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Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

GUERRA DI RELIGIONE IN EUROPA

martin-luther-490Alla vigilia del vertice europeo che si apre domani a Bruxelles, Tonia Mastrobuoni mostra il dente avvelenato nei confronti della Germania, accusata dalla giornalista “economica” che scrive per La Stampa di giocare una partita commerciale sostanzialmente solitaria con la Russia (soprattutto per ciò che riguarda il suo approvvigionamento di materie prime energetiche) e con la Cina, le cui relazioni commerciali con i teutonici sono diventate davvero «speciali». «La Germania gioca sporco», ha dichiarato la Mastrobuoni nel corso di un’intervista a Radio Radicale, tanto più adesso che la Francia sembra convertirsi a una politica di integrazione europea finalmente alleggerita dai vecchi pesi nazionalistici marcati Grandeur, una “grande firma” del secolo scorso precipitata nell’abisso dell’obsolescenza sistemica.

La politica energetica e commerciale della Germania è per molti aspetti «scandalosa», e rappresenta «un tradimento» nei confronti del progetto di unificazione «a 360 gradi» dei Paesi integrati nella moneta unica. È, questo appena riassunto, il tipico ragionamento dell’analista politico-economico che ancora tarda a comprendere la reale natura e la reale portata delle divergenze che impediscono al «sogno europeo» di fare quel salto di qualità senza il quale esso rischia di trasformarsi in un bruttissimo incubo.

Dopo aver accolto con entusiasmo «la svolta di Hollande» sancita nella conferenza stampa del 16 maggio («Finalmente una proposta francese per l’Europa!»), Le Monde ha osservato che la presunta svolta del Presidente francese «sarà credibile soltanto se Hollande rimetterà in sesto la Francia». Naturalmente rimettere in sesto la Francia non può avere altro significato se non quello di attuare le temute «riforme strutturali» idonee a innalzare la produttività sistemica del Capitalismo d’Oltralpe, ormai da diversi lustri azzoppato da non poche magagne sistemiche: rigidità nel mercato del lavoro, spesa pubblica improduttiva, welfare sempre meno sostenibile, e così via. Naturalmente i problemi appena elencati devono sempre venir considerati in rapporto a quanto accade nella struttura sociale dei Paesi competitori nel corso del tempo, così che, ad esempio, un mercato del lavoro nazionale che preso in sé appare molto flessibile, mostra invece tutta la sua scarsa competitività non appena lo si confronta con il mercato del lavoro degli immediati concorrenti. In ogni caso, a decidere in ultima analisi della bontà di un sistema economico è sempre la redditività dell’investimento, ossia la bronzea legge del profitto. Ora, non appena si mettono a confronto le strutture sociali di Francia e Germania, facilmente viene fuori il gap sistemico tra i due Paesi, il quale ha raggiunto la massa critica sufficiente a produrre conseguenze politiche di vasta portata, in parte già visibili e registrate dagli analisti nella rubrica crisi del progetto europeo.

Die Welt (17 maggio) ha gettato molta acqua sul fuoco degli entusiasmi “europeisti” dei francesi, notando che «la cosiddetta offensiva [di Hollande] contiene essenzialmente misure che il suo predecessore aveva già presentato», compresa la proposta (peraltro di invenzione tremontiana) delle obbligazioni europee (eurobond), a cui lo scialbo Presidente francese ha solo cambiato nome, forse nella speranza, abbastanza infondata, di bypassare l’opposizione dei tedeschi, i quali, com’è noto, non amano essere presi per il naso: la ritorsione tedesca è sempre in agguato… Die Welt ha malignamente fatto osservare che il Presidente socialista attacca «l’austerity tedesca non soltanto per motivi ideologici ma anche come mossa tattica», ossia per far ingoiare ai francesi il rospo dei sacrifici connessi alla necessaria «riforma strutturale», per molti aspetti simile a quella implementata dal socialdemocratico Schröder (Agenda 2010) dieci anni fa.

figaro-29042013Ma buttando avanti la palla dell’integrazione politica europea Hollande probabilmente intende anche prepararsi il terreno per scelte sovraniste da addebitare alla «tetragona ed egoista» Germania, la quale, dal canto suo, non concepisce altra integrazione europea che non abbia il volto di un’Europa germanizzata. Gli interessi nazionali di tutti i protagonisti della guerra sistemica europea ancora una volta hanno la meglio su qualsivoglia chimera europeista. Non potrebbe essere diversamente.

Come ho scritto altrove, la Germania sarebbe anche disposta a travasare una parte della propria ricchezza verso Sud, a favore del Mezzogiorno europeo, non fosse altro che per non deprimere un mercato che sorride al Made in Germany; ma mostra di volerlo fare a precise condizioni, ossia che il processo di germanizzazione dell’Europa subisca un’accelerazione. La struttura dell’euro avvantaggia la Germania perché senza questa premessa la classe dominante tedesca non avrebbe mai accettato di entrare nell’eurozona, e molto probabilmente non ci sarebbe stata alcuna moneta unica europea. I nodi di una divisa non radicata in una precisa sovranità nazionale necessariamente dovevano venire al pettine, investendo brutalmente la dimensione del politico. Il “proditorio” attacco monetario giapponese al capitalismo mondiale deciso dal primo ministro Shinzo Abe ha reso ancora più evidente la contraddizione “strutturale” che rende fragile l’area dell’euro.

«Non c’è nessun motore franco-tedesco», ha sentenziato qualche giorno fa Lucio Caracciolo; a ben considerare il «motore franco-tedesco» non è mai esistito, è stato un mito teso a celare la dimensione antagonista degli interessi nazionali che fanno capo a Francia e Germania.

Dalla mia prospettiva l’Unione Europea appare non più che un coacervo di interessi, economici e politici, che fanno capo ai vari Paesi che ne fanno parte, soprattutto a quelli più forti, ossia a Germania, Francia e Inghilterra. L’«europeismo» di questi Paesi regge nella misura in cui l’Unione apporta loro dei benefici, anche alla luce della sempre più difficile competizione capitalistica mondiale (fare “massa critica” nei confronti degli Stati Uniti, del Giappone, della Cina, ecc.). L’Europa delle nazioni, contrapposta alla «Patria Europea», non è solo il sogno dei neogollisti, ma è soprattutto la descrizione della realtà. La storica tensione franco-tedesca non ha mai abbandonato la scena, e non ha smesso di agire nel corso degli ultimi decenni appena celata da un sottilissimo strato di ideologia “europeista”, che si è lacerato al contatto con la prima seria crisi economico-sociale.

-È quello che non ha capito – non può capirlo, non a causa di un deficit di intelligenza, bensì in grazia di un deficit di “materialismo storico” – Barbara Spinelli, la quale legge l’attuale guerra sistemica che scuote l’Unione europea alla stregua di una «convulsa scempiaggine della sua politica», e che per questo invoca un ritorno agli ideali di Adenauer e di Kohl, ovvero uno «Scisma», affinché ritorni il primato della politica sull’economia nelle scelte che decideranno il destino del Vecchio Continente.  «Non resta quindi che lo Scisma: la costruzione di un’altra Europa, che parta dal basso più che dai governi … Il Papato economico va sovvertito opponendogli una fede politica. Solo così la religione dominante s’infrangerà, e Berlino dovrà scegliere: o l’Europa tedesca o la Germania europea, o l’egemonia o la parità fra Stati membri … Occorre l’auto-sovversione di Lutero, quando scrisse le sue 95 tesi e disse, secondo alcuni: “Qui sto diritto. Non posso fare altrimenti. Che Dio mi aiuti, amen”» (Qua ci vuole Martin Lutero, La Repubblica, 17 maggio 2013). Non nego che l’articolo della Spinelli ha fatto nascere in me l’esigenza di qualche gesto scaramantico. Probamente anch’io difetto di “materialismo storico”!

«In realtà l’economia stessa è diventata una specie di religione», sostiene il giovane e brillante economista Tomáš Sedláček nel suo saggio di successo Economia del bene e del male: «Ci dice cosa fare, cosa pensare, chi siamo, come trovare un senso alla nostra vita, come relazionarci agli altri e su quali principi la società si regge». Naturalmente a Sedláček questo non va bene: secondo lui l’economia dovrebbe essere più umana, e per raggiungere questo ambizioso obiettivo «c’è bisogno di una rivoluzione etica». Ma il significato di questa «rivoluzione» è svelato da questo passo: «Dobbiamo essere competitivi per reggere il passo della Cina e di altri mercati emergenti. Abbiamo scelto l’austerity nel momento meno opportuno» (Basta con il feticismo economico, Intervista di Tomáš Sedláček a Presseurop, 15 maggio 2013). Qualcuno mi può spiegare come si “coniuga” l’umano con la competitività capitalistica? Misteri del feticismo economico!

DA LANDINI A PAPA FRANCESCO. Riflessioni rigorosamente antikatecontiche.

La bella società civile

La bella società civile

Il simpatico Maurizio Landini ha dichiarato, ancor prima che la manifestazione sinistrese di ieri avesse luogo, che «Nel corteo c’è la parte migliore del Paese». Questo spiega senz’altro l’assenza di chi scrive, che ovviamente nessuno ha notato. Ma come spiegare l’assenza del Partito democratico? «Il Pd non si imbarazzi a partecipare», aveva detto Landini all’Unità facendo finta di fumare il calumet della pace. Ma il Partito dell’ex sindacalista Epifani evidentemente ha trovato qualche motivo di imbarazzo nel partecipare a una manifestazione cha ha sancito la nascita della «sinistra che non c’è», la quale ieri aveva il volto dei rifondatori dello statalismo e della «legalità perduta». «Non siamo rossi, ma capiamo che dobbiamo dare una rappresentanza politica a questa gente», ha dichiarato il capo-comico genovese. Forse alludeva ai tanti signor Rossi della penisola. «Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle», ripete continuamente il Beppe nazionale, «oggi in Italia ci sarebbe la guerra civile»: come non apprezzare la funzione frenante («katecontica») dei grillini. Chissà cosa ne pensano Mario Tronti e Massimo Cacciari, due pesi massimi del «paradigma katecontico».

Io no!

Io no!

Ma dov’era il PD? Questa epocale domanda ha fatto venire in mente ad Adriano Sofri, un tempo lottatore continuo per il “comunismo”, lo slogan che si gridava nelle piazze che contestavano il «compromesso storico» negli anni Settanta , al tempo in cui l’onesto Berlinguer e il pio Moro “inciuciavano” giorno e notte per mettere in sicurezza il Paese: «Il PCI non è qui, è a leccare il culo alla DC!» Che volgarità! In realtà il PCI implementava la sua onesta e dignitosa politica ultrareazionaria di partito borghese «con due palle così», per mutuare la maschia espressione del virile Grillo. Quelle metaforiche palle portarono, fra l’altro, migliaia di giovani «amici del giaguaro» nelle patrie galere e centinaia di migliaia di lavoratori a ingoiare il rospo dell’Austerità – notare la A maiuscola: si trattava, infatti, almeno nelle intenzioni del sobrio Enrico, di un’Austerità non solo economica, ma soprattutto declinata in chiave culturale-antropologica, come quella che oggi chiede Papa Francesco contro la «dittatura del denaro».

Finalmente Norma Rangeri ha di che sorridere; infatti ieri ha visto nella manifestazione romana «Una bella società civile», e anche questo si spiega con la mia assenza dall’evento. «Essere rivoluzionari oggi significa applicare la Costituzione», ha scritto La Rangeri sul Manifesto. Se ricordiamo che per il cosiddetto «quotidiano comunista» anche ingoiare il rospo Dini in chiave antiberlusconiana significò «essere rivoluzionari» nella condizione contingente, capiamo che questa locuzione in bocca a certi “comunisti” rimanda al concetto opposto. D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da chi santifica la Costituzione «più bella del mondo», nonché «nata dalla Resistenza» (cioè dalla continuazione del secondo macello imperialistico con altri mezzi) che ratifica, legittima e difende il lavoro salariato (art. 1), il quale presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento? Democrazia (meglio se «partecipata», «trasparente» e «dal basso»), Costituzione, Lavoro (salariato): è il trittico della conservazione sociale.

«Le scelte del governo Berlusconi e Monti sono all’origine della situazione pesantissima che stiamo vivendo. C’è bisogno di rimettere al centro il lavoro» (Intervista di Landini all’Unità del 18 maggio 2013). A mio modesto avviso l’origine della crisi economico-sociale che travaglia la società italiana va rintracciata nelle «bronzee leggi del Capitale», in generale, e, in particolare, nelle peculiari magagne strutturali (gap sistemico Nord-Sud, spesa pubblica largamente improduttiva e parassitaria, welfare obsoleto, ecc., ecc.) e politico-istituzionali che il Bel Paese si porta dietro da decenni, non da anni. Magagne «strutturali» e «sovrastrutturali» che naturalmente si tengono insieme: di qui l’annosa paura delle classi dirigenti di approntare rigorose «riforme strutturali», salvo trovarsi con le spalle al muro e chiamare la «Patria tutta» alle sue inderogabili responsabilità. Sotto questo aspetto, l’agenda programmatica esposta ieri da Landini non è vecchia: è stravecchia, e facilmente i “liberisti” avranno facile gioco nel dimostrare che se non riparte l’accumulazione capitalistica in grande stile si può «ridistribuire» solo la miseria. La pecora va tosata quando la lana è abbondante, dicevano i socialdemocratici del Nord Europa negli anni Settanta. Ma questi sono problemi di chi vuole tenere in vita la pecora, non per chi le vuole fare la festa.

Cattostatalismo

Cattostatalismo

Dal mio punto di vista c’è bisogno di mettere al centro della teoria e della prassi non il lavoro (salariato), ma la lotta di classe anticapitalistica, a cominciare dalle rivendicazioni “economiche” (lavoro, sussidi ai disoccupati, lotta al taglieggiamento fiscale, ecc.). Naturalmente il mio discorso è rivolto a chi vuole reagire con radicalità contro una realtà sempre più disumana, non certo a chi vuole salvare da “sinistra” il Paese, magari tirando in ballo la necessità di frenare le forze del male (la globalizzazione e la «dittatura dei mercati») per non far precipitare la fine dei tempi adesso che «non siamo ancora pronti». Miseria del «paradigma katecontico»!

Commentando le ultime esternazioni di Papa Francesco («il denaro ci domina», «il denaro deve servire, non dominare», «basta con la dittatura dei mercati»), Giuliano Ferrara, dopo aver giustamente fatto notare che il Santo Padre si muove su un terreno arato dalla teologia sociale della Chiesa almeno da un secolo (dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, senza trascurare la Caritas in Veritate di Benedetto XVI), ha messo in guardia da una lettura «anticapitalistica» dei discorsi francescani. L’esperienza del «Comunismo», ha scritto l’elefantino sul Foglio, dimostra che la «rivoluzione etica» invocata dal Papa è praticabile solo nel seno del Capitalismo, una società difettosa quanto si vuole, ma non certo quanto quella sperimentata ai tempi del «socialismo reale». Nei confronti dei nipotini di Stalin e di Mao, molti dei quali oggi si sono riciclati in guisa chavista, Ferrara ha ragione da vendere.

Vedi anche LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

ANGELA E HORST

Angela-Merkel-youngGratta gratta, ed ecco venire alla luce il passato  politicamente “ambiguo” della Cancelliera di Ferro. Possibile? È quanto cerca di insinuare una nuova biografia, Das erste Leben der Angela M. (La prima vita di Angela M.), dedicata appunto alla vita di Angela Kasner, poi Merkel, nel lungo periodo (la nostra eroina è nata ad Amburgo il 17 luglio 1954) che precede la caduta del Muro di Berlino. Angela e la RDT: a quanto pare un rapporto tutt’altro che lineare e certamente ricco di lati oscuri. Almeno è quello che cercano di dimostrare gli autori della biografia uscita questa settimana in Germania, i giornalisti Ralf Georg Reuth e Günther Lachmann, i quali, secondo Welt Am Sonntag di Berlino, svelano che «i rapporti di Angela con il potere comunista non sono mai stati freddi come lei afferma».

Qui è appena il caso di ricordare che per chi scrive il regime della RDT non ebbe mai nulla a che fare né con il comunismo né con il socialismo, ancorché «reale», visto che la stessa Unione Sovietica, la madre di tutti i «socialismi reali», altro non fu che un Paese a Capitalismo di Stato (peraltro con una cospicua economia “informale”, cioè privata e illegale, che ne dilazionò il crollo) con una fortissima vocazione imperialista. Per questo quando leggo che «In seguito Angela ha studiato fisica all’università Karl Marx di Lipsia», nell’ordine: metto mano alla pistola, mi metto a ridere e penso al povero ubriacone di Treviri, il cui nome è stato appiccicato alle cose più ignobili. Chiudo la parentesi settaria.

Forse l’obiettivo della nuova biografia è mettere in discussione la verginità democratico-cristiana di Angela Merkel, la donna più odiata in Grecia e in qualche altro Paese della periferia europea, o dell’Impero tedesco, per usare il linguaggio guerrafondaio dei francesi. In realtà sembra che l’operazione sia riuscita solo in parte, quanto basta però a gettare benzina sulla già calda competizione elettorale tedesca.

vlcsnap26295A mio modesto parere, e sulla scorta delle poche informazioni che ho ricavato da Welt, è la figura del padre, Horst Kasner, che risulta assai più interessante e a suo modo emblematica di un’intera epoca, quella che portò i nazisti al potere in Germania e quest’ultima alla tremenda catastrofe bellica e post-bellica. Si legge nella biografia: «Suo padre Horst Kasner, pastore protestante che quello stesso anno [1954] si stabilì nella zona di occupazione sovietica con la famiglia, apparteneva proprio a quel giro di teologi per mezzo dei quali i dirigenti dell’Rdt intendevano realizzare la loro concezione politica di Chiesa. Di conseguenza i teologi, che nel socialismo vedevano una valida alternativa al capitalismo occidentale, nel 1958 fondarono a Praga un’organizzazione cristiana internazionale denominata Conferenza cristiana per la pace». In Europa in quel periodo andavano forte anche i «Partigiani della pace», “pacifisti” che pregavano con il viso rivolto verso il Cremlino.

In poche parole, l’abisso nel quale precipitarono i tedeschi, prima sedotti dal grandioso progetto imperialistico hitleriano e poi ridotti a reietti della Civiltà occidentale, a topi di fogna assoggettati al fuoco sterminatore delle democratiche fortezze volanti, non permise nemmeno allo Spirito divino di raggiungere quantomeno la parte “migliore” di quel popolo. «Non prestare orecchio ai predicatori di falsi paradisi»: il monito evidentemente non raggiunse Horst Kasner, il quale forse già negli anni Trenta aveva apprezzato la “dignitosa” miseria collettiva del popolo sovietico, non ancora “corrotto” dal consumismo e non avvezzo ai costumi “lascivi” della Germania weimariana, per non parlare della “corrotta” America, la tana del Demonio. D’altra parte, dopo i campi di sterminio nazisti persino i gulag stalinisti potevano apparire poca cosa a non pochi tedeschi desiderosi di espiare colpe collettive, perché il processo sociale, com’è noto, aiuta a relativizzare tutto. Persino l’orrore può avere diverse sfumature di nero. Di qui, la forza disumana del Dominio.

«Nell’autunno del 1989 il padre di Merkel organizzò nella sua scuola pastorale un convegno di fisici della Germania est intitolato Cos’è l’uomo?». Forse segno che alla fine qualche dubbio circa le passate illusioni “socialiste” s’insinuò nella teologica testa del pastore orientato a “sinistra”, il quale  peraltro cercò invano di spingere la promettente figlia verso il partito socialdemocratico. Probabilmente Angela avrebbe fatto carriera anche in quel partito.

Primo Levi intitolò il suo libro più celebre Se questo è un uomo, un titolo che può essere applicato con ancor più fondamento al libro della vita, anche a quella dei nostri giorni. La risposta alla domanda di Horst Kasner dovrebbe forse partire da qui.