DA LANDINI A PAPA FRANCESCO. Riflessioni rigorosamente antikatecontiche.

La bella società civile

La bella società civile

Il simpatico Maurizio Landini ha dichiarato, ancor prima che la manifestazione sinistrese di ieri avesse luogo, che «Nel corteo c’è la parte migliore del Paese». Questo spiega senz’altro l’assenza di chi scrive, che ovviamente nessuno ha notato. Ma come spiegare l’assenza del Partito democratico? «Il Pd non si imbarazzi a partecipare», aveva detto Landini all’Unità facendo finta di fumare il calumet della pace. Ma il Partito dell’ex sindacalista Epifani evidentemente ha trovato qualche motivo di imbarazzo nel partecipare a una manifestazione cha ha sancito la nascita della «sinistra che non c’è», la quale ieri aveva il volto dei rifondatori dello statalismo e della «legalità perduta». «Non siamo rossi, ma capiamo che dobbiamo dare una rappresentanza politica a questa gente», ha dichiarato il capo-comico genovese. Forse alludeva ai tanti signor Rossi della penisola. «Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle», ripete continuamente il Beppe nazionale, «oggi in Italia ci sarebbe la guerra civile»: come non apprezzare la funzione frenante («katecontica») dei grillini. Chissà cosa ne pensano Mario Tronti e Massimo Cacciari, due pesi massimi del «paradigma katecontico».

Io no!

Io no!

Ma dov’era il PD? Questa epocale domanda ha fatto venire in mente ad Adriano Sofri, un tempo lottatore continuo per il “comunismo”, lo slogan che si gridava nelle piazze che contestavano il «compromesso storico» negli anni Settanta , al tempo in cui l’onesto Berlinguer e il pio Moro “inciuciavano” giorno e notte per mettere in sicurezza il Paese: «Il PCI non è qui, è a leccare il culo alla DC!» Che volgarità! In realtà il PCI implementava la sua onesta e dignitosa politica ultrareazionaria di partito borghese «con due palle così», per mutuare la maschia espressione del virile Grillo. Quelle metaforiche palle portarono, fra l’altro, migliaia di giovani «amici del giaguaro» nelle patrie galere e centinaia di migliaia di lavoratori a ingoiare il rospo dell’Austerità – notare la A maiuscola: si trattava, infatti, almeno nelle intenzioni del sobrio Enrico, di un’Austerità non solo economica, ma soprattutto declinata in chiave culturale-antropologica, come quella che oggi chiede Papa Francesco contro la «dittatura del denaro».

Finalmente Norma Rangeri ha di che sorridere; infatti ieri ha visto nella manifestazione romana «Una bella società civile», e anche questo si spiega con la mia assenza dall’evento. «Essere rivoluzionari oggi significa applicare la Costituzione», ha scritto La Rangeri sul Manifesto. Se ricordiamo che per il cosiddetto «quotidiano comunista» anche ingoiare il rospo Dini in chiave antiberlusconiana significò «essere rivoluzionari» nella condizione contingente, capiamo che questa locuzione in bocca a certi “comunisti” rimanda al concetto opposto. D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da chi santifica la Costituzione «più bella del mondo», nonché «nata dalla Resistenza» (cioè dalla continuazione del secondo macello imperialistico con altri mezzi) che ratifica, legittima e difende il lavoro salariato (art. 1), il quale presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento? Democrazia (meglio se «partecipata», «trasparente» e «dal basso»), Costituzione, Lavoro (salariato): è il trittico della conservazione sociale.

«Le scelte del governo Berlusconi e Monti sono all’origine della situazione pesantissima che stiamo vivendo. C’è bisogno di rimettere al centro il lavoro» (Intervista di Landini all’Unità del 18 maggio 2013). A mio modesto avviso l’origine della crisi economico-sociale che travaglia la società italiana va rintracciata nelle «bronzee leggi del Capitale», in generale, e, in particolare, nelle peculiari magagne strutturali (gap sistemico Nord-Sud, spesa pubblica largamente improduttiva e parassitaria, welfare obsoleto, ecc., ecc.) e politico-istituzionali che il Bel Paese si porta dietro da decenni, non da anni. Magagne «strutturali» e «sovrastrutturali» che naturalmente si tengono insieme: di qui l’annosa paura delle classi dirigenti di approntare rigorose «riforme strutturali», salvo trovarsi con le spalle al muro e chiamare la «Patria tutta» alle sue inderogabili responsabilità. Sotto questo aspetto, l’agenda programmatica esposta ieri da Landini non è vecchia: è stravecchia, e facilmente i “liberisti” avranno facile gioco nel dimostrare che se non riparte l’accumulazione capitalistica in grande stile si può «ridistribuire» solo la miseria. La pecora va tosata quando la lana è abbondante, dicevano i socialdemocratici del Nord Europa negli anni Settanta. Ma questi sono problemi di chi vuole tenere in vita la pecora, non per chi le vuole fare la festa.

Cattostatalismo

Cattostatalismo

Dal mio punto di vista c’è bisogno di mettere al centro della teoria e della prassi non il lavoro (salariato), ma la lotta di classe anticapitalistica, a cominciare dalle rivendicazioni “economiche” (lavoro, sussidi ai disoccupati, lotta al taglieggiamento fiscale, ecc.). Naturalmente il mio discorso è rivolto a chi vuole reagire con radicalità contro una realtà sempre più disumana, non certo a chi vuole salvare da “sinistra” il Paese, magari tirando in ballo la necessità di frenare le forze del male (la globalizzazione e la «dittatura dei mercati») per non far precipitare la fine dei tempi adesso che «non siamo ancora pronti». Miseria del «paradigma katecontico»!

Commentando le ultime esternazioni di Papa Francesco («il denaro ci domina», «il denaro deve servire, non dominare», «basta con la dittatura dei mercati»), Giuliano Ferrara, dopo aver giustamente fatto notare che il Santo Padre si muove su un terreno arato dalla teologia sociale della Chiesa almeno da un secolo (dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, senza trascurare la Caritas in Veritate di Benedetto XVI), ha messo in guardia da una lettura «anticapitalistica» dei discorsi francescani. L’esperienza del «Comunismo», ha scritto l’elefantino sul Foglio, dimostra che la «rivoluzione etica» invocata dal Papa è praticabile solo nel seno del Capitalismo, una società difettosa quanto si vuole, ma non certo quanto quella sperimentata ai tempi del «socialismo reale». Nei confronti dei nipotini di Stalin e di Mao, molti dei quali oggi si sono riciclati in guisa chavista, Ferrara ha ragione da vendere.

Vedi anche LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

ANGELA E HORST

Angela-Merkel-youngGratta gratta, ed ecco venire alla luce il passato  politicamente “ambiguo” della Cancelliera di Ferro. Possibile? È quanto cerca di insinuare una nuova biografia, Das erste Leben der Angela M. (La prima vita di Angela M.), dedicata appunto alla vita di Angela Kasner, poi Merkel, nel lungo periodo (la nostra eroina è nata ad Amburgo il 17 luglio 1954) che precede la caduta del Muro di Berlino. Angela e la RDT: a quanto pare un rapporto tutt’altro che lineare e certamente ricco di lati oscuri. Almeno è quello che cercano di dimostrare gli autori della biografia uscita questa settimana in Germania, i giornalisti Ralf Georg Reuth e Günther Lachmann, i quali, secondo Welt Am Sonntag di Berlino, svelano che «i rapporti di Angela con il potere comunista non sono mai stati freddi come lei afferma».

Qui è appena il caso di ricordare che per chi scrive il regime della RDT non ebbe mai nulla a che fare né con il comunismo né con il socialismo, ancorché «reale», visto che la stessa Unione Sovietica, la madre di tutti i «socialismi reali», altro non fu che un Paese a Capitalismo di Stato (peraltro con una cospicua economia “informale”, cioè privata e illegale, che ne dilazionò il crollo) con una fortissima vocazione imperialista. Per questo quando leggo che «In seguito Angela ha studiato fisica all’università Karl Marx di Lipsia», nell’ordine: metto mano alla pistola, mi metto a ridere e penso al povero ubriacone di Treviri, il cui nome è stato appiccicato alle cose più ignobili. Chiudo la parentesi settaria.

Forse l’obiettivo della nuova biografia è mettere in discussione la verginità democratico-cristiana di Angela Merkel, la donna più odiata in Grecia e in qualche altro Paese della periferia europea, o dell’Impero tedesco, per usare il linguaggio guerrafondaio dei francesi. In realtà sembra che l’operazione sia riuscita solo in parte, quanto basta però a gettare benzina sulla già calda competizione elettorale tedesca.

vlcsnap26295A mio modesto parere, e sulla scorta delle poche informazioni che ho ricavato da Welt, è la figura del padre, Horst Kasner, che risulta assai più interessante e a suo modo emblematica di un’intera epoca, quella che portò i nazisti al potere in Germania e quest’ultima alla tremenda catastrofe bellica e post-bellica. Si legge nella biografia: «Suo padre Horst Kasner, pastore protestante che quello stesso anno [1954] si stabilì nella zona di occupazione sovietica con la famiglia, apparteneva proprio a quel giro di teologi per mezzo dei quali i dirigenti dell’Rdt intendevano realizzare la loro concezione politica di Chiesa. Di conseguenza i teologi, che nel socialismo vedevano una valida alternativa al capitalismo occidentale, nel 1958 fondarono a Praga un’organizzazione cristiana internazionale denominata Conferenza cristiana per la pace». In Europa in quel periodo andavano forte anche i «Partigiani della pace», “pacifisti” che pregavano con il viso rivolto verso il Cremlino.

In poche parole, l’abisso nel quale precipitarono i tedeschi, prima sedotti dal grandioso progetto imperialistico hitleriano e poi ridotti a reietti della Civiltà occidentale, a topi di fogna assoggettati al fuoco sterminatore delle democratiche fortezze volanti, non permise nemmeno allo Spirito divino di raggiungere quantomeno la parte “migliore” di quel popolo. «Non prestare orecchio ai predicatori di falsi paradisi»: il monito evidentemente non raggiunse Horst Kasner, il quale forse già negli anni Trenta aveva apprezzato la “dignitosa” miseria collettiva del popolo sovietico, non ancora “corrotto” dal consumismo e non avvezzo ai costumi “lascivi” della Germania weimariana, per non parlare della “corrotta” America, la tana del Demonio. D’altra parte, dopo i campi di sterminio nazisti persino i gulag stalinisti potevano apparire poca cosa a non pochi tedeschi desiderosi di espiare colpe collettive, perché il processo sociale, com’è noto, aiuta a relativizzare tutto. Persino l’orrore può avere diverse sfumature di nero. Di qui, la forza disumana del Dominio.

«Nell’autunno del 1989 il padre di Merkel organizzò nella sua scuola pastorale un convegno di fisici della Germania est intitolato Cos’è l’uomo?». Forse segno che alla fine qualche dubbio circa le passate illusioni “socialiste” s’insinuò nella teologica testa del pastore orientato a “sinistra”, il quale  peraltro cercò invano di spingere la promettente figlia verso il partito socialdemocratico. Probabilmente Angela avrebbe fatto carriera anche in quel partito.

Primo Levi intitolò il suo libro più celebre Se questo è un uomo, un titolo che può essere applicato con ancor più fondamento al libro della vita, anche a quella dei nostri giorni. La risposta alla domanda di Horst Kasner dovrebbe forse partire da qui.

AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI)

Ilda-Boccassini-594x3501. La libido giustizialista degli Anticav

Commentando l’«eversiva» manifestazione berlusconiana di Brescia il vicepresidente del CSM Michele Vietti ha detto che «la magistratura è un potere dello Stato posto a baluardo della legalità» – borghese, aggiungo io con la settaria pignoleria che tanto irrita i miei pochi lettori progressisti. Vietti ha insomma ricordato all’opinione pubblica del Bel Paese, chiamata ancora una volta a dividersi in opposte – quanto egualmente miserabili – tifoserie, un’ovvietà che il pensiero critico-radicale riconosce come tale da sempre.

Stupisce, quindi, che non poche persone che sostengono (millantano?) di essere comunisti «senza se e senza ma» si schierino puntualmente a difesa della magistratura tutte le volte che questa chiama in causa Silvio Berlusconi, una vera e propria ossessione per il progressismo mondiale – il quale, già solo per questo, confessa la propria abissale indigenza intellettuale ed esistenziale, giusto il detto dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei. Si tratta forse di un’intelligente tattica volta a colpire il «nemico principale» per poi fare i conti con il «sistema» (parolina fumosa che non cela affatto l’inconsistenza “dottrinaria” e politica di chi la usa a colazione, a pranzo e a cena) nel suo insieme? È dunque possibile servirsi del Leviatano nella lotta «antisistema»? Nicchio, tentenno. Purtroppo queste vertiginose altezze dialettiche sono per me inarrivabili. Al punto di credere che anche quando, mi correggo: soprattutto quando un «potere dello Stato» colpisce un uomo di potere il Leviatano conferma e rafforza la sua presa politica e ideologica sugli individui, conferma e potenzia la sua funzione di cane da guardia dello status quo. La mosca cocchiera in guisa di intelligente stratega farebbe bene a non agitarsi troppo: il Leviatano che le sta dietro potrebbe trarne piaceri… berlusconiani…

saviano2. Per un antisavianismo di classe…

In occasione di una sentenza che ha dato torto a Saviano, icona dell’italica gente perbene (e quindi non del sottoscritto), Mario Lucio ha scritto su Polisblog dell’11 maggio quanto segue: «Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuovere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto». Condivido, almeno in parte, e rimando a due post: La natura criminale della mafia e Mafia 2.0.

Ma qual è «il punto» secondo Lucio? Vediamolo: «Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo». Sull’ultrareazionario, più che sterile, moralismo dello scrittore napoletano di successo rimando a un mio post dell’anno scorso. Lucio ha esposto un punto di vista critico-progressista su Saviano e sulla società.

Il punto di vista critico-radicale mette in questione gli stessi concetti di legalità e illegalità declinati sulla scorta di una concezione pattizia (contrattualistica, insomma borghese) delle relazioni sociali. Se non si comprende che il diritto (ad esempio, anche quello codificato nella «Costituzione più bella del mondo») è chiamato a supportare le diverse, e a volte contraddittorie, esigenze del dominio sociale capitalistico, le critiche al «savianismo», ossia al giustizialismo e al moralismo più o meno d’accatto, non colgono il cuore del problema, perché rimangono impigliate nella maligna dialettica che informa il processo sociale. Soprattutto connettere la cosiddetta illegalità al «neoliberismo» significa non aver compreso l’essenza violenta, espansiva e disumana del Capitalismo tout court. Qualitativamente la mafia – come le altre organizzazioni “criminali” – è fatta della stessa sostanza che dà corpo e movimento all’hobbesiana «società civile». Criminale, dal mio punto di vista, è innanzitutto la società fondata sul profitto e sussunta sotto ai sempre più totalitari imperativi categorici dell’economia. Chi decide della “legalità” ovvero dell’”illegalità” delle prassi volte a intercettare la ricchezza sociale è sempre la fazione più forte delle classi dominanti. A questo proposito mi viene in mente quanto ebbe a scrivere una volta Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti, I, p. 11, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto presuppone e dispiega una potenza sociale; esso è, con assoluta necessità, violenza di classe concentrata e razionalizzata, e la sua intima essenza viene illuminata a giorno proprio quando le classi dominanti producono, il più delle volte senza averne coscienza, nuovo diritto, anche sotto forma di «illegalità». È questa concezione della legalità (borghese) che l’autentico anticapitalista deve cercare di far penetrare nel seno delle classi dominate, per aiutarle a riconoscere il cerchio stregato dell’ideologia dominante che ne sanziona l’impotenza sociale. La stessa riflessione intorno al «modello di democrazia» alternativa a quella rappresentativa oggi in crisi deve fare i conti, se non vuole essere sterile, chimerica e ideologica, con il totalitarismo sociale cui accennavo prima a proposito degli imperativi categorici dettati dal Capitale, nazionale e internazionale.

Anche il non meglio definito «modello di sviluppo» alternativo a quello attuale evocato da Lucio fa indubbiamente i conti con decenni di menzogne vendute sul mercato mondiale delle ideologie dai sostenitori del cosiddetto «socialismo reale», il quale per me è sempre stato un Capitalismo di Stato per l’essenziale identico al Capitalismo «liberista» vigente nei Paesi alleati degli Stati Uniti. Per questo non biasimo affatto chi cerca di essere prudente quando si tratta di individuare «modelli di società» alternativi a quelli che abbiamo conosciuto in Occidente: troppo spesso molti hanno comprato robaccia credendo di acquistare una concreta speranza di liberazione. Se insisto nella mia critica dello stalinismo non è per partito preso, o per fissare lo sguardo al passato, ma piuttosto per fondare meglio la lotta contro il Moloch del presente in vista del possibile futuro «dal volto umano».