AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI)

Ilda-Boccassini-594x3501. La libido giustizialista degli Anticav

Commentando l’«eversiva» manifestazione berlusconiana di Brescia il vicepresidente del CSM Michele Vietti ha detto che «la magistratura è un potere dello Stato posto a baluardo della legalità» – borghese, aggiungo io con la settaria pignoleria che tanto irrita i miei pochi lettori progressisti. Vietti ha insomma ricordato all’opinione pubblica del Bel Paese, chiamata ancora una volta a dividersi in opposte – quanto egualmente miserabili – tifoserie, un’ovvietà che il pensiero critico-radicale riconosce come tale da sempre.

Stupisce, quindi, che non poche persone che sostengono (millantano?) di essere comunisti «senza se e senza ma» si schierino puntualmente a difesa della magistratura tutte le volte che questa chiama in causa Silvio Berlusconi, una vera e propria ossessione per il progressismo mondiale – il quale, già solo per questo, confessa la propria abissale indigenza intellettuale ed esistenziale, giusto il detto dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei. Si tratta forse di un’intelligente tattica volta a colpire il «nemico principale» per poi fare i conti con il «sistema» (parolina fumosa che non cela affatto l’inconsistenza “dottrinaria” e politica di chi la usa a colazione, a pranzo e a cena) nel suo insieme? È dunque possibile servirsi del Leviatano nella lotta «antisistema»? Nicchio, tentenno. Purtroppo queste vertiginose altezze dialettiche sono per me inarrivabili. Al punto di credere che anche quando, mi correggo: soprattutto quando un «potere dello Stato» colpisce un uomo di potere il Leviatano conferma e rafforza la sua presa politica e ideologica sugli individui, conferma e potenzia la sua funzione di cane da guardia dello status quo. La mosca cocchiera in guisa di intelligente stratega farebbe bene a non agitarsi troppo: il Leviatano che le sta dietro potrebbe trarne piaceri… berlusconiani…

saviano2. Per un antisavianismo di classe…

In occasione di una sentenza che ha dato torto a Saviano, icona dell’italica gente perbene (e quindi non del sottoscritto), Mario Lucio ha scritto su Polisblog dell’11 maggio quanto segue: «Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuovere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto». Condivido, almeno in parte, e rimando a due post: La natura criminale della mafia e Mafia 2.0.

Ma qual è «il punto» secondo Lucio? Vediamolo: «Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo». Sull’ultrareazionario, più che sterile, moralismo dello scrittore napoletano di successo rimando a un mio post dell’anno scorso. Lucio ha esposto un punto di vista critico-progressista su Saviano e sulla società.

Il punto di vista critico-radicale mette in questione gli stessi concetti di legalità e illegalità declinati sulla scorta di una concezione pattizia (contrattualistica, insomma borghese) delle relazioni sociali. Se non si comprende che il diritto (ad esempio, anche quello codificato nella «Costituzione più bella del mondo») è chiamato a supportare le diverse, e a volte contraddittorie, esigenze del dominio sociale capitalistico, le critiche al «savianismo», ossia al giustizialismo e al moralismo più o meno d’accatto, non colgono il cuore del problema, perché rimangono impigliate nella maligna dialettica che informa il processo sociale. Soprattutto connettere la cosiddetta illegalità al «neoliberismo» significa non aver compreso l’essenza violenta, espansiva e disumana del Capitalismo tout court. Qualitativamente la mafia – come le altre organizzazioni “criminali” – è fatta della stessa sostanza che dà corpo e movimento all’hobbesiana «società civile». Criminale, dal mio punto di vista, è innanzitutto la società fondata sul profitto e sussunta sotto ai sempre più totalitari imperativi categorici dell’economia. Chi decide della “legalità” ovvero dell’”illegalità” delle prassi volte a intercettare la ricchezza sociale è sempre la fazione più forte delle classi dominanti. A questo proposito mi viene in mente quanto ebbe a scrivere una volta Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti, I, p. 11, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto presuppone e dispiega una potenza sociale; esso è, con assoluta necessità, violenza di classe concentrata e razionalizzata, e la sua intima essenza viene illuminata a giorno proprio quando le classi dominanti producono, il più delle volte senza averne coscienza, nuovo diritto, anche sotto forma di «illegalità». È questa concezione della legalità (borghese) che l’autentico anticapitalista deve cercare di far penetrare nel seno delle classi dominate, per aiutarle a riconoscere il cerchio stregato dell’ideologia dominante che ne sanziona l’impotenza sociale. La stessa riflessione intorno al «modello di democrazia» alternativa a quella rappresentativa oggi in crisi deve fare i conti, se non vuole essere sterile, chimerica e ideologica, con il totalitarismo sociale cui accennavo prima a proposito degli imperativi categorici dettati dal Capitale, nazionale e internazionale.

Anche il non meglio definito «modello di sviluppo» alternativo a quello attuale evocato da Lucio fa indubbiamente i conti con decenni di menzogne vendute sul mercato mondiale delle ideologie dai sostenitori del cosiddetto «socialismo reale», il quale per me è sempre stato un Capitalismo di Stato per l’essenziale identico al Capitalismo «liberista» vigente nei Paesi alleati degli Stati Uniti. Per questo non biasimo affatto chi cerca di essere prudente quando si tratta di individuare «modelli di società» alternativi a quelli che abbiamo conosciuto in Occidente: troppo spesso molti hanno comprato robaccia credendo di acquistare una concreta speranza di liberazione. Se insisto nella mia critica dello stalinismo non è per partito preso, o per fissare lo sguardo al passato, ma piuttosto per fondare meglio la lotta contro il Moloch del presente in vista del possibile futuro «dal volto umano».

ALL’OMBRA DELLA GOBBA DI BELZEBÙ

WCENTER 0FOTACFWGZ -«A parte le guerre puniche mi si attribuisce di tutto» (Giulio Andreotti).

Re Giorgio, di solito così loquace quando si tratta di raccordare la cronaca politica e la storia (vedi i suoi continui riferimenti al cosiddetto «compromesso storico» degli anni Settanta, ricercato dai politici della Prima Repubblica per mettere in sicurezza il Bel Paese), ieri è stato fin troppo scarno di parole a proposito della dipartita di Andreotti. Egli ha infatti «affidato alla storia» un giudizio ponderato sulla lunga carriera politica dell’ex Male Assoluto del sinistrismo italiano. Imbarazzo? Tentativo di non esacerbare i già tesi rapporti politici tra i partiti? Strizzatina d’occhio al Movimento pentastellato, il quale non sa dire altro di Belzebù se non ricordare la sua intima amicizia con la Mafia (con la M maiuscola)? L’atteggiamento del Presidentissimo mi appare fin troppo… andreottiano. D’altra parte anche l’attuale «Governo del Presidente» sembra avere un alto tasso di democristianità. Forse tutto si tiene. Forse.

La rete, com’è noto, è il luogo per antonomasia delle banalità e dei luogocomunismi, di “destra” e di “sinistra”, e un personaggio così controverso e ambiguo (?) com’è sempre stato Andreotti, non poteva che confermare questo dato di fatto. Esaltandolo. Appena se ne offre l’occasione, ci si lascia andare al più spietato dei tiri al bersaglio ai danni del capro espiatorio di turno. Non c’è tempo per le sottigliezze analitiche: bisogna scaricare subito la dose di veleno quotidiano contro il Nemico di giornata per sentirsi migliori dell’odiata «Casta», e così calmare almeno un poco le frustrazioni e le angosce. Non a caso le foto che da ieri più impazzano sulla rete sono quelle che mostrano insieme Andreotti e Berlusconi: il vecchio Nemico Assoluto che passa il testimone a quello nuovo. Però «Andreotti è stato un imputato esemplare», ha fatto sapere in lacrime Giulia Bongiorno, l’ex avvocato del gobbo di Roma. Una precisazione davvero degna di Miserabilandia, non c’è che dire.

1980-07-07-berlinguer-andreotti-impara-gobbicchiare-fm_jpg«Siamo tutti pieni di pregiudizi convinti di pulir l’Italia da tutti i vizi», cantava agli inizi degli anni Novanta Francesco Baccini in Giulio Andreotti, ironizzando sulle feroci accuse che raggiunsero il Divo Giulio non appena rotolò nella polvere dopo mezzo secolo di brillante, onorata e onesta gestione del potere al servizio della Patria – scritto senza alcuna retorica. Quando Paolo Cirino Pomicino deride le «leggende metropolitane» che si sono accumulate intorno alla figura ingobbita del suo ex maestro e leader politico, egli mostra di possedere una statura politica di gran lunga superiore ai detrattori «per partito preso» del grande statista romano.

Grande, va da sé, non sulla scorta del mio metro, ma dal punto di vista degli «interessi generali del Paese», ossia degli interessi delle classi dominanti, i cui statisti sono chiamati ad assecondarne al meglio il potere sociale, anche in rapporto agli interessi delle classi dominanti degli altri Paesi, e ad assicurare la continuità del Dominio.

Per rendere evidente il carattere «provinciale» di gran parte delle critiche mosse ad Andreotti dai suoi oppositori «a prescindere», Pomicino ha ricordato che negli Stati Uniti il Presidente Truman non passò alla storia in guisa di criminale di guerra, nonostante egli si fosse assunto la terribile responsabilità di ordinare lo sterminio di centinaia di migliaia di inermi giapponesi. Sterminio, aggiungo io, lungamente pianificato e ricercato. Siamo di fronte a un esercizio di cinismo politico e a una manifestazione di «relativismo etico», tipico del «gesuitismo democristiano»? Non c’è dubbio. Ma cinica e disumana è innanzitutto la realtà (capitalistica), la quale peraltro è sempre stata molto indulgente con i vincenti.

Onesta gestione del potere nonostante i «compromessi» con la Mafia, con la P2, con Gladio, con il Vaticano e con chissà quanti altri «poteri occulti»? Naturalmente! Di più: onesta anche grazie a quei «compromessi», perché il bene superiore della Patria (detto come sopra), quello che piace tanto ai miei connazionali e che invece ripugna nel modo più tetragono il sottoscritto, ha bisogno che qualcuno si sporchi le mani. Questo non l’ha insegnato Machiavelli, o Aldo Moro (prima della nota beatificazione progressista post assassinio), ovvero Belzebù-Andreotti: questo lo conferma sempre di nuovo la prassi del Dominio, in regime dittatoriale come in regime democratico-parlamentare. Ciò che ha fatto di Giulio Andreotti uno statista non mediocre è stata appunto questa consapevolezza, questa chiara, e a volte esibita (ma anche esorcizzata, con l’ironia) convinzione di «dover portare la croce» per il bene del Paese e del Partito, due beni che per i democristiani naturalmente coincidevano.

WCENTER 0FOTACFVXZ -«Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto di ordinaria amministrazione», scriveva Piero Gobetti nel 1922. «Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione» (Elogio della ghigliottina, un titolo, detto per inciso, che ammicca ai nostri demagogici tempi). Mutatis mutandis, è ciò che si può dire della Democrazia Cristiana e di Andreotti. Chi oppone l’Andreotti «servo sciocco degli americani» all’Andreotti «amico degli arabi e di Gorbaciov»; l’Andreotti «anticomunista» all’Andreotti «aperto alle grandi convergenze con i comunisti»; l’Andreotti amico della Germania all’Andreotti avversario fino all’ultimo dell’unificazione tedesca; l’Andreotti «amico della Mafia» (mitico bacio a Totò Riina incluso) all’Andreotti amico di Falcone e nemico della Mafia (fino al punto di maltrattare la mitica Costituzione Italiana, come sostennero i radicali ai tempi del varo delle leggi eccezionali contro i mafiosi); ebbene chi azzarda un’operazione politica di questo tipo si preclude la possibilità di comprendere l’azione politica dello statista italiano, uno dei più grandi nella storia dell’Italia post risorgimentale, e certamente post Seconda guerra mondiale.

WCENTER 0FOTACFVYZ -La complessa struttura sociale del Paese, i poteri e gli interessi politico-sociali che vi si sono consolidati nel corso dei decenni, il suo ruolo internazionale e la sua collocazione geopolitica, le sue ambizioni (che gli derivano anche dal retaggio storico) e i suoi limiti oggettivi: questi e altri fattori hanno trovato per tanto tempo in Andreotti un’espressione quasi plastica, com’era accaduto in passato forse solo con Giolitti. All’anima di Belzebù questo spericolato accostamento storico certamente non dispiace, e io non trovo nulla di sconveniente in questo estremo compiacimento.

Sulla Mafia vedi La natura criminale della mafia

LIBERARSI DAL MITO DELLA LIBERAZIONE

26-aprile-1945-verona_gal_autore_12_col_portrait«Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» (K. Marx).

Nel suo articolo pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano Emanuele Ferraggina, giovane e brillante ricercatore presso la prestigiosa Università di Oxford, si fa portavoce dell’amarezza e del disorientamento politico-esistenziale che oggi attraversano il popolo di sinistra, deluso e smarrito come poche altre volte in passato dopo le note vicende politiche. A Ferraggina hanno fatto male soprattutto gli applausi che l’odiata «casta inciucista» ha voluto tributare alle paterne rampogne di Re Giorgio, il Salvatore della Patria: «Quegli applausi al discorso di Napolitano sono infamanti. Sono uno schiaffo in faccia. Offendono la nostra dignità. In quel parlamento sediamo tutti, nessuno è escluso». Ecco, con questo post intendo precisare che la mia “dignità” non si è sentita offesa in alcun modo mentre è andata in scena una delle tante puntate di Miserabilandia. E, già che ci sono, faccio presente che io non siedo in Parlamento, né realmente, come «cittadino» eletto, né virtualmente, attraverso i cosiddetti rappresentanti eletti dal popolo. Il mio «astensionismo strategico» non ha mai avuto esitazioni, ma piuttosto conferme.

L’uomo che sussurrava al giaguaro

L’uomo che sussurrava al giaguaro

Magari qualcuno dirà che chi scrive mostra di non avere alcuna dignità: questa obiezione posso pure accettarla; l’importante è che non mi s’intruppi tra i sostenitori della Repubblica nata dalla Resistenza, tra gli adoratori della Sacra Costituzione del ’48. Anche per Ferraggina la «Costituzione più bella del mondo» avrebbe subito un grave vulnus nella vicenda che ha visto la «partitocrazia» intronizzare il vecchio Presidente della Repubblica, chiamato a commissariare partiti che non vogliono pagare prezzi troppo alti sull’altare delle sempre meno rinviabili «riforme strutturali». Sul presunto vulnus, o «golpetto furbo» che dir si voglia, rimando al post di qualche giorno fa.

Il giaguaro

Il giaguaro

A proposito della sacralità della Costituzione, e dunque del Leviatano che la presuppone, mi viene in mente il concetto di sacro di Max Stirner: «Tutto ciò di fronte a cui provate rispetto o venerazione merita di essere chiamato sacro». Mentre la paura che non degenera in paranoia non ci impedisce di reagire contro la cosa che ci incute timore, e quindi non ci fa cadere in eterno in sua soggezione, «nella venerazione, invece, le cose stanno diversamente. In essa non si teme solamente, ma si onora: la cosa temuta è diventata una potenza interiore, alla quale io non posso più sottrarmi … sono completamente nel suo potere … Io e la cosa temuta siamo un tutt’uno» (L’Unico e la sua proprietà). Si comprende che, in queste condizioni, difendersi dalla Cosa diventa alquanto problematico.

Abbandoniamo il cielo della filosofia e precipitiamo nel guano della politica nostrana. Ascoltiamo ancora il nostro afflitto, ma non sconfitto, amico progressista: «Io credo profondamente ai corsi ed ai ricorsi storici. Non è un caso che tutto questo stia avvenendo tra il 25 Aprile e il Primo Maggio». Questa evocazione vichiana mi permette di dire la mia su quelle due sacre date: il 25 Aprile si festeggia la continuazione del Dominio sociale capitalistico, sebbene sotto una guisa politico-istituzionale diversa da quella precedente (dal regime fascista al regime democratico, come peraltro prescrive la nuova collocazione geopolitica del Paese); il Primo Maggio è diventato il giorno in cui i lavoratori sono chiamati a osannare il lavoro salariato che li rende schiavi del Capitale. Come ho scritto altrove, a ragione la sacra Costituzione afferma che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro (salariato). La disoccupazione non contraddice la Costituzione, come si pensa comunemente, ma la conferma in pieno, perché porre a fondamento della Repubblica il lavoro (salariato) significa ratificare anche sul piano giuridico-ideologico il dominio del Capitale, il quale, com’è noto, assume e licenzia «capitale umano» sulla scorta della bronzea legge del profitto.

Per Toni Negri «La Costituzione del ’48 era indubbiamente una buona Costituzione – una costituzione fordista però, nulla più di questo … Ci dicono che la Costituzione del ’48 è il meglio: ma se oggi vivessero Terracini, Dossetti, Calamandrei, pensate davvero che non la considererebbero piuttosto un peso al piede, un archivio tipo Statuto Albertino?» (La civetta costituente, UniNomade, 3 marzo 2013). Non c’è dubbio. Ma ancorché superata, e non certo da qualche anno (è dagli anni Settanta che gli “esperti” predicano la necessità di una radicale riforma costituzionale), la Costituzione del ’48 ha una natura squisitamente borghese che va denunciata con forza, non per criticare il passato quanto piuttosto per affrontare il presente. L’«iniziativa costituente» di cui parla oggi l’intellettuale padovano, volta a «creare “incidenti democratici di base”» e «”produzioni istituzionali di democrazia dal basso”», mi appare fin troppo in continuità con la teoria e con la prassi della «sinistra storica», al netto dell’ambigua fraseologia benicomunista e cognitivista che non riesce a celare la maligna preferenza per il Leviatano coltivata dai progressisti di tutte le tendenze.

Ritorniamo a Ferraggina: «Quel piccolo spazio di parlamento occupato da deputati e senatori che avranno il coraggio di non piegare il capo per difendere la mia dignità, mi rappresenta e rappresenta tanta gente onesta che lotta ed ha lottato ogni giorno in questo paese senza memoria e senza coraggio. Mi rappresenta e mi dà la speranza di lottare e impegnarmi per il mio paese». Auguri! Mi permetto di aggiungere che da sempre il punto di vista della Patria, della Nazione e del Paese è il punto di vista delle classi dominanti, in regime democratico-parlamentare come in quello dittatoriale-corporativo. Questo proprio perché la società vigente è dominata in modo totalitario dagli interessi che, immediatamente o mediatamente, fanno capo alle necessità dell’economia (capitalistica, è il caso di specificarlo?), e forse mai come oggi questo fatto era apparso così evidente e potente. Ecco perché quando Re Giorgio, rinvangando la storia patria, fa appello a «quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il Paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia», non fa solo della sterile retorica.

Celebrando un anno fa a Milano il 65° anniversario della Liberazione, Napolitano sostenne che «Con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale» (Dal Sito Web della Presidenza della Repubblica). A mio antipatriottico avviso, nulla vi è di più reazionario del sentimento nazionale, non importa se declinato a “destra”, a “sinistra” o nel nuovo conio grillino. «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale … Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere» (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri). Il mito della Resistenza rimane un forte collante ideologico che permette al Bel Paese di tenere le classi lavoratrici dentro il cerchio stregato del «bene comune», declinato in termini più o meno progressisti. Guai se quel collante perdesse di efficacia, soprattutto in tempi di crisi economico-sociale.

I liberatori...

I liberatori…

Come ho scritto altre volte, la Resistenza è stata, per l’Italia, la prosecuzione della guerra Imperialista con altri mezzi e nelle mutate circostanze generate dalla caduta del regime fascista nel fatale luglio del ’43. Grazie alla Resistenza l’Italia poté giocare sulla scena internazionale la sua tradizionale partita tesa a lucrare il massimo possibile anche nelle peggiori circostanze. Maestria politica che postula improvvisi tradimenti (la ricerca del capro espiatorio è un classico nel repertorio politico italiano: l’amatissimo Duce appeso come un maiale scannato a Milano la dice lunga, a tal proposito), spregiudicati «giri di valzer» con questa o quella Potenza, e via di seguito. La Germania e il Giappone, che non seppero saltare immediatamente sul carro dei vincitori, pagarono un prezzo assai più alto, sotto ogni rispetto. Va perciò a onore della Resistenza la difesa degli interessi nazionali del Paese quando le Potenze vittoriose disegnarono i nuovi assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. Naturalmente chi “vive” questi patriottici interessi come qualcosa di radicalmente ostile all’uomo (a prescindere dalle forme politico-istituzionali che essi assumono nella contingenza: totalitarie, democratiche, ecc.) non ha davvero nulla da festeggiare.

Ecco perché la mia mano corre subito alla pistola quando leggo appelli del tipo che segue: «Non basta ricordare la Resistenza, bisogna renderla attuale!!!» (Marco Ferrando, La crisi della Repubblica, nota del 21 aprile 2013). Checché ne pensi il simpatico Segretario del PCL, la «risposta di classe» alla crisi, che anche lui auspica e per la quale lavora giorno e notte, è contro lo spirito e la prassi della Resistenza, che non fu una sorta di «rivoluzione tradita» (dai togliattiani «con la benedizione degli Usa e di Stalin»), come egli pensa riprendendo il noto schema  del grande Trotskij*, ma rappresentò, appunto, la continuazione della guerra imperialistica. La «risposta di classe» probabilmente passa anche dalla radicale rottura con il mito della Resistenza, coltivato peraltro soprattutto dagli eredi di quel partito (il PCI del Migliore stalinista occidentale) che più si impegnò nella difesa del patto russo-tedesco dell’agosto 1939. Se la storia non è acqua fresca, questo deve dirci pur qualcosa. Liberazione? Addavenì!

24-aprile-1945-settembre_gal_autore_12_col_portrait_shScrive Ferraggina: «Anche se ci crediamo assolti, oggi siamo tutti coinvolti. Basta con l’indifferenza, torniamo a lottare per il bene comune». Ma si tratta di incominciare a lottare contro la società capitalistica: è la sola Resistenza che riesco a concepire.

* Alludo naturalmente alla controrivoluzione sociale che prese corpo in Russia nel momento in cui il fragile potere politico proletario rimase isolato (dalla comoda, ma non per questo inutile prospettiva storica l’isolamento appare “conclamato” già alla fine del 1920, alla vigilia della NEP leniniana), non più che un piccolo scoglio accerchiato dal mare in tempesta (la campagna russa, gelosa delle conquiste ottenute nell’Ottobre ‘17) e ostaggio di potenze oggettive sociali (il Capitalismo incipiente e scalpitante e il tradizionale espansionismo Grande-Russo) che alla fine lo annienteranno. La maligna fenomenologia politico-ideologica di questa controrivoluzione è passata alla storia col famigerato nome di stalinismo.
Per capire la natura maligna di questa fenomenologia è sufficiente confrontare, fatta la debita tara ai due eventi posti in relazione, l’epilogo della Comune di Parigi, schiacciata in maniera plateale dal nemico di classe nazionale e internazionale, e la sconfitta del potere proletario in Russia, che appare al pensiero non sufficientemente critico e dialettico in guisa di una sua vittoria – il falso paradosso non fu compreso nemmeno da Trotskij, come si evince dalla sua teoria del Termidoro e della «casta burocratica».
Dalla mia prospettiva lo stalinismo non appare come semplice “degenerazione” di un gruppo dirigente diviso da violente lotte di potere per la successione (a Lenin), o come trionfo di un nuovo gruppo sociale (la burocrazia), bensì come strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica – di qui anche la scelta, che si impose definitivamente alla fine degli anni Venti, di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura.

Vedi anche L’eterno fascismo.