IL TIME E LA “VENDETTA” DI MARX

Picture0172Sulle pagine del settimanale statunitense Time è apparso un interessante articolo dedicato alle «profezie» marxiane. L’ha firmato Michael Shuman, corrispondente da Pechino. Nonostante il miserabile crollo dell’Unione Sovietica e il poderoso sviluppo capitalistico in Cina, eventi che secondo il marxologo francese avrebbero dovuto chiudere per sempre la scottante pratica-Marx, ecco che il barbone di Treviri torna in auge, e con lui la sua ancora numerosa schiera di epigoni specializzati in economia, ospitati nei talkshow per lumeggiare l’opinione pubblica intorno alla crisi economica che ormai da cinque anni impazza in Occidente. Perché nonostante? Piuttosto sarebbe corretto dire che anche quegli eventi confermano pienamente il materialismo storico di Marx (dei marxisti non mi curo). Ma su questo punto ritornerò dopo.

«Marx ha teorizzato che il sistema capitalista impoverisce le masse e concentra la ricchezza nelle mani di pochi, causando come conseguenza crisi economiche e conflitti sociali tra le classi sociali. Aveva ragione. È fin troppo facile trovare statistiche che dimostrano che i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri» (La vendetta di Marx: come la lotta di classe prende corpo nel mondo, 25 marzo 2013). A sostegno della sua tesi il corrispondente del Time cita uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington che dimostra in modo inoppugnabile come il reddito medio del lavoratore americano sia stato nel 2011 più basso che nel 1973, e come negli Stati Uniti nello stesso arco di tempo la ricchezza abbia subito un forte processo di concentrazione: il 5% della popolazione controlla il 74% del reddito nazionale. Naturalmente gli Stati Uniti rappresentano solo il vertice di una tendenza mondiale.

PAPA AI RAGAZZI DETENUTI, 'NON FATEVI RUBARE LA SPERANZA'La ricchezza di pochi presuppone la miseria esistenziale (e quindi non meramente economica) di molti: questo non lo nega nemmeno il buon Papa Francesco, che difatti non fa che parlare degli ultimi, che, come da copione, saranno i primi nel Regno dell’Aldilà. Ma si tratta di creare il Regno dell’uomo nell’Aldiquà, non certo di lavare i metaforici piedi dei miserabili per far sentire loro «la carezza del Signore». Non si tratta, a mio avviso, di fare del Potere «un servizio» (non diceva qualcuno che bisognava «servire il popolo»?), quanto piuttosto di fondare sulla Terra la Potenza dell’uomo in quanto uomo. Critico il Santo Padre? No, evoco la possibilità della Comunità Umana, con ciò che ne segue, hic et nunc, sul terreno della prassi. Chiudo la breve e modesta parentesi “teologica”, che d’altra parte s’intona molto bene con questi giorni di «passione e di speranza», e ritorno al Time.

Scrive Shuman: «Questo non vuol dire che le teorie di Marx erano del tutto corrette. La sua “dittatura del proletariato” non ha funzionato come previsto. Ma le conseguenze delle diseguaglianze sono esattamente quelle che aveva predetto: il ritorno della lotta di classe». Incassiamo «il ritorno della lotta di classe» come auspicio e chiediamoci: ma davvero la marxiana dittatura del proletariato «non ha funzionato come previsto»? E qui ritorniamo al punto lasciato in sospeso: davvero la catastrofe sovietica e il gigantismo capitalistico della Cina depongono contro la teoria politica di Marx? Non credo affatto, e anzi ritengo che solo a partire dal materialismo marxiano è possibile comprendere entrambi gli eventi. Sulla scorta di quel materialismo, infatti, si comprende la natura radicalmente controrivoluzionaria dello stalinismo, espressione politico-ideologica di quel processo sociale che spazzò via il carattere proletario della Rivoluzione d’Ottobre, avanguardia, nella prospettiva di Lenin  e dei comunisti occidentali non ancora stalinizzati, della rivoluzione mondiale; e la natura nazionale-borghese della Rivoluzione cinese guidata dal Partito di Mao, uno stalinista in salsa cinese. Che tanto nella Russia di Stalin quanto nella Cina di Mao si costruisse il Capitalismo in guisa di «socialismo reale», ebbene questo ci dice che il senso ideologico più pregnante dello stalinismo riposa proprio in questa gigantesca mistificazione, non importa se fatta in buona o cattiva fede. Sul piano dottrinario lo stalinismo fu debitore delle posizioni stataliste di Lassalle. Com’è noto, Marx aborrì di definirsi “marxista” soprattutto nel momento in cui il «socialismo di Stato» di Lassalle, ridicolizzato nelle potenti pagine della Critica al programma di Gotha (1875), iniziò a prendere il sopravvento persino nel movimento operaio tedesco, in teoria direttamente influenzato da lui e dal suo amico Engels.

Nulla di strano, quindi, se il Nostro considera marxisti e comunisti personaggi che, in effetti, meritano la qualifica di statalisti, e, difatti, è un programma schiettamente statalista che essi propongono all’opinione pubblica e ai governi occidentali per tirare il Capitalismo fuori dalle secche della crisi economica. Com’è noto, Marx proponeva una sola monotematica ricetta: la lotta di classe rivoluzionaria, non in vista del Capitalismo di Stato, il quale nell’essenza non differisce un solo atomo dal Capitalismo «liberista-selvaggio» tanto esecrato dalla maggior parte degli epigoni di Marx, ma in vista del superamento del Capitale (pubblico e privato), del lavoro salariato (vedi articolo 1 della Costituzione Italiana), della merce e dello Stato, ossia, in una sola parola, dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento.

Come dico spesso, il cosiddetto «socialismo reale», non importa se con «caratteristiche» cinesi, coreane, russe, jugoslave, albanesi, cubane ecc., è un miserabile capitolo del Libro Nero del Capitalismo mondiale. Se, come giustamente osserva Jacques Rancière, «esperto di marxismo» [sic!] presso l’Università di Parigi interpellato dal Time, la classe operaia oggi è debole, e i movimenti di opposizione sociale che non cessano di prendere corpo hanno un carattere riformista e non anticapitalista, ciò si deve anche al tragico retaggio dello stalinismo internazionale.

stalUn po’ per celia un po’ per provocazione, qualche giorno fa ho chiosato una foto della serie Stalin ama i bambini che circolava su Facebook nei termini che seguono: «Gli stalinisti non avranno mangiato i bambini, come pensa Silvio Berlusconi, ma certamente hanno spolpato per decenni la stessa speranza del proletariato mondiale per una sua emancipazione. E i frutti maligni di questo orribile pasto si fanno ancora sentire. Eccome!» A suo modo il marxologo francese conferma la mia tesi.

La marxiana dittatura del proletariato non ha avuto ancora modo di essere messa alla prova, se facciamo eccezione 1) per la Comune di Parigi del 1871, sulla cui caratura rivoluzionaria ebbe forti dubbi lo stesso Marx, che pure ne fece un monumento storico e politico in quanto primo esempio di «iniziativa sociale» avente la classe operaia come suo fondamentale motore: «La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese» (K. Marx, La guerra civile in Francia); e 2) per l’esperienza sovietica russa, che tuttavia scontò i limiti che le derivarono dall’arretratezza sociale della Russia. Lenin sbagliò dunque a tentare il Grande Azzardo?

Sul problema della «maturità», ovvero «immaturità» della rivoluzione in generale e della rivoluzione russa in particolare, Max Horkheimer ha scritto parole assai pregnanti: «Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e  Lutero contro Munzer [e, aggiungo io, Stalin contro Lenin, gli stalinisti contro i comunisti], l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti» (Max Horkheimer, Lo Stato autoritario, in La società di transizione, Einaudi, 1979).

Abbiamo visto come per il Marx del 1871 la società borghese fosse già «vecchia e cadente», nonché meravigliosamente gravida di un mondo pienamente umanizzato: cosa dovremmo dire noi 142 anni dopo? Chi è più vecchio, l’ubriacone di Treviri, che riusciva a concepire la possibilità dell’emancipazione generale in un’epoca storica nella quale in diverse parti del pianeta il Capitalismo conservava un carattere rivoluzionario, o chi teorizza il male minore nell’epoca della sussunzione totalitaria e mondiale dell’uomo e della natura da parte dei rapporti sociali capitalistici?  Non c’è partita!

COPERTINA«Se i politici non praticheranno nuovi metodi per garantire eque opportunità economiche a tutti», conclude il Time, «i lavoratori di tutto il mondo non potranno che unirsi. E Marx potrebbe avere la sua vendetta». Magari! Naturalmente non si tratta di “vendicare” Marx (già mi pare di sentire le crasse risate da parte della sua “essenza spettrale”), quanto piuttosto di mettere all’ordine del giorno, nei termini adeguati alla Società-Mondo del XXI secolo, il progetto di emancipazione delle classi dominate e, quindi, dell’intera umanità. L’impresa è, oltre che tremendamente difficile (lo stalinismo ha ben lavorato!), altamente rischiosa, sotto ogni riguardo; ma qualcuno conosce sfide prive di difficoltà e di rischi?

LA VALORIZZAZIONE CAPITALISTICA AI TEMPI DI TONI NEGRI

Scrive Matteo Pasquinelli: «Hardt e Negri tornano quindi all’idea marxiana del capitale come insieme di relazioni sociali e chiamano ‘comune’ appunto questa capacità di produrre relazioni sociali che vengono catturate dal capitale» (Il numero della bestia collettiva. Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito, Uninomade, 25 agosto 2012). Per quanto riguarda l’idea marxiana nulla da dire: «Il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi» (Marx, Lineamenti, I, p. 107, La Nuova Italia, 1978). Qui insiste anche l’idea di Mostro sociale (o potenza sociale, nell’accezione marxiana) evocata da Pasquinelli, sebbene all’interno di una diversa costellazione concettuale (quella negriana): benché generato dagli individui, il processo sociale che crea e distribuisce la ricchezza sociale nella vigente forma capitalistica gli si rivolta contro come una «potenza ostile ed estranea». È la maligna dialettica del dominio sociale capitalistico.

È sul concetto di «comune» che non concordo: il capitale non si limitata a «catturare» le relazioni sociali, ma piuttosto le riproduce sempre di nuovo e a tutti i livelli, in ogni luogo dello spazio esistenziale degli individui. Come ho scritto altrove, il capitale non arriva dall’esterno per appropriarsi «il comune», ma lo produce a sua immagine e somiglianza, e quindi gravido di profittevoli opportunità come di contraddizioni d’ogni sorta: economiche, politiche, sociali, esistenziali e via discorrendo. Il general intellect è l’intelligenza del capitale. So bene che questa tesi è poco appetibile in certi settori professionali (ad esempio presso il cosiddetto «proletariato cognitivo»), ma chi “vuole fare” la rivoluzione non deve necessariamente sentirsi al centro del Sistema, né, potenzialmente – e “dialetticamente” –, già oltre.

«La lettura operaista del Capitale», per dirla con Toni Negri, dagli anni ’60 in poi si materializza nello sforzo teso a dare sostanza oggettiva (economica) ai «soggetti sociali» individuati di volta in volta come i «nuovi soggetti rivoluzionari». Per rimanere in qualche modo fedele alla marxiana teoria della rivoluzione sociale (ma in una sua interpretazione un po’ troppo economicista e determinista), l’operaismo ha visto (ha voluto vedere) sgorgare il vitale, e quindi dialetticamente mortale, plusvalore un po’ dappertutto: nelle metropoli, negli uffici, nei centri di formazione, nelle relazioni sociali genericamente intese e via di seguito. Questo vizio d’origine è radicato, a mio avviso, in un’inadeguata critica del “comunismo” italiano (il PCI e la CGIL, da Togliatti a Berlinguer, da Di Vittorio a Luciano Lama), la cui essenza anticomunista (borghese) non è mai stata ben compresa dai teorici dell’operaismo, i quali infatti si sono sempre sentiti interni a quella storia, sebbene “criticamente”. Di qui, anche, una lettura piuttosto apologetica e mitologica della «lotta di classe» in un’epoca in cui il cosiddetto movimento operaio internazionale subiva la maligna egemonia stalinista, anche nella sua variante cinese (maoista). L’attuale impotenza politico-sociale delle classi dominate del pianeta ha molto a che fare con quel triste retaggio. In odio (ma a volte l’odio è solo un amore frustrato) al PCI e al sindacalismo collaborazionista, negli anni Settanta i teorici dei «nuovi soggetti sociali rivoluzionari» hanno voluto dare un fondamento economico alla loro politica: la classe operaia «tradizionale», base sociale-elettorale dei “comunisti”, non ha più quella funzione centrale nella valorizzazione capitalistica che un tempo la ponevano all’avanguardia del processo rivoluzionario. Entrando in crisi, la legge del valore ha messo in crisi anche «l’operaio massa», integrato nel sistema capitalistico; estendendo a tutta la società la legge della valorizzazione, il capitale ha fatto emergere come nuovo soggetto sociale rivoluzionario «l’operaio sociale», ossia il proletariato che vive oltre i recinti alienanti della fabbrica. Una bella suggestione radicata su una teoria completamente infondata. Una suggestione che, ad esempio, ha fatto dire a Negri che «Occupy è il movimento che più sembra aver approssimato l’esperienza della Comune di Parigi» (Qualche questione sullo stato dei movimenti, Uninomade, 20 luglio 2012).

Concordo con Pasquinelli anche sulla non misurabilità empirica, oggettivamente scientifica, del plusvalore, non in contraddizione con la marxiana teoria del valore, ma proprio sulla sua scorta: vedi il concetto di lavoro sociale medio, la cui efficacia non si dà nel luogo immediato della produzione, ma sul mercato, ossia là dove converge la produzione sociale mondiale. Che un nesso fondamentale della produzione del valore (valore e plusvalore) debba assumere efficacia nella sfera della circolazione è qualcosa che spiazza il pensiero non incline all’analisi profonda e dialettica dei processi sociali; l’economia di pensiero che caratterizza lo spirito dei nostri tempi ci suggerisce di arrestarci ai fenomeni di superficie. A mio avviso, anche le modaiole teorie del Finanzcapitalismo e del Capitalismo del debito rimangono impigliate nei fenomeni di superficie.

Detto en passant, a mio avviso è più corretto parlare, a proposito della “teoria economica” di Marx, di una teoria dello sfruttamento, più che di una teoria del valore-lavoro: infatti, attraverso la critica del concetto smithiano-ricardiano di valore il comunista tedesco giunge a puntare i riflettori sul valore d’uso della merce-lavoro, ossia sul lavoro vivo. E qui tocco un punto molto importante: di che plusvalore parliamo?

Pur non essendo un «cronometrista» e non concedendo nulla alla «supposta intrinseca razionalità dell’economia»,a mio avviso «solo dentro il recinto della fabbrica» si genera il plusvalore primario, o basico, che sta a fondamento di ogni tipo di profitto e di rendita. Anche la speculazione finanziaria, con i suoi stratosferici numeri, si regge su quel miserabile fondamento di valore, e difatti periodicamente le sue bolle devono esplodere.

È vero che, per dirla con Negri, il Capitale ha «messo a lavoro» l’intera società, estendendo la propria forza gravitazionale verso regioni della società e prassi sociali un tempo al riparo dai suoi appetiti, cosa che per un verso conferma in modo straordinario il concetto marxiano di sussunzione reale tematizzato soprattutto nel Capitolo VI inedito del Capitale, e per altro verso lo riempie di nuovi importanti, e per certi aspetti inediti, significati. Ciò detto, non tutte le vacche sono nere nella notte del processo di valorizzazione del capitale.

Nel suo interessante scritto del 28 agosto scorso (Spunti di “critica preveggente” nel Capitolo VI inedito di Marx), Toni Negri ritorna proprio sul citato scritto marxiano, puntando i riflettori, tra l’altro, sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Me ne sono occupato anch’io in uno studio, pubblicato su questo blog il 15 agosto (Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica), dedicato alla doppia natura della merce-lavoro (in termini di valore: capitale variabile) e degli strumenti di produzione (in termini di valore: capitale costante). Faccio seguire alcune pagine di questo studio dedicate alla dialettica della valorizzazione, non tanto per rispondere indirettamente agli scritti di Pasquinelli e Negri, quanto per dare un contributo alla riflessione su questioni che, al di là della loro rappresentazione formale che può apparire astratta, hanno invece una sostanza di grande e scottante attualità. Basti pensare all’interpretazione della crisi economica in corso e, più in generale, all’interpretazione dei fenomeni sociali nella Società-Mondo del XXI secolo.

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Marx chiamò variabile il capitale anticipato per l’acquisto di capacità lavorativa non perché individuò in esso, in quanto forma di valore (salari), la fonte del plusvalore, bensì perché solo quel capitale mobilita la viva capacità lavorativa, la sola in grado di creare valore ex novo semplicemente dispiegandosi nel tempo. Preso in sé, nella sua tetragona forma di valore di scambio, il capitale variabile è altrettanto sterile di plusvalore quanto il capitale costante. Tra poco vedremo quanto sia importante anche l’analisi del valore d’uso mobilitato dal capitale costante sotto forma di macchine e di materie prime.

La filiera plus-lavoro → plus-merce → plus-valore ha quindi come momento iniziale un atto della circolazione, ed è precisamente questo fatto la fonte principale di quel misticismo della merce da cui non a caso Marx prese le mosse nella sua critica dell’economia politica. «Alla superficie della società borghese il salario dell’operaio appare quale prezzo del lavoro» (1). Invece il salario è il prezzo del lavoratore, non della sua «magica» prestazione: con quel salario il lavoratore compra ciò che gli occorre per riprodursi sempre di nuovo come venditore di capacità lavorativa – fra i costi di riproduzione naturalmente occorre considerare anche la sua famiglia. A ben guardare, con il salario il capitale non paga la capacità lavorativa (si limita a usarla per un x di tempo stabilito dalla prassi sociale), ma rende piuttosto possibile l’esistenza in vita del prestatore di capacità lavorativa. «Un uomo deve poter sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario dev’essere almeno sufficiente a mantenerlo», notava acutamente Adam Smith ne La ricchezza delle Nazioni. Dalla prospettiva appena delineata la natura disumana, alienata e alienante, del lavoro salariato appare in tutta la sua maligna e radicale dimensione.

Scrive Marx: «Il capitalista non scambia un’eguale quantità di lavoro oggettivato con una eguale quantità di lavoro vivo; la quantità di lavoro di cui egli si appropria è superiore alla quantità di lavoro che egli paga» (2).  Qui ancora una volta viene in luce la doppia natura del lavoro: quella oggettiva, morta, che si esprime nel salario, e quella soggettiva, viva, che genera plusvalore attraverso la conservazione dei lavori e dei valori che dal punto di vista del capitale costituiscono un puro costo, sterile ai fini del profitto. La dialettica tra lavoro morto (3) (passato, incorporato nei mezzi di produzione e nelle materie prime, anche sotto forma di ricerca tecnologico-scientifica) e lavoro vivo (presente, chiamato a risuscitare il morto lavoro in termini di valore di scambio e di valore d’uso) è una peculiare acquisizione marxiana, che si colloca in una posizione di discontinuità rispetto all’economia classica, intrappolata nella rigida e morta materialità dei «fattori della produzione» e dei prodotti del lavoro. Anche qui, la cattiva astrazione esibita dal concetto smithiano-ricardiano del valore è l’altra faccia di una concezione che al lato opposto mostra quel materialismo della materia (o materialismo quadratico, come mi piace chiamarlo) che tanta parte ebbe nella definizione smithiana di lavoro produttivo.

Com’è noto, Marx riprende, incorpora e supera il concetto smithiano di lavoro produttivo attraverso la critica della teoria del valore elaborata dal grande economista inglese. Mentre Smith aveva ancorato quel concetto alla forma materiale del prodotto del lavoro, della merce, Marx dissolve ogni residuo feticistico im­plicito nel concetto smithiano, e pone saldamente al centro della definizione del lavoro produttivo e della sua distinzione da quello improduttivo il rapporto sociale di scambio tra ca­pitale e lavoro salariato. Egli arriva a contrapporre il concetto di lavoro produttivo elaborato dai fisiocratici, i quali «giungono persino a dire che soltanto il lavoro che crea un plusvalore è produttivo» (4) (tesi che Marx naturalmente condivide), all’analogo concetto smithiano, ancora impigliato in una «rozza concezione» mate­rialistica del plusvalore (identificato in qualche modo con il «triviale» corpo della merce). A differenza di Smith, il quale si era concentrato sull’aspetto fenomenologico dello scambio tra capitale e la­voro salariato, espresso appunto nella forma astrattamente oggettiva del valore di scambio, Marx punta decisamente i riflettori della sua analisi cri­tica sulla natura storica e sociale di quello scambio, il quale cela dietro il velo monetario della compravendita effettuata da liberi e giuridicamente eguali “soggetti economici” (il detento­re di capitali e il detentore di capacità lavorativa), il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento peculiare di questa epoca storica. L’oggettività smithiana è, insieme, astratta, «triviale» e morta, proprio perché non coglie il latto concreto, soggettivo e attivo dell’oggetto: il valore d’uso dei «fattori della produzione».

A questo punto mi permetto una breve precisazione. Nella pagina citata dai Grundrisse Marx dice che «in A. Smith capita di trovare la rozza concezione che il plusvalore debba esprimersi in un prodotto materiale». In effetti, qui sembra che il Tedesco colpisca anche la mia concezione del plusvalore primario o basico, ma non è così. Almeno questo pare a chi scrive. Marx, infatti, così conclude: «Gli attori sono lavoratore produttivi non in quanto producono spettacolo, ma perché incrementano la ricchezza del loro datore di lavoro. Ma che genere di lavoro sia, ossia in che forma esso si materializza, ciò è assolutamente indifferente ai fini di questo rapporto, pur non essendolo dai punti di vista che svilupperemo in seguito». Vale a dire: produttivo è qualsivoglia lavoro dal cui sfruttamento il capitale trae un plus di valore, comunemente chiamato profitto. Sotto questo peculiare aspetto il lavoro di un attore, di una prostituta o di un operaio cadono tutti, con grande scandalo per Adamo Smith (e per il moralista), nella stessa rubrica del lavoro produttivo, a prescindere dal tipo di «bene o servizio» prodotto. La «forma materiale» della merce prodotta (spettacolo, piacere, frigorifero) acquista una decisiva importanza se guardata dalla prospettiva del processo di formazione del valore che sempre di nuovo si aggiunge (ex novo) alla ricchezza sociale già prodotta. Da quella prospettiva, la sola che permette di capire il movimento della società capitalistica nel suo complesso, decisivo diventa la qualità del plus di valore incamerato dal capitalista: si tratta di una mera sottrazione di ricchezza (dalla tasca dei consumatori di arte e di corpi a quella dell’impresario e del magnaccia) ovvero di una creazione di valore prima inesistente? Il solo lavoro che mentre conserva e vitalizza il vecchio valore ne crea di nuovo, prima inesistente sulla faccia della terra, è quello che produce le triviali merci. Per distinguere un qualsiasi tipo di incremento (plus) sul valore anticipato da un generico capitale, da quello originato attraverso la produzione di merci preferisco parlare di plusvalore secondario o derivato, nel primo caso, e di plusvalore primario o basico nel secondo.

Per cogliere questa fondamentale differenza non bisogna concentrarsi sull’aspetto materiale, cosale, del bene prodotto, bensì sulla qualità della capacità lavorativa, ossia sul suo valore d’uso, che nelle condizioni capitalistiche si concretizza in uno sfruttamento. Che la «società immateriale» del XXI secolo debba sostenersi sul “mondo perduto” del valore d’uso è qualcosa che il feticista della merce non potrà mai capire. La crisi economica viene a ricordare al capitale sociale mondiale la sua origine angusta e triviale: la produzione di merci nel processo industriale, la quale ne costituisce ancora la radice, nonché il suo insuperabile limite storico-sociale, che esso cerca di superare sempre di nuovo, attraverso scorribande economiche sempre più spericolate e azzardate. Che tristezza per i teorici della cornucopia e della miracolosa moltiplicazione dei valori mercè la moltiplicazione di valori cartacei.

1. K. Marx, Il Capitale, I, p. 251, Editori Riuniti, 1980.
2. K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p.142, Einaudi, 1955.
3. «Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro e vive quanto più ne succhia» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 267).
4. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 322, La nuova Italia, 1978.

IL MONDO PERDUTO DI TREMONTI

La rivista Aspenia, dedicata questo numero a I futuri del Capitalismo, ospita un’interessante intervista a Giulio Tremonti, che sembra aver beneficiato, sul piano della riflessione “teoretica” intorno al processo sociale capitalistico mondiale, della poco gloriosa fine del governo Berlusconi per mano “tecnica”. E con questo brevissimo accenno all’attualità politica tocchiamo già il cuore dell’argomentazione tremontiana, centrata proprio sulla critica della «fase degenerativa del capitalismo» che avrebbe esautorato la vecchia «sovrastruttura» politica, a partire dallo Stato Nazionale, reso in gran parte obsoleto da un «capitale dominante» (finanziario) che si muove alla velocità della luce su scala planetaria.

Tutto ciò che costituisce il logico (“dialettico”) sviluppo del Capitalismo agli occhi di Tremonti, e dei tremontiani di “destra” e di “sinistra”, appare come sua «degenerazione» e «patologia». Qual è la logica del Capitale? Il massimo e il più rapido profitto, è ovvio! Ovvio ma non evidente prima facie. Tuttavia, solo la complessità della Società-Mondo del XXI secolo, e il carattere feticistico immanente alla forma capitalistica di produzione della ricchezza sociale, impediscono di cogliere con facilità questa logica ferina, ossia la radicalità del male cui tutti siamo assoggettati.

Come la gran parte degli scienziati sociali Tremonti fabbrica un inesistente, e mai esistito Capitalismo, e poi calcola le deviazioni della realtà rispetto a questo modello («idealtipo») del tutto campato in aria, gonfiato con insufflate di ideologie sincretistiche, mitologie e pregiudizi d’ogni sorta – la maggior parte dei quali basati sull’idea del denaro come sterco del Demonio: «Il Santo Padre ha detto cose assai chiare e definitive a tal proposito». Non c’è dubbio…

Che l’odierna economia capitalistica, dominata dal Capitale Finanziario (ma guarda la novità!), sia interamente radicata nella logica del “vecchio” Capitalismo, «quello di Smith e Marx» che tanto piace agli amanti dell’«economia reale», al simpatico Giulio appare impossibile. Non si tratta di uno sviluppo necessario, i cui presupposti sono radicati nel rapporto sociale di dominio e di sfruttamento indagato da Marx, ma di una rottura epocale, di una deviazione, appunto, di una degenerazione, di una patologia. Tremonti individua per l’esattezza ben «quattro patologie». «Per secoli il sistema politico, economico, sociale del mondo occidentale è stato basato su due pilastri: La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith; Il Capitale di Karl Marx (G. Tremonti, capitalismo take away, Aspenia, n. 56, aprile 2012). Questo mondo non esiste più, è andato in frantumi negli ultimi vent’anni con la globalizzazione, basata sull’informatizzazione, «che ha via via trasformato una quota enorme e stra­tegica dell’economia in simboli e segni elettronici a circolazione globale istantanea e interconnessi in rete», e sul mercatismo, «l’ideologia che sovvertendo l’antico ordine po­litico liberale ha teorizzato e legittimato il dominio universale del mercato prima sullo Stato e poi su tutto il resto».

Posto che «il dominio universale del mercato» (leggi: del Capitale tout court) non è un recente acquisto dell’umanità, bensì una realtà ormai secolare che ha anche nello Stato un suo formidabile strumento di rafforzamento e di espansione (vedi soprattutto i paesi storicamente ritardatari sul terreno dello sviluppo capitalistico: Germania, Italia, Giappone, Russia, Cina, ecc.); detto questo, gli antimercatisti sono portati a esagerare il tasso di liberismo che ha caratterizzato l’economia mondiale basata sulla globalizzazione. Scrive Philip Coggan, riflettendo sui diversi modelli di sviluppo economico (anglosassone, europeo-continentale, cinese, e così via): «Eppure, a uno sguardo più attento, si dovrebbe notare che le differenze vengono spes­so esagerate. Il modello anglosassone non ha mai consentito la completa liberalizza­zione dei mercati. Il settore finanziario era soggetto a numerose forme di regolamenta­zione (forse non molto efficaci, ma questo è un altro discorso). Molteplici erano anche le forme di intervento nell’economia, come ad esempio le sovvenzioni ai coltivatori di zucchero in Florida o ai produttori di etanolo nell’Iowa» (P. Coggan, Il capitalismo anglosassone tra liberismo e regole, Aspenia).

Come ogni ideologo che si rispetti, Tremonti pensa che il Diritto abbia preceduto la società civile, e che fermo restando il rapporto sociale capitalistico la politica possa, o debba, dominare «sui mercati». Eppure non poche volte egli ha sostenuto, contro i sinistrorsi, che la politica non può costringere il PIL a crescere, e che la cosa migliore che essa può fare è diventare «un’infrastruttura dell’economia». Evidentemente il Professore non comprende la reale portata dei concetti che esprime.

Per quanto riguarda «L’odierna dittatura del denaro» (Tremonti), essa non è che un «ulteriore sviluppo della produzione delle merci» (Marx): «Estendendosi la circolazione delle merci, aumenta il potere del denaro, della forma sempre disponibile, affatto sociale, della ricchezza … La circolazione diviene la grande storta sociale dove tutto affluisce per uscirne come cristallo di denaro. Nulla resiste a questa alchimia, neppure le ossa dei santi e ancor meno altre meno rozze “res sacrosantae, extra commercium hominum”» (K. Marx, Il Capitale, I). Tremonti non solo non afferra la dialettica dello sviluppo capitalistico, ma tende a creare dualistiche polarizzazioni (merce e denaro, valori e prezzi, sfera produttiva e sfera finanziaria, «finanza etica» e speculazione, Stato e mercato, ecc.) là dove insiste un rapporto dialettico, peraltro tutt’altro che armonico e pacifico, e anzi pregno di forti tensioni antagonistiche, tra diversi momenti di una sola unità sociale, oggi di dimensione planetaria.

Egli guarda il grafico derivati-prodotto interno lordo mondiale e si lascia vincere dalla vertigine. Un pauroso «multiplo iperbolico – 10 forse 11 volte il prodotto interno lordo». Certo, cadere da quell’altezza, senza paracadute, può far male…

«L’ultimo capitalismo si è liberato dal vincolo della partita doppia. Si è spostato sul conto economico, abbandonando la base del conto patrimoniale. Questo non è stato solo un passaggio contabile, è stato soprattutto un passaggio politico e morale. Il conto patrimoniale è, infatti, il mondo dei valori. Il conto economico è invece il mondo dei prezzi». Ma i prezzi esprimono valori (di scambio)! Almeno “in ultima analisi”. «Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce», scriveva Marx, non dimenticando di aggiungere questo fondamentale concetto: «tempo sociale di lavoro», occultato dalla natura feticistica della cosa-denaro. «Il conto patrimoniale è un mondo in cui vedi la struttura, la storia, l’origine, il presente e il futuro di una società e anche la sua missione industriale e morale. Il conto economico è invece un’altra cosa». Qui ancora una volta si allude al denaro come appare feticisticamente, ossia senza alcun rapporto con il lavoro sociale «astratto» che lo fa esistere in quanto «equivalente universale delle merci». «Se tutto il capitalismo vira sul conto economico e cessa di essere orientato nella logica della lunga durata, come è invece tipico e proprio del conto patrimoniale, se diventa corto e breve, perché così è la logica del conto economico, se non conta più la durata della società, ma l’anno sociale, questo a sua volta diviso in semestri, in trimestri, in fixing giornalieri, allora è chiaro che quasi tutto cambia. È così che il capitalismo ha preso la forma istantanea del conto economico. È così che è venuto via via configu­randosi un capitalismo di tipo nuovo, di tipo take away». Ma la «logica del conto economico», anzi: del calcolo economico, è la logico che muove anche le montagne, vale a dire la logica che fa capo al Capitale. È nella natura del Capitale, da Adam Smith in poi, escogitare metodi sempre più scientifici e sofisticati volti al conseguimento del massimo e più rapido profitto. Che questa necessaria bramosia si realizzi producendo solide merci o castelli di valori fittizi è, sotto quest’aspetto, del tutto indifferente per il singolo detentore di capitali e, se mai, è interessante indagare la relazione tra le due produzioni (quella «reale» e quella «virtuale»), alla luce del processo economico colto nella sua totalità, nella sua necessaria dimensione sociale.

D’altra parte, se negli ultimi vent’anni abbiamo assistito allo «spostamento ciclopico della ricchezza da Occidente a Oriente» (Mario Sechi, Il Tempo, 15 maggio 2012), ebbene ciò non è stato dovuto alla moltiplicazione dei valori fittizi, ma alla gigantesca massa di plusvalore smunta ai lavoratori cinesi, indiani, coreani e via di seguito, la quale, peraltro, ha anche alimentato quell’«economia del debito», oggi tanto bistrattata, che nel corso degli anni Novanta e almeno fino al 2005 ha permesso ai paesi occidentali, Stati Uniti in primis, di sostenere i consumi e, dunque, l’accumulazione capitalistica primaria (industriale, agricoltura compresa). E al contempo, nonché necessariamente, ha reso possibile l’inaudita espansione dei derivati, in ogni loro configurazione e articolazione. Dico questo solo per ribadire un concetto fondamentale, ossia che è del tutto infondato ogni tentativo volto a separare l’«economia reale» da quella «virtuale», la finanza “buona” da quella “cattiva”, o “oscura”, come vuole la fraseologia etica oggi di moda. No, decisamente il salto di qualità da dottore commercialista a filosofo-economista non è riuscito al Professor Tremonti.

Contrapporre il «Capitalismo di una volta» a quello odierno, nel cui seno abbiamo la ventura di vivere, significa non aver capito nulla della sua più intima natura. Lungi dal negare i cambiamenti enormi intervenuti nella struttura del Capitalismo negli ultimi due secoli, sostengo all’opposto – peraltro sulla scorta di Marx, ripreso poi da Schumpeter – che senza cambiamenti rivoluzionari, a tutti i livelli della prassi sociale, non si dà alcun Capitalismo.

Ma Tremonti non se ne dà per inteso e reclama il solido Capitalismo del bel tempo che fu, scivolando nel «triviale materialismo della cosa» che già l’avvinazzato di Treviri rimproverò al grande Smith. «Il ritorno a quello che per secoli è stato definito tout court come “capitalismo” non è la fine ma, all’opposto, è il ritorno alle origini. È, e deve essere, la fine della forma del capitalismo degenerato nella tecno­finanza, ma in realtà in un processo non molto diverso da una magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele».

Giacché parliamo del – mitico – Capitalismo delle origini, diamo nuovamente la parola a Marx, così coccolato da Tremonti: «Si cerca rifugio in questa astrazione, perché nello sviluppo reale del denaro ci si imbatte in contraddizioni sgradite all’apologetica del buon senso borghese, e che quindi debbono venir celate. Poiché la compra e la vendita, i due momenti essenziali della circolazione, sono l’uno all’altro separati nello spazio e nel tempo, non è affatto necessario che coincidano». La fabbrica della cornucopia s’insinua precisamente in questa scissione, e con i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia fa di essa un abisso, affinché la speculazione “valoriale” possa essere più fruttuosa e duratura possibile. Ma l’abisso, che rischia di risucchiare il Nostro Professore, è solo apparente: «Quest’indifferenza può spingersi fino al consolidamento e all’apparente autonomia dell’uno nei confronti dell’altro. Ma poiché entrambi sono nell’essenza momenti di un’unica totalità, deve sopravvenire un momento in cui la forma autonoma viene spezzata con la violenza e l’unità interna viene ristabilita dall’esterno mediante una violenta esplosione. Così già nella determinazione del denaro come mediatore c’è il germe delle crisi, almeno la loro possibilità» (K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, I). A mio avviso, l’andamento del saggio del profitto nel processo primario (industriale) di produzione della ricchezza sociale gioca un ruolo centrale nella trasformazione della possibilità in attualità della crisi, soprattutto nella sua fenomenologia capitalisticamente più “pura” e socialmente devastante.

La crisi spezza ogni velleità di emancipazione del denaro, e della struttura «chimerica» che su esso di innalza fino a raggiungere vertiginose altezze, e lo riconduce, dopo un periodo più o meno lungo di ubriacatura speculativa, alla sua umile origine, nonché fondamento di ultima istanza, ossia al lavoro sociale, dal cui sempre più intensivo sfruttamento origina il fondamento di ogni più ardita speculazione finanziaria: il plusvalore. L’alchimia di cui parlava Marx non ha nulla a che fare con la «magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele» che tanto inquieta Tremonti?

La miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, sotto forma dei più sofisticati prodotti finanziari (quelli che ultimamente hanno messo in crisi la JP Morgan, la quale aveva beneficiato nel settembre del 2008 del fallimento di Lehman Brothers e della vendita di Merrill Lynch: è la coazione a ripetere della cornucopia!); questo vero e proprio miracolo economico, dicevo, può darsi solo sulla base del miserabile (se confrontato con l’insaziabile appetito del Mostro) presupposto appena accennato. La creazione ex nihilo compete esclusivamente alla Potenza che domina i Cieli, mentre quella che domina il pianeta deve scendere a compromessi con il sudore dei lavoratori produttivi. Che triste destino! E, dialetticamente, è proprio questo limite immanente al concetto stesso di Capitale che per un verso rafforza la tendenza della sfera finanziaria a rendersi autonoma da quella immediatamente produttiva, a volte troppo avara di profitti; e per altro verso spinge una parte sempre più cospicua del capitale industriale a cercar fortuna sul mercato creditizio e speculativo, per l’identico motivo. Ancora una volta la dialettica del processo sociale si oppone nel modo più tetragono a ogni concezione ideologica della società capitalistica, soprattutto a quella che pietosamente e ridicolmente cerca di separare i suoi «lati buoni» dai suoi «lati cattivi».

Tremonti denuncia la «dittatura del denaro». Ieri Giuseppe Vegas, presidente della Consob, ha detto che è ora di finirla con «la dittatura dello spread». Il concetto di Capitale – sans phrase – come totalitarismo sociale dell’economia basata sul profitto è pane troppo duro per i denti dei funzionari delle classi dominanti.