Da buon sinistrorso Mimmo Porcaro si prende cura delle sorti tanto del Paese, questo «bene comune» che andrebbe declinato in un modo meno settario e antico di quanto non facciano taluni (ad esempio chi scrive), ancora fedeli a un internazionalismo fuori tempo massimo; quanto di «quel che resta della sinistra italiana». E qui il sottoscritto non si sente minimamente chiamato in causa. Qual è, secondo il socialnazionalista di cui si parla, il difficile compito che sta di fronte «a quel che resta della sinistra italiana»? Evitare un’uscita «da destra» della grave crisi economico-sociale che impazza nel Vecchio Continente ormai da cinque anni, con le conseguenze sistemiche che tutti possono vedere, in ogni parte d’Europa, e segnatamente nella sua area capitalisticamente più debole. E quindi, preparare un’uscita «da sinistra», attraverso misure «semisocialiste» che abbiano il dono della concretezza e del realismo.
Ma lasciamo la parola a Porcaro: «È chiaro che la sinistra italiana e continentale non è capace di un pensiero che sia all’altezza della situazione, perché non è capace di prendere atto della fine della globalizzazione e del riemergere degli stati nazionali (o meglio degli stati nazionali più forti) come attori principali della politica. Non è capace di capire che l’Europa è ancora fatta di nazioni, che le nazioni più forti dettano la direzione di marcia e che, anche a causa della persistente crisi economica, questa marcia conduce ad un gioco in cui il nord vince ed il sud perde. E che quindi una coerente difesa dei lavoratori italiani si identifica, oggi, con la costruzione di un discorso che sappia legare in maniera inedita questione di classe e questione nazionale» (Che fare dell’euro?, Sinistrainrete). Chi conosce la tradizione “comunista” (leggi: stalinista-togliattiana) del Bel Paese riconosce nei passi appena citati la vecchia cacca ideologica, sia detto con francescana pacatezza, di chi ha legato con catene d’acciaio i lavoratori al carro delle classi dominanti. Nulla di nuovo sotto il cielo del sinistrismo Made in Italy.
In primo luogo è risibile opporre la cosiddetta globalizzazione, ossia il continuo processo di espansione economico-sociale (esistenziale, direi) del Capitale in ogni più piccolo e sperduto recesso della società, a partire dal corpo stesso degli individui, e del pianeta; opporla, dicevo, all’esistenza delle nazioni e degli Stati nazionali. La tensione dialettica fra la tendenza del Capitale a recidere ogni legame con il momento nazionale, come con qualsiasi altro momento particolare (religioso, culturale, sessuale, ecc.), e la dimensione nazionale-statale del Dominio sociale borghese è un dato permanente nel seno della vigente società. In secondo luogo, «legare in maniera inedita [sic!] questione di classe e questione nazionale» significa riproporre appunto il vecchio socialnazionalismo di matrice stalinista, il quale cianciava tanto di “classe” solo per conseguire meglio obiettivi schiettamente nazionali, ossia capitalistici.
Dopo il massacro dei comunardi parigini, il vecchio trincatore di Treviri disse che nei Paesi a Capitalismo avanzato solo i «sicofanti» della classe dominante potevano ancora parlare di patria e di sentimento nazionale col sorriso sulle labbra. «Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi … Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti … I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (Marx, La guerra civile in Francia). E questo il vecchio germanico lo biascicava nel 1871, ossia in un’epoca in cui il Capitalismo appare un lattante, se paragonato alla mostruosità sociale che ci sta dinanzi. Un secolo e mezzo dopo, i “marxisti” scoprono che la fottutissima questione nazionale conserva ancora un carattere progressivo: cose dell’altro mondo! Mi correggo: cose del loro mondo. Un mondo assai sinistro.
«Le incertezze sono più che comprensibili», osserva Porcaro riflettendo sulle «incertezze» di molti suoi compagni sinistri, ancora avvinghiati come l’edera all’europeismo fallimentare: «da Crispi a Mussolini, per tacere degli epigoni minori, in Italia nazionalismo fa rima con avventurismo autoritario». Ma può anche far rima con socialnazionalismo, una posizione politico-ideologica ultrareazionaria almeno quanto quella fascista e nazionalsocialista. Almeno. Tra l’altro il recupero della questione nazionale in chiave progressista caratterizzò la posizione interventista del futuro Duce, il quale rimproverò all’imbelle neutralismo dei socialisti italiani che la storia aveva messo all’ordine del giorno lo scontro tra la Civiltà occidentale (Francia e Inghilterra) e la barbarie teutonica. Si trattava, per il Mussolini socialnazionalista, di completare il Risorgimento italiano, come diranno gli stalinisti italiani più tardi, in occasione del Secondo macello imperialistico. Scriveva Il Socialista nel 1914 a proposito del patriottismo socialdemocratico: «All’attuale grado di sviluppo della società, tenuti ben presenti i caratteri delle guerre moderne, non si può scorgere coincidenza tra la guerra fatta e condotta dallo Stato borghese e l’azione rivoluzionaria, senza ricorrere a paragoni che hanno un valore esclusivamente… futurista».
Dite che esagero in questa improvvida evocazione della guerra? Detto che la guerra guerreggiata è semplicemente la continuazione della guerra sociale permanente condotta con altri mezzi, leggete questo: «Attraverso queste righe voglio rivolgermi ai miei connazionali, alla gente comune, e chiedere loro di cercare di risanare il nostro sistema bancario per mandare via la troika e per ridefinire i nostri legami di solidarietà. È adesso che bisogna mostrare il nostro patriottismo, bisogna mostrare che l’anima degli elleni non si sottomette così facilmente ai diktat stranieri. La nostra anima è in fermento e i nostri pugni sono serrati. Stiamo già cercando i responsabili e sono certo che li troveremo. In questo momento cruciale dobbiamo essere uniti, aiutare il nostro paese e resistere al nemico. Come se fossimo di nuovo in guerra. Perché quella che stiamo vivendo è una guerra, anche se assume altre forme. I nostri connazionali della diaspora potranno aiutarci mettendo mano al portafoglio. Bisogna aiutare il nostro stato a rialzarsi, perché siamo solo all’inizio di una lunga via crucis. Forza e coraggio!» (Emmanuel Lioudakis, Phileleftheros di Nicosia, 25 marzo 2013). Forza e coraggio! In “pace” come in guerra.
Già che ci siamo, leggiamo anche queste sobrie righe: «La Merkel, come Hitler, ha dichiarato guerra al resto dell’Europa, per garantirsi il suo spazio vitale economico. Ci punisce per proteggere le sue grandi aziende e banche, ma anche per nascondere al suo elettorato la vergogna di un modello che ha fatto in modo che il livello di povertà nel suo paese sia il più alto degli ultimi 20 anni, che il 25% dei suoi impiegati guadagni meno di 9,15 euro l’ora, o che alla metà della popolazione corrisponda, a un misero 1% di tutta la ricchezza nazionale. La tragedia è l’enorme connivenza tra i poteri finanziari paneuropei che dominano i nostri governi, e che questi, invece di difenderci con patriottismo e dignità, ci tradiscano attuando come vere e proprie comparse agli ordini della Merkel» (dall’editoriale “censurato” di El Paìs, da Corretta informazione.it, 25 marzo 2013). Si tratta di un falso? Non importa; ciò che conta qui è il valore sintomatico dei passi appena citati. La chiamata alle armi (oggi virtuali domani si vedrà) non potrebbe essere più chiara. I nemici sono individuati, gli schieramenti bellici ben definiti: Sud contro Nord, cicale contro formiche, economia reale contro economia finanziaria, democrazia contro diktat tecnocratici, sovranità dei “popoli” contro dominio dei “poteri forti transnazionali”.
Ma ritorniamo a Porcaro! «Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale». Qui l’indigenza teorica e politica è davvero abissale, e io me ne occupo solo per denunciare appunto un sintomo che rinvia direttamente alla guerra permanente del Capitale contro le classi dominate, guerra che non rare volte assume la forma della “lotta di classe”. Tanto più quando per «anticapitalismo» si intende la lotta al cosiddetto Finanzcapitalismo, ossia al Capitalismo dominato dalla finanza e contrapposto, in modo davvero risibile, al Capitalismo basato sulla cosiddetta «economia reale», meglio se condotta direttamente dal Leviatano, il feticcio di tutti gli statalisti, non importa se in guisa “socialista”, “fascista” o “keynesiana”. Ci si crede postmoderni, salvo poi scrivere assurdità che fanno rimpiangere i teorici dell’Imperialismo tipo Hobson e Hilferding. Per non parlare di Lenin… Non solo il nostro socialsovranista mette in un unico sacco internazionalismo, europeismo e autonomismo, ossia cose tra loro antitetiche, ma si vuol far credere che «un nazionalismo democratico» sia meno reazionario del nazionalismo sans phrase. Cosa che ovviamente è ridicolmente falsa, come dimostra peraltro l’auspico «di una politica estera basata su un’autonoma proiezione mediterranea dell’Italia [e] su nuove relazioni coi Brics». Della serie, Imperialismo con caratteristiche socialnazionaliste…
Detto di passata, alla fine degli anni Novanta Fausto Bertinotti affermò tesi analoghe riflettendo sul fenomeno leghista: difendere l’unità della nazione, sostenne allora il teorico del kashmir in fatto di abbigliamento, significa difendere lo spazio all’interno del quale si dà ogni articolazione democratica della società civile. Con ciò veniva sdoganato persino lo sventolio del tricolore anche al di fuori delle competizioni sportive… Sarebbe una fatica sprecata cercare di far comprendere al progressista che l’articolazione democratica della società civile non è che una delle forme del Dominio sociale, e che in Italia la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in una contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.
«Sarà quindi necessario rielaborare in fretta tutto il nostro orientamento degli ultimi decenni», conclude Porcaro, «e riscoprire un nesso tra classe e nazione che in Italia ha avuto rari, benché importanti, momenti di emersione: nella Resistenza, nella difesa delle fabbriche contro l’invasore, nelle lotte postbelliche per il lavoro, nelle, e forse anche nel contraddittorio e perdente itinerario di Berlinguer. Si può fare. E soprattutto si deve fare». Sono io che evoco cinicamente lo spettro della guerra, magari in ossequio alla tesi del tanto peggio, tanto meglio? Non credo proprio. La rivendicazione della Resistenza, dell’antiamericanismo (leggi: «campagne comuniste contro l’imperialismo») e del berlinguerismo, ancorché «contraddittorio e perdente» [sic!], la dice lunga sulla qualità politica dell’italico socialnazionalismo, avanguardia bellica già in assetto di guerra.








