UOMINI COME CARBONE

Le caldaie cinematografiche del Titanic, e il clima celebrativo antifascista di questi giorni, mi hanno suggerito una bizzarra “associazione di idee”: 13,6 milioni di morti. Milione in più, milione in meno quella cifra rappresentò il contributo di sangue militare della Russia al secondo macello mondiale. Su un totale di 26,5 milioni di soldati morti su tutti i fronti e sotto tutte le bandiere degli stati belligeranti. Ai soldati morti sul fronte bisogna aggiungere i “civili” uccisi nelle città e nei villaggi dell’Unione Sovietica, e si arriva alla fatidica e spaventosa cifra di quasi 21 milioni di “anime perse”, su un totale mondiale di circa 55 milioni. Un bel contributo di sangue, non c’è che dire.

Ma le caldaie in pressione della nave destinata al disastro evocano nella mia contorta mente soprattutto le prime fasi della guerra russo-tedesca, con gli assedi di Mosca e Stalingrado. Com’è noto, all’inizio dell’Operazione Barbarossa la superiorità militare della Wehrmacht sull’Armata Russa apparve subito schiacciante. Il keynesismo tedesco aveva prodotto la macchina bellica più potente al mondo, che sarà superata e annichilita solo in un secondo momento dalla creatura bellica generata dal keynesismo made in Usa. A quel punto, alla Russia non rimase che giocare la solita vecchia carta per tamponare la falla in attesa di tempi migliori: usare il proprio enorme e freddo corpo, che già aveva divorato l’esercito di Napoleone, e il corpo dei suoi sudditi. Milioni di proletari e di contadini letteralmente gettati contro le truppe motorizzate tedesche, confidando nel limite dei loro proiettili e del loro carburante. Sofisticati e potenti panzer contro una muraglia di corpi umani: la fanteria sovietica, coadiuvata da pochi T-34. Per alzare il morale della popolazione russa Stalin fece fucilare non pochi «seminatori di panico».

Milioni di uomini gettati come carbone nella fornace della caldaia bellica. «Fate presto con quel carbone!» Sotto una certa pressione, infatti, la macchina si arresta. «Più carbone, perdio, la pressione scende!»

«Ma bisognava pure difendere la Patria Socialista dal nemico!» Tre menzogne in una frase. Patria: è lo spazio geosociale nel cui seno le classi dominanti esercitano legittimamente il loro potere sistemico (economico, politico, ideologico, psicologico). Il concetto di Popolo, associato a quello di Patria, è ideologico perché cela la realtà della società classista, e solo ai tempi dell’ascesa rivoluzionaria della borghesia esso ebbe un significato storicamente progressivo. Socialista: un Capitalismo di Stato a fortissima vocazione imperialista spacciato per Socialismo! Ancora ne piangiamo le conseguenze. Nemico: se Hitler non avesse voluto rischiare il grande azzardo del dominio totale ed esclusivo del Vecchio Continente, il «patto di non aggressione» del ’39 avrebbe dato i suoi frutti, con grande soddisfazione per la «Patria Socialista». Probabilmente a Ovest di Varsavia gli uomini avrebbero portato i baffetti alla Adolf, e a Est della capitale – o ex capitale –polacca i baffoni alla Joseph. Di là tutti «camerati», dall’altra parte tutti «compagni». Probabilmente. Detto di passata, e al netto delle mode maschili in fatto di peluria, a Est di Berlino i frutti dello stalinismo maturarono subito, per il disappunto dei resti bruciacchiati dell’ex führer del «Reich Millenario».

Ai tempi di Brest-Litovsk Lenin, per la disperazione dei suoi compagni, non si fece certo commuovere dai richiami patriottici, e perorò come un «dannato disfattista» la causa dell’uscita dalla guerra imperialista, anche a costo di cedere milioni di metri quadrati di sacro suolo patrio alla Germania. Perdere spazio per conquistare tempo alla rivoluzione, in Russia e in Europa: fu la strategia di Lenin, il rivoluzionario. Affogare nel sangue russo le armate tedesche per non perdere un solo millimetro di terreno della «Santa madre Russia»: fu la strategia di Stalin, il controrivoluzionario. (Naturalmente faccio riferimento allo stalinismo come espressione di una tendenza storica oggettiva, non certo in quanto espressione di una volontà attribuibile a una singola persona).

«Ma allora, la Russia si sarebbe dovuta arrendere all’invasore?» Non ho detto questo. Che le classi dominanti, di qualsiasi Paese, usino le persone come materia prima industriale e bellica, è un fatto che non ha bisogno della mia opinione, né, tanto meno, della mia approvazione. Chi scrive è disfattista, in pace come in guerra.

Uomini come carbone. La fornace, la caldaia, la pressione. La macchina, l’elica, la nave. Tuona il cannone!

MISERIA DEL «POPOLO LAVORATORE»

Mario Tronti vuole salvare «l’idea di popolo»: già solo questa poco allettante – almeno per chi scrive – intenzione «culturale» e politica è sufficiente a qualificarlo come ideologo borghese – nell’accezione politica e non sociologica del predicato, ovviamente.

Salvare l’idea di popolo significa, quindi, mettere in sicurezza anche l’idea (e la prassi!) di Stato. Nonché quella di Nazione, perché, come egli giustamente osserva, «Non c’è nazione senza Stato». D’altra parte «non c’è popolo senza Stato» (Popolo, da Sinistrainrete, 26 Ottobre 2011). Nel momento in cui per un verso la globalizzazione capitalistica, e per altro verso il leghismo stressano la Sovranità della Repubblica Democratica fondata sul lavoro (salariato), gli intellettuali dai «lunghi pensieri» sentono il bisogno di solide certezze. «Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico». Nella misura in cui fa del popolo, della Nazione e dello Stato delle categorie eterne, metastoriche, Tronti si colloca di diritto tra gli apologeti dello status quo.

D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da un intellettuale che considera il Partito di Enrico Berlinguer un soggetto politico nel cui seno batteva ancora il cuore del «popolo comunista»? Cosa può sostenere di teoricamente e politicamente fecondo un ideologo che non comprende l’abissale distanza che separa il populismo a suo tempo combattuto da un certo Vladimiro Lenin, un movimento politico storicamente progressivo-borghese, con il populismo – di «destra» e di «sinistra» – ultrareazionario dei nostri confusi tempi? L’abisso non permette di azzardare nemmeno delle analogie! Ma tant’è…

Scrive Tronti: «E’ il punto di vista di classe che fa del popolo un soggetto politico. Senza classe non c’è politicamente popolo. C’è socialmente. O c’è nazionalmente. Due forme di neutralizzazione e di spoliticizzazione del concetto di popolo». Questo civettare maldestramente con Marx e con Carl Schmitt non ha reso un buon servizio al suo pensiero.

A proposito di Carl Schmitt, e per parlare un attimo di cose serie, ecco cosa scrive Gian Enrico Rusconi: «“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Questa perentoria sentenza è stata coniata da uno dei più controversi giuristi e politologi del secolo scorso, Carl Schmitt, con il sottinteso che le democrazie liberali non sanno decidere in casi di seria emergenza. Che cosa direbbe oggi il politologo tedesco? Identificherebbe oggi uno “stato d’eccezione” in Europa? In questa Europa diventata insicura nei suoi apparati istituzionali, dov’è la sovranità?» (Un’Italia a sovranità autolimitata, La Stampa, 27 Ottobre 2011). Professore, la Sovranità è lì dov’è sempre stata, ossia nel dominio totalitario degli interessi economici. Con tutto ciò che necessariamente segue sul piano politico-istituzionale, sul fronte interno come su quello dei rapporti tra gli Stati. La risposta è estesa a Tronti, il quale si chiede: «Chi decide nello stato normale, visto che lo stato d’eccezione si colloca ormai fuori dall’Occidente?»

«Il punto di vista di classe» rende possibile, per Marx e, se mi è concesso, per chi scrive, la trasformazione della massa informe dei proletari salariati in una Classe cosciente dei propri interessi e della propria funzione storica. Popolo è un «concetto-realtà» borghese che rimane tale nonostante le astruserie dottrinarie del noto intellettuale operaista, o post-operaista. Ai tempi del comunista di Treviri quel concetto conservava ancora una forte valenza progressiva, e così anche nell’arretrata Russia di Lenin; ma tirare in ballo nel XXI secolo «il punto di vista di classe» per accostarlo al Popolo, per «declinare» questo vecchio arnese concettuale in termini “movimentisti” e nuovisti, è degno della tradizione «comunista» del Bel Paese.

Ecco perché quando il Nostro afferma, a proposito del vero significato delle rivoluzioni del 1848, che Marx commise un errore, ancorché «geniale», bisogna quantomeno mettere mano alla pistola. E di fatti, il suo discorso («Popolo ed élite non porta al populismo. Porta al populismo capo ed élite») è tutto interno alla riflessione della classe dirigente italiana, di «destra» e di «sinistra», su come far fronte all’ondata «antipolitica» che rischia di creare mostri sociali e politici difficilmente gestibili, soprattutto in tempi di acuta crisi economica.

Scrive Tronti: «La classe operaia, nella sua orgogliosa rivendicazione di essere parte, nel rifiuto del lavoro, che nient’altro era che rifiuto di essere classe generale, è stata un soggetto rivoluzionario sconfitto. Perché la sconfitta politica non si traduca in fine della storia, è necessario riafferrare il filo là dove si è spezzato, riannodarlo e ripartire e proseguire». Il filo concettuale da seguire, per non perdersi nella postmodernità capitalistica, sarebbe il «Popolo lavoratore: nuovissima parola antica». Non avevo dubbi: la continuazione del putrefatto «Comunismo Italiano» (con tanto di esaltazione «operaista» del lavoro) con altri mezzi.

FRESCO DI STAMPA! Lo Scoglio e il Mare – Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924)

«Socialismo reale» o reale Capitalismo (più o meno di Stato)? La seconda che ho detto!

Il libro che svela la radice storico-sociale della più grande menzogna del XX secolo è ora in vendita.


Lo Scoglio e il Mare
Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924)

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Ma siamo proprio sicuri che il «comunismo realizzato» abbia fatto fallimento? E se non ci fosse mai stato nel vasto mondo alcun «comunismo realizzato»? E se il cosiddetto Libro nero del comunismo non fosse, in realtà, che un capitolo particolarmente tragico del Libro nero del capitalismo? È la tesi originale che l’autore di questo saggio sostiene, per dimostrare la quale egli fa i conti con la madre di tutte le rivoluzioni del XX secolo: la Rivoluzione d’Ottobre. Secondo l’autore questa Rivoluzione cessò di respirare – in senso politico, più che cronologico – insieme a Lenin, ossia già nell’inverno del 1924.

Nel momento in cui la crisi economico-sociale che investe vaste aree del Pianeta evoca chimerici «Nuovi Mondi Possibili» e fa straparlare la politica e la Scienza Sociale di «Rivoluzioni» e di «Primavere», questo saggio mostra di essere assai più puntuale di quanto non sembri a prima vista.


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Brossura, pp. 224, formato 12 x 18.
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