QUALCHE – DISORDINATA – RIFLESSIONE SU ANTIFASCISMO E ANTICAPITALISMO

Mutuando la teologia di Santa Romana Chiesa,
non è poi così blasfemo, sul piano dottrinale,
dire che il Dominio scrive diritto per linee storte.

Ritorno brevemente sul cosiddetto antifascismo militante un po’ perché sollecitato dal gran parlare di un «ritorno del fascismo» in diversi Paesi del Vecchio Continente, sempre più lacerato dai morsi della crisi sistemica. I casi della Grecia e dell’Ungheria sono solo quelli più eclatanti. Il Capocomico di Geneva ha detto che senza il suo movimento «la Casta» del Bel Paese oggi dovrebbe fare i conti non con gli onesti, ancorché “antipolitici”, grillini, ma con i ben più pericolosi e rabbiosi neofascisti. Forse è un’esagerazione, ma vale a segnalare lo spirito dei tempi, per dir così. Intanto è nata la sezione italiana di Alba Dorata: la Lega Nord è avvertita. Ma vi ritorno soprattutto per offrire il mio modesto contributo alla definizione di una corretta linea politica anticapitalistica.

Chi legge i miei post ha certamente capito che non sono tra quelli che, pur impegnati in una lotta anticapitalistica «senza se e senza ma», mettono la lotta al fascismo «di ieri, di oggi e di domani» al primo posto nella loro iniziativa politica, finendo il più delle volte per far prevalere di gran lunga l’antifascismo sull’anticapitalismo. Se la cosa non trova quasi mai una sua puntuale teorizzazione, certamente essa finisce per caratterizzare la prassi di molti militanti che professano un anticapitalismo che alla prova dei fatti paga un prezzo assai salato in termini di codismo democratico e di assenza di autonomia di classe. Di fatto essi concepiscono il fascismo come il Male Assoluto, rispetto al quale ogni altra questione connessa alla natura contraddittoria della società capitalistica diventa secondaria, passa in secondo piano, venendo di fatto collocata in una prospettiva millenaristica. Per questa via la stringente e feconda dialettica tra tattica e strategia, presente e futuro sfuma nell’irrilevanza di un attivismo “anticapitalista” inconcludente, almeno ai fini della rivoluzione sociale. L’«antifascismo militante» diventa una patetica caricatura della lotta di classe e della rivoluzione.

C’è poi l’anticapitalista che finisce per identificare senz’altro il fascismo con il Capitalismo, o, più spesso, con una sua versione particolarmente “selvaggia”: quella cosiddetta neoliberista. L’identificazione di Fascismo del XXI secolo o Fascismo 2.0 con l’ideologia neoliberista, espressione del «nuovo Capitalismo finanziarizzato», è più che un’illazione.

L’antifascismo come «momento tattico di una strategia politica di più lungo respiro» suona ormai alle mie orecchie come un vecchio e pessimo ritornello, come il mantra di chi fissa la Rivoluzione Sociale “dura e pura” al trentadue del mese successivo. Mese dopo mese, anno dopo anno: «intanto facciamo i conti col «fascismo che avanza». Per molti anticapitalisti il fascismo «avanza» praticamente dalla fine del Ventennio in poi, rendendo necessaria una permanente allerta democratica, «perché come insegnano Marx, Engels e Lenin è nella democrazia che la lotta di classe può dispiegarsi con maggiore forza, fino alla vittoria finale». Siamo proprio sicuri di questo? Anche sulla scorta dell’ultimo secolo di prasi sociale mondiale (ma potrei spingermi ancora più indietro, fino ai successi elettorali e sindacali della socialdemocrazia europea negli anni Novanta del XIX secolo) mi permetto di dissentire con il luogo comune “marxista” appena riportato.

Inutile dire che sulla concezione ideologica “anticapitalista” mainstream in Italia pesa ancora il retaggio dell’antifascismo interclassista di matrice resistenziale, che ebbe nel PCI stalinizzato di Togliatti la sua punta di diamante. Si capisce, al netto degli appelli ai fratelli in camicia nera: correva l’anno 1936 quando Mario Montagna sostenne – «suscitando riserve ma non scandalo», come scrive Paolo Spriano nella sua Storia del PCI – che «il partito deve avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo» ma di democratizzarlo e migliorarlo, almeno “tatticamente”; Di Vittorio disse che «democrazia non è un termine ben accetto alle masse», e il compagno Ciufoli si batté affinché il PCI facesse «suo il programma fascista del 1919 per colmare il vuoto che esiste ancora tra noi e le masse» (P. Spriano, Storia del PCI, p. 96, L’Unità-Einaudi, 1990). Essere sempre in sintonia con «le larghe masse» è uno dei cardini della politica interclassista.  Poi vi fu l’adesione al Patto nazi-stalinista alla vigilia del secondo macello imperialistico, ma questa è tutta roba stravecchia. Ricordarla di tanto in tanto però non può certo far male, considerato il discreto seguito di cui gode ancora ai nostri giorni la tradizione del “comunismo” italiano.

Per come la vedo io, il Male Assoluto è il Capitalismo tout court, concepito essenzialmente come la struttura di dominio basata sui rapporti sociali di questa epoca storica – borghese. Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, che hanno nella forma merce e nella forma denaro la loro più generica e al contempo radicale estrinsecazione. Sintetizzando al massimo, democrazia e fascismo, e tutte le forme politico-istituzionali intermedie, non sono che l’espressione “sovrastrutturale” del dominio sociale fondato sullo sfruttamento scientifico e sempre più intensivo, capillare e mondiale di uomini e cose. Nella sintesi qualche momento dialettico ci scapita, è chiaro, ma credo che il nucleo di verità che essa contiene faccia premio, come si dice, sui suoi acclarati limiti.

Decisivo è, dal mio punto di vista, il concetto di dominio totalitario delle esigenze economiche, il quale postula la fenomenologia politica, istituzionale, ideologica e psicologica più adeguata alle condizioni sociali che si danno in peculiari momenti storici, naturalmente sulla base del concreto retaggio storico e sociale di ogni Paese. Il totalitarismo sociale radicato nella prassi che crea e distribuisce la ricchezza sociale nella sua vigente forma capitalistica è a fondamento tanto della forma democratica quanto della forma politica dittatoriale del potere sociale borghese.

La prassi sociale vista dalla prospettiva storica mostra, almeno in riferimento al cosiddetto Occidente, come il regime democratico sia la forma politica, istituzionale e ideologica di gran lunga più efficace (più “economica”, più “razionale”, più “pulita”) dal punto di vista degli interessi capitalistici, anche perché esso presuppone una situazione sociale gestibile con gli ordinari strumenti di consenso e di coazione. Il mix di “politica del consenso” e di repressione violenta dei movimenti sociali più minacciosi nei confronti degli interessi generali della società segna la normalità nella gestione della prassi sociale, sempre caratterizzata da un notevole tasso di conflittualità sociale dovuta alla natura estremamente violenta e contraddittoria del Capitalismo. Sotto questo aspetto, la vicenda italiana degli anni Settanta del secolo scorso parla chiaro.

La violenza dispiegata che sospende momentaneamente la “pacifica” ricerca del consenso nella tradizionale forma democratica si dà solo nei momenti di più acuta crisi sociale, mentre in epoca di “pace sociale” si assiste a un’intelligente alternanza di carota e bastone, il quale ovviamente non è tolto nemmeno per un istante dalla vista dei dominati, come monito di ultima istanza, come estrema ma sempre incombente minaccia.

La dialettica del processo sociale associa la violenza dispiegata delle classi dominanti, attraverso lo Stato che ne rappresenta e tutela gli interessi generali (non di rado anche contro fazioni borghesi particolari), con una loro attuale o potenziale condizione di debolezza politica, dovuta a crisi sociali particolarmente acute. Ma lo stato d’eccezione, per dirla con Carl Schmitt, lungi dal sospendere lo Stato di diritto, come credono gli apologeti del Patto sociale ratificato da una Costituzione, piuttosto riafferma, espande e radicalizza il Diritto, producendo le nuove forme e le nuove modalità attraverso le quali esso può estrinsecarsi adeguatamente, in sintonia con i nuovi tempi. L’eccezione non solo non nega la regola ma ne illumina anzi la profonda e maligna radice.

Chi dice Diritto dice forza, potenza, violenza, divisione classista della società. Per questo non c’è Stato che non sia di Diritto, nell’accezione più radicale del concetto elaborata attraverso la critica del punto di vista pattizio (contrattualistico) hobbesiano e post-hobbesiano.

Mutuando la teologia di Santa Romana Chiesa, non è poi così blasfemo, sul piano dottrinale, dire che il Dominio scrive diritto per linee storte.

Ecco perché pongo la lotta contro il cosiddetto fascismo2.0 sullo stesso piano della lotta contro la democrazia, e combatto tutte le posizioni antifasciste che in un modo o nell’altro tendono a puntellare la democrazia e lo Stato, che è sempre e necessariamente di Diritto – almeno nell’accezione critico-radicale sopra accennata, la sola che non rimane impigliata nell’ideologia borghese del Patto sociale.

So di sostenere tesi che ai più appaiono assurde, necessariamente, anche perché l’ideologia dominante è entrata così in profondità nel corpo sociale, da non lasciare all’immaginazione altra possibilità se non quella di cavalcare ben dentro i confini tracciati dagli attuali rapporti sociali. D’altra parte, come diceva l’avvinazzato di Germania, «Ogni [co]scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero» (Il Capitale). Maledetta dialettica delle cose!

L’esistenza di un Parlamento liberamente eletto prova la forza delle classi dominanti, le quali mostrano di non aver bisogno della coazione politica diretta sugli individui per imporre loro il proprio punto di vista, la propria visione del mondo, i propri valori. In tempi ordinari l’ideologia dominante è l’ideologia delle classi dominanti, come aveva capito sempre il comunista di Treviri.

Cosa significa, oggi, essere in sintonia con i bisogni e le idee della gente? Credete davvero che se la gente, colta nella sua odierna consistenza empirica, se così posso esprimermi, avesse davvero la possibilità di decidere sulle sorti del mondo, quest’ultimo muterebbe radicalmente il suo disumano volto? Infatti, qual è, oggi, la massima aspirazione politico-ideale coltivata dalla stragrande maggioranza delle persone, soprattutto da quelle socialmente più disagiate? Un onesto lavoro, magari garantito a vita – dalla culla alla bara – dal Leviatano, una casa, le ferie comandate, una vita complessivamente «più dignitosa», politici onesti e capaci, la pace nel mondo. (E chi vorrebbe la guerra nel mondo?)

D’altra parte, l’abolizione dei rapporti sociali capitalistici non è questione che si possa affidare a una tornata elettorale, né a un referendum popolare: credetemi sulla parola. Oppure andate sul Blog di Grillo…

Già mi pare di sentire il rimprovero del realista, di quello che è sempre in sintonia con i bisogni e le idee delle larghe masse (come non lo invidio!): «E ti sembra poco, soprattutto in tempi di crisi economica, l’elenco che con tanto sprezzante sarcasmo ci hai voluto fare?» Non è che mi sembra poco o molto: mi sembra piuttosto la conferma della schiavitù capitalistica. Tutto qui.

Nelle più acute crisi sociali, che sempre hanno un fondamento economico, si dà la possibilità concreta che anche l’ideologia dominante entri in crisi almeno nella testa di chi si accorge all’improvviso e con orrore di non avere più nulla da perdere (e forse nemmeno una condizione migliore da conquistare nell’immediato), ma anche nelle teste dei più umanamente sensibili, qualunque sia la loro provenienza sociale. È a questo punto che lo spettro della Rivoluzione sociale inizia a prendere sostanziosa consistenza, se mi è concesso scriverlo, sotto gli occhi delle classi dominanti, le quali getteranno senz’altro via la carota democratico-parlamentare per afferrare meglio il bastone, e poi le manette, e poi…, e poi tutto quello che serve alla bisogna. Tutto. Per le “autocritiche” e il piagnisteo organizzato sugli “eccessi di difesa” dello Stato c’è sempre tempo. D’altra parte la Controrivoluzione non è un pranzo di gala!

Questo accade puntualmente quando la riserva di stabilità garantita dalla gestione democratica dei conflitti sociali si esaurisce in grazia di un moto sociale particolarmente tempestoso, tale da mettere in questione l’intero assetto della metaforica nave. Inutile dire che è in questo mare periglioso ma pregno di futuro che ama nuotare il soggetto della rivoluzione sociale, la cui comparsa è forse il segno più tangibile del carattere eccezionale di una situazione storica.

L’AUTORITARISMO CORRE SUL WEB. Cosentino e dintorni

 

Il perfido volto del Male

Leggo dal Blog di controlacrisi.org quanto segue:

«OGGI COSENTINO È SALVO, MENTRE UN OPERAIO SI È UCCISO PERCHÉ ERA DISOCCUPATO.
Uno potrebbe dire che queste due notizie non hanno un legame diretto. Invece il legame c’è eccome. Abbiamo un parlamento che salva personaggi del calibro di Cosentino e non muove un dito contro la tragedia prodotta dalla crisi del capitalismo: la disoccupazione, perché c’è sempre prima il “rigore”. Oggi segnaliamo di nuovo il fatto che in questo Paese c’è chi muore sul lavoro, o si uccide perché il lavoro non ce l’ha. Queste morti (come la morte dei coniugi Di Salvo) non vanno taciute, esse sono il parametro del livello dell’ingiustizia sociale che vive questo Paese. Oggi un uomo di 45 anni, disoccupato dal mese di settembre, si è tolto la vita a Zanè (Vicenza) sparandosi alla testa con una pistola. L’azienda metalmeccanica dove lavorava fino a 4 mesi fa aveva ridotto il personale a causa della crisi, lasciando a casa buona parte del personale, tra cui il 45enne. L’ex operaio sarebbe caduto per questo in una crisi depressiva: la disoccupazione e il disagio psicologico avrebbero creato un mix di sofferenza che l’ha portato al suicidio. L’uomo viveva con l’anziana madre. È stata la donna, 84 anni, a scoprire stamane il cadavere del figlio».

Mabuse è sempre dietro l’angolo

È vero, tra il salvataggio “castale” dell’onorevole Cosentino e le disgrazie della classe che vive di salario c’è un nesso forte e profondo. Ma non nel senso proposto dal Blog citato, piuttosto nel senso opposto. Fino a quando i lavoratori e tutti i ceti sociali declassati dalla crisi si faranno delle illusioni intorno al Parlamento, alla Democrazia, allo Stato, alla Costituzione (a partire dal famigerato Art. 1, il quale sancisce sul piano giuridico, politico e ideologico il fondamento della società capitalistica: lo sfruttamento del «capitale umano»), essi vivranno in una perenne e sempre più disumana condizione sociale. Aspettarsi la «giustizia sociale» dagli organi preposti, con assoluta Legittimità, con pieno Diritto, alla difesa dello status quo e alla promozione del rapporto sociale capitalistico in ogni anfratto dello spazio sociale (a iniziare dai corpi degli individui), significa capitolare ancor prima di lottare. Aspettarsi la «Giustizia Sociale» dalla società che non può fare a meno di produrre ogni sorta di ingiustizia, significa prestare il fianco a ogni genere di demagogia populista. Sarebbe forse cambiato un atomo nell’esistenza materiale della gente, se il Parlamento avesse mandato in galera il «Camorrista» Cosentino? No, è ovvio. Certo, sarebbe cambiato qualcosa nella loro percezione di individui disumanizzati e, soprattutto, privi di coscienza; ma proprio nella soddisfazione forcaiola della povera gente si manifesta la loro indigenza sociale (che non è un concetto meramente economico) e la loro tragica impotenza politico-sociale.

Che onesta eleganza!

La marcia dell’Autoritarismo2.0 trova alimento nel risentimento (o «indignazione», per usare un termine alla moda) incosciente degli ultimi e di coloro che in qualche modo avvertono il disagio di vivere in una società altamente disumana. L’idea che l’Onestà sia il criterio giusto per selezionare la classe politica, implica l’accettazione dello status quo, il quale genera sempre di nuovo le condizioni esistenziali (sociali) che non ci permettono di essere uomini, con o senza Onestà al Potere.
Contro gli effetti della crisi del capitalismo bisogna mobilitare la forza e la coscienza dei lavoratori (due lati della stessa medaglia), abbandonando i feticci politico-ideologici che ci vengono inculcati dalla nascita, e che quindi assimiliamo alla stregua di cose naturali. Se da questa crisi economica può venire qualcosa di utile alle classi dominate, è un acquisto di consapevolezza critica, e non è certo ingrassando i luogocomunismi giustizialisti che si collabora a questa feconda possibilità.

Il Camorrista che vendeva la morte ai poveri disagiati sociali

Sulle colonne del Fascio Quotidiano l’onorevole Furio Colombo ha severamente stigmatizzato il comportamento dei Radicali, rei di aver salvato il «casalese» Cosentino: «Il caso Tortora è stato un’altra cosa!» Nient’affatto: è stata la stessa cosa! Forcaiolismo allo stato brado, invidia sociale, demagogia venduta e comprata come il pane. Dico di più: a giudicare dalla montante ondata giustizialista elettronica, il bravo presentatore forse se la sarebbe vista ancora più brutta, se il suo kafkiano caso fosse deflagrato in questi internettiani tempi. I giudici e i politici, infatti, avrebbero dovuto fare i conti anche con il potente giustizialismo che corre sul Web. E questo la dice lunga sul Fascismo2.0.

ORGASMI FISCALI E «FASCISMO DEL XXI SECOLO»

BOT ALLA PATRIA! CARCERE AL TRADITORE FISCALE!

Dopo il blitz della Guardia di Finanza a Cortina l’Italia fiscalmente onesta e patriottica si è lasciata andare in un orgasmo degno di altre più piacevoli incombenze. D’altra parte, i gusti degli altri non si discutono. Purtroppo si subiscono. Mio zio, non vedendomi partecipare al godimento degli onesti, e nutrendo ancora qualche pia illusione sul mio conto, ha sbottato contro la mia tetragona irresponsabilità: «Ma come, ogni tanto lo Stato fa il suo dovere, e mette in croce quei porci in Ferrari che dichiarano all’erario una miseria, e tu, tu che non puoi permetterti neanche una Panda, non gongoli?» Non ho nemmeno provato a spiegare al poveruomo che un anticapitalista non può essere contento quando lo Stato festeggia i suoi successi. Né ho cercato di dimostrargli che lo Stato, in quanto massima espressione politica del Dominio Sociale, fa sempre il suo dovere, e con Diritto. E così ho preferito rimanere in silenzio, lasciandolo cuocere nel suo onesto brodo di pensionato socialmente invidioso e desideroso di forca. Una cosa però, alla fine, gli ho detto, giusto per testimoniargli il mio dissenso. Questo minimo sindacale critico: «Ogni chiodo che lo Stato pianta sulla mano del ricco, equivale a cento chiodi piantati sul corpo dei poveri cristi, perché il rigore del Leviatano si abbatte soprattutto sulle condizioni di vita delle classi dominate. Il povero che invoca lo Stato contro il ricco che evade le tasse legittima il bastone del Sovrano che non perde occasione per ricordargli di rigar dritto». Oltre a cadere nella trappola del ragno demagogo, aggiungo adesso.

Come ho scritto altrove, lungo tutti questi decenni lo Stato Italiano ha dovuto fare, come si dice, buon viso a cattivo gioco con l’evasione fiscale, con il “lavoro nero”, con i falsi invalidi, persino con la mafia, e con altre antiche ma sempre vitali magagne, per cercare di gestire al meglio un Paese altamente contraddittorio, assai complesso sul piano della stratificazione sociale e della prassi economica. Il compromesso tra le classi dominanti (pensiamo agli agrari del Sud e ai capitalisti industriali del Nord nel periodo post risorgimentale, al settore economico privato confrontato con quello statale e parastatale, ecc.) e la paura di radicali trasformazioni sociali, anche nel segno di una più accentuata e dinamica modernizzazione capitalistica (foriera dei temuti conflitti sociali), hanno dato il tono allo sviluppo economico-sociale di questo Paese. La politica e lo stesso «carattere» della Nazione hanno espresso questo dato di fatto storico-sociale, i cui numerosissimi nodi vengono al pettine nei momenti di acuta crisi economica. È in questi momenti che il Bel Paese sente il bisogno di un bel giro di vite nel segno dell’Autorità.

Cos’è il «Fascismo del XXI secolo»? Per rispondere a questa domanda bisogna comprendere cosa fu il Fascismo del XX secolo. Esso fu, a mio avviso, diverse cose: l’espressione della violenza sistemica messa in luce – non “inventata” – dalla Grande Guerra, la fenomenologia politico-sociale della grave crisi post bellica, il tentativo, riuscito, di assestare il colpo decisivo a un movimento operaio già fiaccato dal riformismo socialista e giolittiano, nonché l’espressione di un compito storico: mettere un Paese capitalisticamente ritardatario nelle condizioni  di superare i limiti che lo trattenevano al di qua dell’agone delle grandi potenze. Certo, il Fascismo anche come via italiana alla modernizzazione capitalistica, dopo la crisi del vecchio Stato liberale e l’emergere di una epocale crisi economica mondiale. Ma l’ambizione “rivoluzionaria” del Duce non si limitava alle strutture economiche e istituzionali del Paese; essa toccava, per così dire, la stessa biografia antropologica della Nazione. Egli voleva fare degli italiani un popolo capace di reggere il confronto con i più blasonati popoli europei, e per questo quando nel Bel Paese faceva freddo e nevicava, il suo umore migliorava: «Questo è il clima adatto per temprare uomini virili!» Poi tornava il bel tempo, e si lasciva andare alle note considerazioni intorno all’inutilità di governare gli italiani, troppo viziati dal sole e dalla materna pasta asciutta. «Noi fascisti non amiamo le comodità», soleva dire Mussolini, contraddetto puntualmente dagli italiani. Anche l’ex «fascista di Arcore», prima di scivolare sullo spread, si è lasciato andare a simili sconsolate considerazioni intorno all’italico carattere, col solito strascico di indignate riprovazioni: «Uno come lui non può dare lezioni di etica!» E uno come Lui?

Adesso tocca a Mario Monti, il più tedesco degli italiani (forse dopo Mario Draghi), provare a cambiare il carattere «lassista e menefreghista» degli italiani, almeno per farne degli onesti contribuenti. E qui veniamo al cosiddetto «Fascismo del XXI» secolo. Alcuni esempi, legati all’attualità dell’orgasmo fiscale, forse possono aiutarci a districare la matassa.

Il democratico Dario Franceschini ha dichiarato che se «l’evasione fiscale è sempre un grave reato penale, in tempo di crisi è anche un delitto morale». Delitto morale! È il caso di tenere pronta la valigia? Giusto per non dimenticare il nécessaire. Il Fascio Quotidiano straripa di elogi alle gloriose Fiamme Gialle, e il forcaiolo Travaglio ha facile gioco contro l’onorevole Cicchitto, reo di volere una lotta all’evasione fiscale «non poliziesca e non indiscriminata». «Ma la polizia per forza adotta metodi polizieschi, e la lotta all’evasione dev’essere parziale o totale?» L’apologeta delle manette si trova sempre a suo agio quando il gioco si fa duro. Non è più tempo di «garantismo»: aspettiamoci molti giri di vite da parte del Leviatano. Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la privacy, sempre sul Fascio Quotidiano, l’ha detto chiaramente: «Una compressione della libertà è legittima in tempi eccezionali. Ricordate gli anni di piombo?» Prima rispristiniamo la legalità fiscale, e poi ritorniamo alla normalità: «L’emergenza relativa ai mancati introiti del fisco è un rischio che può essere equiparato a quello che fu il terrorismo o la criminalità organizzata quando diventò necessario rendere noti i nomi degli ospiti nelle nostre case o le nostre generalità alla Polizia in caso di una permanenza di una sola notte in albergo» (FQ, 4 gennaio 2012). Mettere la cosiddetta «privacy» nelle mani di uno come Pizzetti è come affidare a Dracula l’Autorità per la tutela del sangue. Ma vediamo come chiosano i fattisti: «Dunque il Garante per la protezione dei dati personali suggerisce di sconfiggere ansie di intrusione nella privacy dei cittadini per l’obiettivo comune di far pagare il dovuto ai più furbi che nascondono le proprie ricchezze e vivono in Suv e brindano a Cortina in alberghi a 5 stelle». Il Partito della Legge e dell’Ordine getta benzina sul fuoco dell’invidia sociale, assai acuita dalla crisi economica, e invita il bravo e onesto cittadino a non temere le scorribande del Leviatano nella sua vita: solo chi ha qualcosa da nascondere deve trattenere il respiro e sperare che il Mostro non si accorga di lui. Ma tutti, sotto sotto, abbiamo qualcosa da nascondere, almeno nell’occhiuta considerazione del Leviatano, cane da guardia di questa società altamente disumana, e dunque potenzialmente sempre sul punto di saltare in aria. Il sospetto del Mostro è forse l’unica buona notizia che possiamo permetterci.

Anche Piero Ostellino non vuole partecipare all’orgia fiscalista e, al contrario di chi scrive, piange sulla crisi «della democrazia liberale, dello Stato di diritto e del mercato». Pur sapendo di attirarsi «l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi “laici, democratici, antifascisti”», il Cittadino liberale si chiede sconsolato:  «Perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale “credere, obbedire, combattere”»? E conclude la sua perorazione liberale con questa significativa considerazione: «Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante». Non c’è dubbio. Il braccialetto elettronico per i delinquenti è l’equivalente della rintracciabilità fiscale degli onesti.

Relativizzare sul piano storico-sociale il Fascismo del XX secolo fa comprendere meglio il passato, liberandolo da quelle eccezioni costruite strumentalmente a uso e consumo della battaglia politica (persino Gianfranco Fini definì il fascismo «un Male Assoluto»!); e soprattutto illumina meglio il presente, immerso in una contingenza che fa dell’autoritarismo non solo un potente richiamo ideologico, ma anche e soprattutto uno strumento al servizio della sempre più necessaria e stringente ristrutturazione del Sistema Capitalistico Italiano. Solo su questa base concettuale credo abbia un senso parlare del «Fascismo del XXI secolo».