DA LANDINI A PAPA FRANCESCO. Riflessioni rigorosamente antikatecontiche.

La bella società civile

La bella società civile

Il simpatico Maurizio Landini ha dichiarato, ancor prima che la manifestazione sinistrese di ieri avesse luogo, che «Nel corteo c’è la parte migliore del Paese». Questo spiega senz’altro l’assenza di chi scrive, che ovviamente nessuno ha notato. Ma come spiegare l’assenza del Partito democratico? «Il Pd non si imbarazzi a partecipare», aveva detto Landini all’Unità facendo finta di fumare il calumet della pace. Ma il Partito dell’ex sindacalista Epifani evidentemente ha trovato qualche motivo di imbarazzo nel partecipare a una manifestazione cha ha sancito la nascita della «sinistra che non c’è», la quale ieri aveva il volto dei rifondatori dello statalismo e della «legalità perduta». «Non siamo rossi, ma capiamo che dobbiamo dare una rappresentanza politica a questa gente», ha dichiarato il capo-comico genovese. Forse alludeva ai tanti signor Rossi della penisola. «Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle», ripete continuamente il Beppe nazionale, «oggi in Italia ci sarebbe la guerra civile»: come non apprezzare la funzione frenante («katecontica») dei grillini. Chissà cosa ne pensano Mario Tronti e Massimo Cacciari, due pesi massimi del «paradigma katecontico».

Io no!

Io no!

Ma dov’era il PD? Questa epocale domanda ha fatto venire in mente ad Adriano Sofri, un tempo lottatore continuo per il “comunismo”, lo slogan che si gridava nelle piazze che contestavano il «compromesso storico» negli anni Settanta , al tempo in cui l’onesto Berlinguer e il pio Moro “inciuciavano” giorno e notte per mettere in sicurezza il Paese: «Il PCI non è qui, è a leccare il culo alla DC!» Che volgarità! In realtà il PCI implementava la sua onesta e dignitosa politica ultrareazionaria di partito borghese «con due palle così», per mutuare la maschia espressione del virile Grillo. Quelle metaforiche palle portarono, fra l’altro, migliaia di giovani «amici del giaguaro» nelle patrie galere e centinaia di migliaia di lavoratori a ingoiare il rospo dell’Austerità – notare la A maiuscola: si trattava, infatti, almeno nelle intenzioni del sobrio Enrico, di un’Austerità non solo economica, ma soprattutto declinata in chiave culturale-antropologica, come quella che oggi chiede Papa Francesco contro la «dittatura del denaro».

Finalmente Norma Rangeri ha di che sorridere; infatti ieri ha visto nella manifestazione romana «Una bella società civile», e anche questo si spiega con la mia assenza dall’evento. «Essere rivoluzionari oggi significa applicare la Costituzione», ha scritto La Rangeri sul Manifesto. Se ricordiamo che per il cosiddetto «quotidiano comunista» anche ingoiare il rospo Dini in chiave antiberlusconiana significò «essere rivoluzionari» nella condizione contingente, capiamo che questa locuzione in bocca a certi “comunisti” rimanda al concetto opposto. D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da chi santifica la Costituzione «più bella del mondo», nonché «nata dalla Resistenza» (cioè dalla continuazione del secondo macello imperialistico con altri mezzi) che ratifica, legittima e difende il lavoro salariato (art. 1), il quale presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento? Democrazia (meglio se «partecipata», «trasparente» e «dal basso»), Costituzione, Lavoro (salariato): è il trittico della conservazione sociale.

«Le scelte del governo Berlusconi e Monti sono all’origine della situazione pesantissima che stiamo vivendo. C’è bisogno di rimettere al centro il lavoro» (Intervista di Landini all’Unità del 18 maggio 2013). A mio modesto avviso l’origine della crisi economico-sociale che travaglia la società italiana va rintracciata nelle «bronzee leggi del Capitale», in generale, e, in particolare, nelle peculiari magagne strutturali (gap sistemico Nord-Sud, spesa pubblica largamente improduttiva e parassitaria, welfare obsoleto, ecc., ecc.) e politico-istituzionali che il Bel Paese si porta dietro da decenni, non da anni. Magagne «strutturali» e «sovrastrutturali» che naturalmente si tengono insieme: di qui l’annosa paura delle classi dirigenti di approntare rigorose «riforme strutturali», salvo trovarsi con le spalle al muro e chiamare la «Patria tutta» alle sue inderogabili responsabilità. Sotto questo aspetto, l’agenda programmatica esposta ieri da Landini non è vecchia: è stravecchia, e facilmente i “liberisti” avranno facile gioco nel dimostrare che se non riparte l’accumulazione capitalistica in grande stile si può «ridistribuire» solo la miseria. La pecora va tosata quando la lana è abbondante, dicevano i socialdemocratici del Nord Europa negli anni Settanta. Ma questi sono problemi di chi vuole tenere in vita la pecora, non per chi le vuole fare la festa.

Cattostatalismo

Cattostatalismo

Dal mio punto di vista c’è bisogno di mettere al centro della teoria e della prassi non il lavoro (salariato), ma la lotta di classe anticapitalistica, a cominciare dalle rivendicazioni “economiche” (lavoro, sussidi ai disoccupati, lotta al taglieggiamento fiscale, ecc.). Naturalmente il mio discorso è rivolto a chi vuole reagire con radicalità contro una realtà sempre più disumana, non certo a chi vuole salvare da “sinistra” il Paese, magari tirando in ballo la necessità di frenare le forze del male (la globalizzazione e la «dittatura dei mercati») per non far precipitare la fine dei tempi adesso che «non siamo ancora pronti». Miseria del «paradigma katecontico»!

Commentando le ultime esternazioni di Papa Francesco («il denaro ci domina», «il denaro deve servire, non dominare», «basta con la dittatura dei mercati»), Giuliano Ferrara, dopo aver giustamente fatto notare che il Santo Padre si muove su un terreno arato dalla teologia sociale della Chiesa almeno da un secolo (dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, senza trascurare la Caritas in Veritate di Benedetto XVI), ha messo in guardia da una lettura «anticapitalistica» dei discorsi francescani. L’esperienza del «Comunismo», ha scritto l’elefantino sul Foglio, dimostra che la «rivoluzione etica» invocata dal Papa è praticabile solo nel seno del Capitalismo, una società difettosa quanto si vuole, ma non certo quanto quella sperimentata ai tempi del «socialismo reale». Nei confronti dei nipotini di Stalin e di Mao, molti dei quali oggi si sono riciclati in guisa chavista, Ferrara ha ragione da vendere.

Vedi anche LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI)

Ilda-Boccassini-594x3501. La libido giustizialista degli Anticav

Commentando l’«eversiva» manifestazione berlusconiana di Brescia il vicepresidente del CSM Michele Vietti ha detto che «la magistratura è un potere dello Stato posto a baluardo della legalità» – borghese, aggiungo io con la settaria pignoleria che tanto irrita i miei pochi lettori progressisti. Vietti ha insomma ricordato all’opinione pubblica del Bel Paese, chiamata ancora una volta a dividersi in opposte – quanto egualmente miserabili – tifoserie, un’ovvietà che il pensiero critico-radicale riconosce come tale da sempre.

Stupisce, quindi, che non poche persone che sostengono (millantano?) di essere comunisti «senza se e senza ma» si schierino puntualmente a difesa della magistratura tutte le volte che questa chiama in causa Silvio Berlusconi, una vera e propria ossessione per il progressismo mondiale – il quale, già solo per questo, confessa la propria abissale indigenza intellettuale ed esistenziale, giusto il detto dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei. Si tratta forse di un’intelligente tattica volta a colpire il «nemico principale» per poi fare i conti con il «sistema» (parolina fumosa che non cela affatto l’inconsistenza “dottrinaria” e politica di chi la usa a colazione, a pranzo e a cena) nel suo insieme? È dunque possibile servirsi del Leviatano nella lotta «antisistema»? Nicchio, tentenno. Purtroppo queste vertiginose altezze dialettiche sono per me inarrivabili. Al punto di credere che anche quando, mi correggo: soprattutto quando un «potere dello Stato» colpisce un uomo di potere il Leviatano conferma e rafforza la sua presa politica e ideologica sugli individui, conferma e potenzia la sua funzione di cane da guardia dello status quo. La mosca cocchiera in guisa di intelligente stratega farebbe bene a non agitarsi troppo: il Leviatano che le sta dietro potrebbe trarne piaceri… berlusconiani…

saviano2. Per un antisavianismo di classe…

In occasione di una sentenza che ha dato torto a Saviano, icona dell’italica gente perbene (e quindi non del sottoscritto), Mario Lucio ha scritto su Polisblog dell’11 maggio quanto segue: «Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuovere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto». Condivido, almeno in parte, e rimando a due post: La natura criminale della mafia e Mafia 2.0.

Ma qual è «il punto» secondo Lucio? Vediamolo: «Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo». Sull’ultrareazionario, più che sterile, moralismo dello scrittore napoletano di successo rimando a un mio post dell’anno scorso. Lucio ha esposto un punto di vista critico-progressista su Saviano e sulla società.

Il punto di vista critico-radicale mette in questione gli stessi concetti di legalità e illegalità declinati sulla scorta di una concezione pattizia (contrattualistica, insomma borghese) delle relazioni sociali. Se non si comprende che il diritto (ad esempio, anche quello codificato nella «Costituzione più bella del mondo») è chiamato a supportare le diverse, e a volte contraddittorie, esigenze del dominio sociale capitalistico, le critiche al «savianismo», ossia al giustizialismo e al moralismo più o meno d’accatto, non colgono il cuore del problema, perché rimangono impigliate nella maligna dialettica che informa il processo sociale. Soprattutto connettere la cosiddetta illegalità al «neoliberismo» significa non aver compreso l’essenza violenta, espansiva e disumana del Capitalismo tout court. Qualitativamente la mafia – come le altre organizzazioni “criminali” – è fatta della stessa sostanza che dà corpo e movimento all’hobbesiana «società civile». Criminale, dal mio punto di vista, è innanzitutto la società fondata sul profitto e sussunta sotto ai sempre più totalitari imperativi categorici dell’economia. Chi decide della “legalità” ovvero dell’”illegalità” delle prassi volte a intercettare la ricchezza sociale è sempre la fazione più forte delle classi dominanti. A questo proposito mi viene in mente quanto ebbe a scrivere una volta Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti, I, p. 11, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto presuppone e dispiega una potenza sociale; esso è, con assoluta necessità, violenza di classe concentrata e razionalizzata, e la sua intima essenza viene illuminata a giorno proprio quando le classi dominanti producono, il più delle volte senza averne coscienza, nuovo diritto, anche sotto forma di «illegalità». È questa concezione della legalità (borghese) che l’autentico anticapitalista deve cercare di far penetrare nel seno delle classi dominate, per aiutarle a riconoscere il cerchio stregato dell’ideologia dominante che ne sanziona l’impotenza sociale. La stessa riflessione intorno al «modello di democrazia» alternativa a quella rappresentativa oggi in crisi deve fare i conti, se non vuole essere sterile, chimerica e ideologica, con il totalitarismo sociale cui accennavo prima a proposito degli imperativi categorici dettati dal Capitale, nazionale e internazionale.

Anche il non meglio definito «modello di sviluppo» alternativo a quello attuale evocato da Lucio fa indubbiamente i conti con decenni di menzogne vendute sul mercato mondiale delle ideologie dai sostenitori del cosiddetto «socialismo reale», il quale per me è sempre stato un Capitalismo di Stato per l’essenziale identico al Capitalismo «liberista» vigente nei Paesi alleati degli Stati Uniti. Per questo non biasimo affatto chi cerca di essere prudente quando si tratta di individuare «modelli di società» alternativi a quelli che abbiamo conosciuto in Occidente: troppo spesso molti hanno comprato robaccia credendo di acquistare una concreta speranza di liberazione. Se insisto nella mia critica dello stalinismo non è per partito preso, o per fissare lo sguardo al passato, ma piuttosto per fondare meglio la lotta contro il Moloch del presente in vista del possibile futuro «dal volto umano».

CONTRORDINE COMPAGNUCCI! Grillo ridiventa “fascista”.

580432_157448497752658_200055440_nGli stessi sinistrati che sino a qualche ora fa insultavano i leader del PD per aver trattato il movimento di Grillo alla stregua di un’anomalia politica da ricondurre al più presto a ragione, oggi riscoprono l’anima “fascista” e “xenofoba” del Capocomico. «Sei un fascista», ha sobriamente detto Nichi Narrazione Vendola allo statista genovese calato ieri su Roma per risolvere i fondamentali problemi di organizzazione politica che rischiano di depotenziare la “spinta propulsiva” del Movimento pentastellato. È lo stesso politico sinistrorso che ancora l’altro ieri accarezzava la barba “progressista” del genovese rimasta impigliata nello ius soli. Inutile dire che il narratore luogocomunista che «piace tanto alla gente che piace» (come Bertinotti) lavora per assorbire almeno una parte, «quella buona», del M5S. A sua volta quest’ultimo lavora per fagocitare almeno una parte, naturalmente «quella buona», del centrosinistra.

austerity-ap-258Detto che la discussione intorno allo ius soli (“radicale” come lo vorrebbero Laura Boldrini e Cécile Kyenge, ovvero “temperato” come auspicano Pietro Grasso e Gianfranco Fini) è da anni aperta in tutto lo spazio europeo, come giustamente fa notare Grillo alla «sinistra che la trionferà (ma sempre a spese degli italiani)»; detto questo, più che al “fascismo” e alla “xenofobia” del castiga-casta genovese, premiato da un elettorato assetato di metaforico – per adesso – sangue,   l’attenzione di chi non è interessato allo scontro tra le opposte (ma convergenti) tifoserie di Miserabilandia dovrebbe piuttosto concentrasi su questo punto: sono soprattutto le classi subalterne che subiscono il fascino dei razzisti. Perché? In attesa di riprendere il discorso, pubblico dei brani tratti da un mio post del 2010 dedicato ai fatti sanguinosi di Rosarno come contributo alla riflessione.

Members of the Greek far-right ultra natNon prima di aggiungere che a mio avviso chi pensa che il prendere corpo di movimenti autoritari e xenofobi in tutti i Paesi del Vecchio Continente abbia il senso di un «ritorno al passato» sbaglia di grosso. La crisi sociale (economica, politica, culturale, psicologica) che ha infranto i sogni europeisti ha solo messo a nudo una maligna radice che non è mai seccata. Si chiama Dominio capitalistico. Non è il passato che ritorna, è la società capitalistica che continua a vivere a spese dell’umano. Chi intende lottare contro i movimenti razzisti d’ogni tipo e favorire l’unione dei dominati di tutti i colori deve tenere bene in mente quanto appena detto, per non ripetere sempre di nuovo le prassi (ad esempio quelle ispirate dall’ideologia del male minore) che puntualmente finiscono per rafforzare il Dominio.

***

 I noti eventi di Rosarno offrono l’occasione per una riflessione sulla società italiana auspicabilmente non banale, non luogocomunista e, soprattutto, non irretita negli interessi e nella prospettiva delle classi dominanti di questo Paese.

… In questa brutta vicenda il razzismo e il coinvolgimento della mafia locale sono le ultime cose che dobbiamo prendere in considerazione. Si badi bene, non perché l’uno e l’altro non abbiano avuto alcun ruolo nello svolgersi dei fatti, o perché in generale non abbiano una loro reale consistenza, bensì perché porli al centro della riflessione non spiega un bel nulla e non ci aiuta a capire. E invece abbiamo un gran bisogno di capire, perché Rosarno è solo un sintomo di qualcosa di ben più grave. No, non si tratta affatto di una malattia, si tratta piuttosto della fisiologia della società basata sul profitto; si tratta di una micidiale normalità che si dà in modo differente nelle diverse aree del Paese e del mondo. Chi ragiona in termini di patologia sociale nasconde a sé e agli altri la «banalità del male», anzi la sua radicalità.

Più che cause, il razzismo della popolazione di Rosarno e la presenza sulla scena del delitto della mafia autoctona rappresentano un epifenomeno, una concausa di secondo livello, ma certamente non la risposta dirimente, la quale va cercata nelle contraddizioni sociali complessive di questo Paese, ancora alle prese, anzi sempre più alle prese, con la rancida «questione meridionale». Ma la più fresca «questione settentrionale» ha cambiato le regole del gioco, ponendo su un terreno completamente nuovo gli annosi problemi posti allo sviluppo capitalistico italiano dal secolare dualismo macroregionale Nord-Sud. E quando parlo di sviluppo capitalistico non mi riferisco solo alla struttura economica del Paese, ma alla società italiana nel suo complesso, perché soprattutto nel XXI secolo la struttura sociale delle nazioni è un tutto sempre più unitario e integrato. Il principio che la unifica in un tutto integrato è il capitale, è la ricerca spasmodica del vitale profitto, è la necessità di trovarsi tra le mani, giorno dopo giorno, anno dopo anno fino alla morte, il vitale (altro che «vile»!) denaro. Sbaglia chi pensa che sto andando fuori tema, perché i fatti di Rosarno, al netto di tutte le balle che sono state dette e scritte, evocano a gran voce il Dio Profitto e il Dio Denaro. Eccome se li evocano! Ma evocano anche il pauroso baratro nel quale si è cacciata l’intera umanità. … Conviene partire proprio dall’epifenomeno, dal «razzismo del popolo di Rosarno», e chiederci come mai il razzismo alligna soprattutto presso gli strati inferiori del corpo sociale, e questo naturalmente non solo nell’amena cittadina calabrese, ma un po’ in tutto il Paese e in tutti i paesi del mondo. Intanto, di passata, mi sia consentito di dare un piccolo calcio al rassicurante luogo comune per cui gli italiani non sarebbero, nel loro più profondo «DNA», razzisti: come se il razzismo fosse una connotazione nazionale o, addirittura, «antropologica»: i tedeschi, tanto per citare un popolo a caso, sono forse razzisti «di loro»? Mi sembra che il gene del razzismo non sia stato ancora individuato, ma è anche vero che di biologia me ne intendo assai poco. «Italiani, brava gente». E chi può metterlo in discussione! Ne sanno qualcosa gli africani del secolo scorso, massacrati ai bei tempi dell’Italia liberale e poi fascista, e ne sanno qualcosa gli africani di questo secolo e di questi giorni. Anche i parenti degli albanesi finiti sott’acqua al largo di Otranto alla fine degli anni Novanta, ad opera di una democratica nave della Marina Militare Italiana (mi sembra sotto il governo di baffino D’Alema, sostenuto dai rifondatori stalinisti), ne sanno qualcosa. Ma chiudiamo l’antipatriottica divagazione, e ritorniamo alla domanda: perché il razzismo si diffonde con tanta facilità e rapidità soprattutto tra «gli ultimi»?

La risposta è tutt’altro che difficile, è anzi alla portata di tutti e infatti tutti la conoscono, ma solo pochissimi ne colgono il reale significato e la reale portata sociale, e non per l’ignoranza delle masse o per la malafede delle classi dominanti, ma in grazia dell’interesse (declinato in tutti i modi possibili e immaginabili), il più forte consigliere della storia. Non è difficile capire che chi sta ai piani alti dell’edificio sociale può permettersi il lusso dell’umana comprensione, della tolleranza, del cosmopolitismo e della filantropia (la forma borghese della vecchia carità cristiana), anche perché tali eccellenti disposizioni d’animo sono altrettanto olio lubrificante cosparso sui duri ingranaggi del meccanismo sociale, rappresentano il balsamo spalmato su un corpo sociale sempre più brutalizzato dagli interessi economici. Dove c’è un soldato che squarta, che brucia e che violenta, deve esserci pure qualcuno che si occupa dei morti e dei feriti; e insieme, Caino e Abele, la bestia assetata di sangue e la crocerossina devota a chi ha avuto la peggio nel duello, costituiscono il sistema della guerra. Insieme e da sempre lupo e agnello mandano avanti, ognuno a modo suo, la comune impresa.

A Rosarno, nelle calde giornate del furore bianconero (e non parlo di calcio…), non c’erano in giro solo malavitosi provocatori, cittadini in preda al panico e all’odio, orde di «negri» accecati di rabbia e forze dell’ordine in assetto di guerra; si aggiravano, tra i cassonetti dell’immondizia e le auto bruciate, anche alcuni uomini di «buona volontà» che facevano appello al buon senso «di tutti», e che aiutavano i feriti di entrambe le fazioni. Pochissimi, è vero, ma c’erano, in ossequio al motto antiumano che recita: anche in mezzo al peggio può esserci un po’ di bene. Amen! D’altra parte, al momento opportuno, quando le condizioni lo rendono possibile e necessario, l’agnello sa bene come usare il lupo, e non rare volte la storia ci ha presentato la stupefacente trasformazione del primo nel secondo: l’agnello perde il bianco pelo e acquista il vizio del lupo. In natura questo non sarebbe possibile, è evidente, ma nella società accadono cose misteriose che, come diceva il poeta, non sarebbero possibili in tutto il firmamento.

… Chi vive nei piani bassi, invece, è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwinistica lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata «lotta tra i poveri», della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali e immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde.

… La recente crisi economica ha reso ancora più risibile la balla raccontata dagli uomini di buna volontà per dare una copertura politico-ideologica al supersfruttamento degli extracomunitari: infatti, non pochi meridionali disoccupati oggi accettano gli anoressici salari oggi pagati ai lavoratori stranieri. La crisi ha insomma risospinto i «bianchi» verso il nuovo mercato del lavoro precipitato al giusto livello competitivo grazie ai «neri», ai «gialli» e via di seguito. In prospettiva questo processo è destinato a creare non poche tensioni nel seno della classe dominata, soprattutto nei suoi strati più deboli e marginali (uno “status”, questo, in continua fluttuazione), sempre più potenzialmente ricettivi nei confronti di qualsiasi discorso che promettesse una soluzione definitiva («finale»…) dei loro problemi. La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma non è affatto detto che la farsa di domani sarà meno violenta e sanguinosa della tragedia di ieri. Come scriveva Max Horkheimer, «di irrevocabile, nella storia, c’è solo il male: le possibilità non realizzate, la felicità mancata, gli assassinî con o senza procedura giuridica, e tutto ciò che il dominio arreca all’uomo» (Lo Stato autoritario). Pessimismo cosmico? No, pessima è la realtà. Intanto, non pochi italiani di cultura ebraica, seguendo da casa gli eventi di Rosarno, hanno istintivamente portato la mano alla cintura, alla ricerca della metaforica pistola. A Rosarno, però, ha sparato un fucile vero, contro i «negri», i quali hanno avuto il cattivo gusto di arrabbiarsi, a casa d’altri!

… Improvvisamente, un giorno di gennaio del 2010 tutti hanno “scoperto” l’esistenza del lavoro schiavistico nel XXI secolo, e in un Paese che nel suo piccolo rappresenta ancora la crema della civiltà Occidentale (leggi: capitalistica). Passi per la Cina, per l’India, per il Bangladesh; d’altra parte, occhio che non vede… E poi, per i cittadini più sensibili – e danarosi –, c’è sempre la possibilità dell’adozione a distanza dei bimbi dei diseredati, che fa tanto solidarietà – e, soprattutto, scarico di coscienza. Ma vedere quell’estremo sfruttamento in Italia! E tutti hanno improvvisamente “scoperto” che il nero popolo dell’abisso precipitato nell’inferno di Rosarno (provincia del mondo, non solo di Reggio Calabria) viveva in condizioni a dir poco rivoltanti. Al confronto, gli schiavi «classici» dell’antichità godevano, se così posso esprimermi, di uno status sociale più «dignitoso», se confrontato con quello degli schiavi salariati cacciati da Rosarno, non fosse altro per il fatto che i primi, a differenza dei secondi, costituivano un investimento prezioso per il proprietario terriero, uno strumento di lavoro da far durare il più a lungo possibile. Oggi lo schiavo salariato «negro» vale così poco sul mercato, che quando il capitale non sa più che farsene lo caccia senz’altro dalla gleba, allestendo nel giro di ventiquattrore pogrom postmoderni e deportazioni coi fiocchi, con tanto di giornalisti e cameraman al seguito. Anche il prossimo sterminio di massa finirà in prima serata? Già i massmediologi si interrogano, mentre il più pratico e solerte Bruno Vespa ha commissionato il plastico di una camera a gas; non si sa mai, la concorrenza mediatica è forte e non bisogna lasciarsi fregare dagli eventi.

Certo, gli schiavi dei nostri tempi godono di grande libertà, compresa quella di crepare di fame e di accettare salari sempre più infami, in attesa della prossima provocazione che li spingerà a mostrarsi al cinico occhio dell’opinione pubblica nazionale nei panni del solito branco di «negri» violenti, nonché sporchi, cattivi e ingrati (pure!), e perciò senz’altro meritevoli di venir deportati da un posto all’altro, da un inferno all’altro, fino al giorno della soluzione finale, che non necessariamente prevede l’uscita dei «negri» dai camini. Anche perché bisognerebbe fare i conti con l’impatto ambientale della faccenda; occorrono strategie socialmente più sostenibili. «Ma non sarebbe meglio, più giusto, più umano, aiutarli a casa loro?», domandano i «leghisti di fatto» di Rosarno. «Certo che è meglio!», risponde la leghista di diritto eletta a Lampedusa, nelle cui stupende acque non s’era mai vista tanta abbondanza di pesci. «Vuoi vedere che al pesce piace il negro?»: è una delle battute più gettonate nell’estrema propaggine del Bel Paese. Quanta cinica verità, in quelle odiose parole.

Come riemergere dall’abisso dentro il quale è precipitata l’intera umanità? Inutile coltivare facili illusioni, anche perché abbiamo imparato a sopravvivere in quell’abisso, al punto che non lo esperiamo più come tale. Abbiamo imparato a dare del «tu» persino all’orrore. Non ci sono soluzioni facili, purtroppo. Solo per non continuare a precipitare, per resistere a ulteriori sprofondamenti, i lavoratori d’ogni colore, sesso, religione e quant’altro dovrebbero coalizzarsi in nuovi organismi del tutto autonomi rispetto agli attuali sindacati nazionali, veri e propri strumenti di dominio nelle mani del capitale e dello Stato. E dovrebbero dichiarare subito guerra alla politica delle compatibilità. «Ma così il sistema delle imprese italiane andrebbe a quel paese!», rispondono tutte le persone che hanno a cuore l’interesse nazionale. E hanno perfettamente ragione. Infatti, si tratta di scegliere tra il Sacro interesse nazionale – che da sempre esprime l’interesse delle classi dominanti – e il più profano interesse delle classi dominate, le cui condizioni di lavoro e di vita peggiorano sempre di nuovo, compromesso dopo compromesso, «senso di responsabilità» dopo «senso di responsabilità», «compatibilità» dopo «compatibilità», avendo come loro limite inferiore l’esistenza dei «negri» e dei «gialli». E questo non a causa della cattiva volontà politica di qualcuno, come ci dicono i progressisti di tutto il mondo da circa un secolo a questa parte, ma in grazia dell’intima e incoercibile natura del dominio sociale vigente. E’ vero, «il pesce puzza dalla testa», come dicono i meridionali, ma qui la testa non è il Berlusconi di turno, ma il capitale, il vero soggetto attivo di questa epoca storica, il mostro che tutti i santi giorni ci ingiunge di guadagnarci in qualche modo la metaforica (ma per qualcuno ben reale!) pagnotta: chi sfruttando il lavoro degli altri, chi lavorando, chi rubando, chi trafficando in droga e armi, e così via, lungo la quasi infinita filiera del profitto e del denaro.

Le chiacchiere sulla «volontà politica» stanno a zero e hanno il solo significato di ingannare le classi dominate, le uniche che potrebbero rimettere in moto la storia. «Ma siamo tutti sulla stessa barca: se affonda il capitale affonda pure il lavoro!» Qui occorre fare una quasi insignificante precisazione: col Capitale affonderebbe il lavoro salariato, il lavoro nella sua attuale forma di merce che valorizza altra merce, non il lavoro tout court, che è un dato inestinguibile della prassi sociale umana.

… Non sono così ingenuo da pensare che la comunità dell’uomo in quanto uomo sia dietro l’angolo, e anzi so benissimo che l’attualità del dominio oggi annichilisce la possibilità della liberazione. Ma ho anche capito che «La smisurata dimensione del potere diventa l’unico ostacolo che proibisce la veduta della sua superfluità» (M. Horkheimer). Invito a guardare da questa prospettiva anche il prezioso lavoro politico teso a diffondere presso i lavoratori la necessità e l’urgenza dell’autorganizzazione, contro la micidiale «logica» della delega e delle compatibilità. È, a mio modesto avviso, la sola prospettiva che può dare coerenza e forza a quell’impegno, che può renderlo fino a un certo punto immune alle astutissime strategie del dominio.