica, 11 dicembre 2011), significa accreditare presso i lavoratori l’idea che può esservi una società capitalistica a misura di lavoratori e di pensionati, che poi per i rifondatori dello Statalismo sarebbe la società italiana dei vecchi tempi, quella del «compromesso storico» permanente, la quale, peraltro, ha fatto incancrenire vecchi problemi (come il gap Nord-Sud) e ne ha prodotti di nuovi (un settore statale obeso, sclerotico e ultra parassitario, ad esempio).

A proposito della SPAM di Gad Lerner! Lanfranco Pace, che di certe idee malsane s’intende, ha insinuato il dubbio che «Quando le Bierre raccontavano il dominio impersonale di tecnici e capitale internazionale» non raccontassero solo sciocchezze. Naturalmente Pace allude al fantomatico Stato Imperialista delle Multinazionali teorizzato (grossa parola, nevvero?) dalle Brigate Rosse negli anni Settanta. «Sarà perché viviamo sotto il dominio pieno e incontrollato di Lady Spread e della signora Merkel. Sarà perché siamo estenuati dal bombardamento quotidiano di acronimi, Fed e Efsf e Fmi e Bce e EBA e S&P, fatti apposta per rendere impersonale la decisione, diluire la responsabilità e propagare ansia. Continuavo a ripetermi, ma vuoi vedere che a conti fatti avevano ragione loro? I pazzi, gli schematici, i dogmatici?» (L. Pace, Lo SIM e lo Spread: vuoi vedere che a conti fatti avevano ragione loro?, Il Foglio, 9 dicembre 2011). Ora, quanto le BR fossero completamente incapaci di comprendere la reale dinamica capitalistica lo testimonia la loro azione più eclatante: il rapimento di Aldo Moro. L’idea rozza e infantile che esista una grande mano che muove a suo piacimento i burattini della politica non coglie la natura altamente complessa e conflittuale del capitalismo nella sua fase imperialistica. Peraltro le BR individuarono negli Stati uniti la testa della Grande Piovra Mondiale, e questo proprio mentre i loro cosiddetti alleati (Germania e Giappone, in primo luogo), o «servi sciocchi» (nell’ideologica prospettiva delle Bierre), attaccavano la base materiale dell’Imperialismo americano: la sua economia. Ma è il momento di chiudere.

L’attuale impotenza sociale e politica dei lavoratori italiani si spiega soprattutto, non con «l’ideologia neoliberista», ma con decenni di prassi progressista ossequiosa nei confronti della Repubblica Democratica «nata dalla Resistenza». Oggi che la crisi svalorizza salari e pensioni, e crea precariato e disoccupazione le sirene populiste e demagogiche, di «sinistra» e di «destra», hanno maggiori possibilità di successo. Le prime vittime del loro canto menzognero sono, come sempre, le persone più sensibili e vogliose «di far qualcosa, qui e subito!» Per questo la costruzione di un soggetto politico autonomo delle classi subalterne, e di tutti coloro a cui la sola idea del «capitalismo dal volto umano» (ossia statalista!) fa  venire il voltastomaco, diventa sempre più attuale e urgente.

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