IL VOLTO DEL DIAVOLO SECONDO NICHI NARRAZIONE VENDOLA

Quando Nichi Narrazione Vendola dichiara, soprattutto per tenere a bada i suoi inquieti militanti, che «il liberismo è il diavolo», e invita il bel Pierferdinando a «convertirsi», in fondo non fa altro che ricordare la sua provenienza catto-statalista. Sapendo di trovare presso l’ambiente cattolico bazzicato da Casini non pochi nascosti consensi (il denaro come sterco del demonio ha molto a che fare con l’antiliberismo rivendicato dal leader barese), Vendola ha voluto giocare una carta molto furba, in grado per un verso di rassicurare la base del suo movimento, disorientata dal movimentismo sempre più spericolato del capo, e per altro verso di civettare con la sensibilità dei cattolici praticanti impegnati in politica. Detto per inciso, Giulio Tremonti, l’antimercatista ispirato da Benedetto XVI (vedi l’enciclica Spe Salvi), ha scavalcato di molto, non so se più a “destra” o più a “sinistra”, il nostro amico pugliese in quanto a ideologia antiliberale.

Ma qui la battuta vendoliana, tutta spesa in un «teatrino della politica» sempre più grottesco e squalificato, mi serve solo per mettere in questione una leggenda metropolitana molto cara alla “sinistra”: la colpa per le condizioni disastrate dell’economia italiana è da attribuirsi all’ondata di liberismo che avrebbe sconvolto il Bel Paese negli ultimi venti, venticinque anni. Altri vanno più a ritroso nell’individuazione delle responsabilità, fino a incrociare i famigerati nomi di Reagan, della Thatcher e di Craxi. Intanto è semplicemente ridicolo contrapporre, sul piano della teoria economica come su quello dell’effettiva dinamica capitalistica, liberismo e interventismo, due modi di essere della politica economica di un Paese che in linea di principio non si annullano vicendevolmente, se non sul piano meramente ideologico, come accade nel confronto di idee fra i sostenitori del laissez faire  «senza se e senza ma» e i sostenitori del più rigido e assoluto dirigismo statale. Nella realtà di tutti i paesi capitalisticamente avanzati si osserva un mix di politiche liberali e di politiche interventiste, che si integrano a vicenda, con la prevalenza delle une rispetto alle altre in base all’andamento del ciclo economico e alle condizioni sociali generali di un Paese. Il dibattito politico-culturale intorno alle “virtù” dell’una o dell’altra linea di politica economica è lo schermo dietro il quale si celano interessi e contraddizioni reali. Fino a quando esistono margini di compromesso fra liberismo e interventismo le classi dominanti hanno tutto l’interesse a usare entrambe le leve, per rendere «socialmente più sostenibile», per usare il linguaggio dei politici e dei sindacalisti, l’accumulazione capitalistica e la competizione sistemica di un Paese.

Il tempo delle scelte radicali giunge non quando si afferma nella società una scuola di pensiero di “destra” piuttosto che di “sinistra” circa il modo in cui un Paese deve guadagnarsi da vivere, ma quando quei margini vengono progressivamente erosi dal reale processo sociale colto nella sua totalità e nella sua necessaria connessione con il più generale processo sociale mondiale. E quest’ultimo passo naturalmente chiama in causa le nuove fabbriche del mondo: la Cina, l’India e gli altri ex «paesi in via di sviluppo», ma rinvia direttamente anche alla potenza socialmente egemone del Vecchio Continente, alla Germania, necessario standard sistemico che costringe gli altri paesi dell’Unione ad assumerlo come loro punto di riferimento sistemico. Per colpa del «liberismo selvaggio», o della solita e mai domata volontà di potenza della Germania? No, per “colpa” del Capitalismo, del Capitalismo nudo e crudo, per dirla gergalmente, o sans phrase, per affettare pose intellettualistiche che mal si conciliano con il mio – infimo – status sociale. La Germania persegue una politica di potenza? Sarebbe strano il contrario! Se il cane morde l’uomo, non c’è notizia. Per mutuare ignobilmente Nostro Signore, e così entrare nelle grazie di Nichi, dico alle nazioni europee ed extraeuropee (Stati Uniti) che mal digeriscono l’attuale supremazia sistemica tedesca nel Continente: chi non persegue una politica di potenza scagli la prima pietra.

Come ho ricordato altre volte, la cosiddetta «controrivoluzione liberista» degli anni Ottanta (come se nel periodo precedente ci fosse stata la rivoluzione, o una mezza rivoluzione, almeno in Italia: un’altra mitologia fabbricata nei salotti buoni della nostra “sinistra”) fu la risposta dei paesi occidentali a una crisi economica strutturale (chiusura definitiva, alla fine degli anni Settanta, del lungo ciclo keynesiano negli Stati Uniti e in Inghilterra) aggravata dall’irresistibile ascesa del Giappone, un sistema-Paese ad alta produttività e a bassa spesa pubblica. Attaccare la vecchia struttura del Welfare e liberalizzare tutti i rapporti economici un tempo sussidiati o controllati in qualche modo dallo Stato ebbe allora un preciso significato economico-sociale, prim’ancora che politico-ideologico. Si trattava di attaccare la spesa pubblica improduttiva, di alleggerire un Welfare non più sostenibile a causa dei rallentati ritmi di crescita del prodotto interno lordo, di comprimere i salari, di rendere più «flessibile» e più produttiva la capacità lavorativa. Ma sto parlando del mondo occidentale degli anni Ottanta o dell’Italia del 2012? Fate un po’ voi!

Quanto poco in Italia il «liberismo selvaggio» sia stato di casa, lo dimostra proprio la storia degli anni Ottanta: dopo tutto il gran parlare di «riforme strutturali», di svecchiamento della società, di taglio degli annosi «lacci e lacciuoli» e di Capitalismo «da bere», la struttura sociale del Paese cambiò solo marginalmente, e soprattutto nel Mezzogiorno, riserva di caccia elettorale dei grandi partiti di massa, il peso del parassitismo sociale rimase praticamente inalterato. Solo il Nord del Paese ha continuato a reggere il confronto con le aree economicamente e socialmente più dinamiche del Vecchio Continente, sebbene penalizzato da un sistema-Paese nel suo insieme scarsamente competitivo, inefficiente e costoso. La nascita del movimento leghista si spiega, fondamentalmente, non con il razzismo del Nord, ma innanzitutto con le contraddizioni strutturali della società italiana, e la stessa analisi va applicata all’odierno dibattito europeo fra tedescofili e tedescofobi. È ben vero che l’economia non spiega immediatamente i movimenti della politica e delle idee, ma è altrettanto vero che i processi economici alla lunga devono necessariamente produrre delle conseguenze politiche, ideologiche e financo psicologiche. Ad esempio, e per dirla con Weber, le condizioni materiali del Mezzogiorno italiano (ma anche greco, spagnolo e portoghese) spiegano il «tipo ideale» dell’assistito-statalista che tanto irrita la laboriosa gente del Nord. È vero che, come ha dichiarato Monti a Der Spiegel, in Italia crescono pericolosamente i sentimenti antitedeschi, ma non è che in Germania i sentimenti antimeridionali stiano decrescendo, anzi, e tutto questo movimento “sentimentale” esprime il profondo travaglio sociale che alla fine cambierà il volto della Vecchia Europa.

Sia detto per non creare equivoci che quando parlo di parassitismo sociale non intendo affatto esprimere un giudizio di valore: rimango piuttosto sul piano dell’analisi obiettiva dell’accumulazione allargata del capitale, la quale notoriamente risente grandemente della qualità della distribuzione del reddito, del carico fiscale e della produttività generale di un sistema-Paese. Sul piano etico non faccio alcuna differenza tra un piatto di lenticchie mangiato a sbafo e lo stesso piatto guadagnato col biblico sudore della fronte. Lascio agli apologeti del lavoro salariato (quello dell’Art. 1) militare nel partito dell’onestà e del sudore.  Un partito che, detto di passata, vedrebbe bene insieme Vendola e Casini: mai dire mai!

Tanto più che i due simpatici personaggi, tutt’altro che una «strana coppia», condividono l’interesse strategico di fondo: salvare il Paese dalla bancarotta. Un piccolo saggio della ricetta anticrisi narrata da Nichi: «Tutti dicono che andremo incontro a periodi durissimi. Ebbene, il rigore può essere declinato in molti modi: puoi falcidiare il welfare, continuare a colpire i redditi dei ceti medio-bassi oppure puoi decidere per un’imposta patrimoniale, per la tassazione delle rendite finanziarie» (Intervista a La Repubblica del 4 agosto 2012). Ecco la politica dei sacrifici “declinata” da un adoratore di Enrico Berlinguer, uno che i sacrifici li ha addirittura teorizzati – con un’argomentazione “filosofica” che colpì molto favorevolmente l’austera intellighenzia cattolica del Bel Paese. I fatti si incaricheranno di dimostrare fino a che punto questa classica ricetta sinistrorsa sia adeguata alle esigenze del Capitalismo italiano, o non sia, invece, come quel raggio di luce che ci arriva da una stella già morta, a ricordo di un’epoca finita da molto tempo.

Rispetto a chi scrive il signor Capitale ha una ben diversa etica, e il modo in cui il metaforico piatto di lenticchie arriva sulla tavola del lavoratore ha per lui una grande importanza, direi addirittura decisiva, venendo a impattare direttamente sul processo economico-sociale che gli permette di esistere come pilastro della vigente società. E non bisogna essere “marxisti” per sapere queste cose: basta leggere, ad esempio, il Manifesto liberale di Oscar Giannino, il quale, partendo dal presupposto che «i problemi odierni sono gli stessi di vent’anni fa, solo incancreniti», e che «l’inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia», vuole «costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno». Nientemeno.

Per i liberali-liberisti del Paese la discesa in campo del Cavaliere di Arcore è stata una cocente delusione, come del resto la vicenda craxiana a suo tempo, e certamente la prospettiva di un governo catto-statalista guidato dal trio Bersani-Vendola-Casini deve procurar loro forti dolori di testa. Tanto più che lo stesso governo Monti, nato con i migliori auspici “liberali”, ha mostrato tutti i suoi limiti dinanzi alle radicate magagne corporative della società italiana. La “tecnica” dei bravi professori non è riuscita a incidere sul corpaccione delle rendite di posizione difese dai partiti, dai sindacati, dalla Confindustria e da tutti gli interessi organizzati. Che fare? Ho il sospetto che Vendola avesse in mente proprio Oscar Giannino quando ha pensato al diavolo.

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