ELOGIO DELL’INCIUCIO

142626 RAVAGLI - CAMERA: IL PREMIER ENRICO LETTA PRESENTA IL PROGRAMMAVorrei rassicurare, per quanto mi è possibile, le anime in pena del popolo di sinistra che ancora fanno riferimento al partito dell’ex smacchiatore di giaguari, nonché pettinatore di calvi. Alle animelle sinistrorse che oggi si chiedono con la morte nel cuore se dopo il noto esecrabile «inciucio» col Nemico Assoluto il PD può ancora essere definito un partito di sinistra, o quantomeno di centro-sinistra, se non proprio di sinistra-centro, desidero offrire, per quel che vale, il mio conforto: sì, amici progressisti, il vostro è ancora un partito di sinistra, o di centro-sinistra. Tirate pure un grosso sospiro di sollievo e godetevi il profumo della primavera.

Amici democratici malpancisti seguite il consiglio di Eugenio Scalfari e di Re Giorgio, studiate la gloriosa storia del partito che fu di Togliatti e di Berlinguer, e allora l’inciucio di oggi, per usare la miserabile fraseologia di Miserabilandia, vi apparirà cosa davvero risibile, un gioco da ragazzi, non più di un cucchiaino di sciroppo amaro. Basta un po’ di zucchero e lo sciroppo va giù che è una meraviglia. Ingoiate dunque con serenità l’ennesimo rospo, amici sinistrati.

Patto-2Il partito che sventolava la bandiera rossa e che cantava l’Internazionale, non inciuciò forse persino con i nazifascisti ai tempi della grosse koalition russo-tedesca del 1939? Quanti sforzi fece allora il compagno Ercoli, il migliore degli stalinisti europei, per convincere un partito che si attardava sulla vecchia linea! E poi, mutatis mutandis, venne l’inciucio con Badoglio, e ancora dopo, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, ci fu l’inciucio, pardon: il «compromesso storico» con Moro (santificato dai “comunisti” solo dopo il suo assassinio) e Andreotti, seguì l’inciucio con il compagno Bettino, al quale l’onesto Enrico elemosinò l’appoggio in sede di Internazionale Socialista. E che sarà mai l’inciucio con il Caimano!

1980-07-07-berlinguer-andreotti_jpgHa scritto Scalfari sulla Repubblica del 28 aprile: «Badoglio nel ’44, Andreotti nel ’78, il Pci di Togliatti e poi quello di Berlinguer. Napolitano era a Napoli nel ’44 e a Roma nel ’78. Adesso ha responsabilità assai maggiori di quelle che allora ebbero i due leader comunisti». Tra le sue tante responsabilità vi è anche quella di salvare il PD, il quale rischia di spezzarsi almeno in tre parti: la renziana, la barchiana e la dalemiana.

Chi vuole fare il salto di qualità, e così emanciparsi, in un colpo solo, dalle beghe faziose di Miserabilandia e dalla mitologia “comunista” (in realtà uno stalinismo in salsa italiana), dovrebbe piuttosto interrogarsi sulla natura politico-sociale del Pci. Mettendosi su questo fecondo sentiero forse qualcuno scoprirà che sull’escrementizio terreno calpestato dal Pci, da Togliatti a Occhetto, “destra” e “sinistra” non sono che le due ultrareazionarie facce della stessa medaglia. Altro che Elogio del moralismo (Stefano Rodotà) e «lotta alla casta» nel santo nome dell’onesto Enrico! Buon inciucio a tutti.

«DESTRA» O «SINISTRA»? SOTTO. MOLTO SOTTO!

Dopo aver letto il mio post sull’ultradecennale politica collaborazionista della Cgil, un amico su Facebook mi ha scritto quanto segue:

«Non sono proprio sicuro che si possa liquidare 50 di storia del movimento operaio nel modo descritto nell’articolo. Non ci trovo niente di nuovo, né di proficuo, nell’attaccare “da sinistra” il PCI, il sindacato, Togliatti etc.».

Ecco la mia risposta, che pubblico anche sul Blog per far comprendere meglio il mio punto di vista sulla «sinistra» italiana:

Una storia abbastanza oscura

Non ho inteso «liquidare 50 anni di storia del movimento operaio», nel senso che ciò che tu definisci Movimento Operaio io l’ho sempre (almeno dal 1978: sì, sono “diversamente giovane”…) considerato parte integrante della storia e della prassi capitalistica, non anticapitalistica. In questo senso è sbagliato dire che faccio una critica «”da sinistra”», con o senza le virgolette. Se vogliamo usare vecchi ma ancora fecondi concetti (basta non usarli ideologicamente o per sentito dire, e men che meno «a pappagallo»), diciamo che la mia critica è «di classe», ossia elaborata a partire dal punto di vista critico-radicale che inchioda tanto la «sinistra», quanto la «destra» borghese – nell’accezione storico-critica, non sociologica, del termine.

D’altra parte, definire di «sinistra» (sempre borghese) l’azione politica del PCI da Togliatti in poi (senza ovviamente dimenticare l’adesione di Gramsci al nuovo corso stalinista(*): «la verità è rivoluzionaria», diceva Quello, prima di finire mummificato), anche su questo si possono esprimere seri e fondati dubbi. Basta pensare alla vera e propria idolatria statalista del togliattismo (versione italica dello stalinismo, come il maoismo lo fu per quella cinese), che lo rendeva più simile al Fascismo che alla tradizione “libertaria” del riformismo. Non a caso molti ex militanti e dirigenti fascistissimi finiranno, dopo aver sostituito la camicia nera con quella rossa, il teschio sepolcrale con la falce e martello (a dimostrazione che l’abito non fa il monaco), nel PCI, sentendosi perfettamente a casa loro, mentre pochissimi prenderanno la strada che portava al PSI. E non a caso molti militanti di «sinistra» oggi simpatizzano per Tonino “Manette” di Pietro e per il Fascio Quotidiano. Che dire poi, di quotidiani che si dicono «Comunisti» (vedi Il Manifesto e Liberazione), e che implorano lo Stato Capitalistico (Carletto Marx, non ridere!) di salvarli dal fallimento editoriale? Il defunto Montanelli parlava di Togliatti nei termini di un «rivoluzionario parastatale»: ecco, appunto! Di qui peraltro si evince la maggiore intelligenza storico-politica degli esponenti della «destra» borghese, i quali almeno non hanno mai preteso di parlare in nome del «Comunismo» e del «Movimento Operaio».

Ecco perché da tempo non mi definisco più «comunista» o «marxista»: per non collaborare anch’io all’inflazione di parole svilite, corrotte e private del loro autentico significato fino al parossismo (in Cina non c’è  forse il «Socialismo di Mercato»? e nella Corea del Nord non c’è «l’ultima dittatura comunista»? e Marco Rizzo non è «il più comunista degli italiani»?). Ho preso le distanze dal nome della cosa per meglio capirne e sviscerarne il concetto: per questo forse troverai strana o ambigua, o calata da un altro pianeta, questa mia riflessione. E non a torto. Infatti, rispetto alla «Sinistra», anche a quella più «estrema», sono un vero e proprio Alieno. Se mi vuoi far visita, mi trovi nella prospettiva chiamata PUNTO DI VISTA UMANO. Non cercarmi né a «sinistra» né a «destra», ma in basso, molto in profondità. Lì mi troverai, intento a rosicchiare le radici del Dominio Sociale Capitalistico. Non riuscirò a spezzarle, è chiaro; ma che goduria provarci!

***

NOTA:

(*) Difficile, se non impossibile, rintracciare anche solo un barlume di verità nella storiografia ufficiale scritta dagli intellettuali «organici» al PCI. Come scriveva Angelo Tasca, «Gli storici del partito non si lasciano scappare una verità neanche per sbaglio» (I primi dieci anni del PCI, p. 131, Laterza, 1971). Per quanto riguarda Gramsci, ecco cosa scriveva il gramsciano Paolo Spriano nella sua “classica” opera sulla storia del PCI: «L’unico riferimento a Stalin che contengano i quaderni suona appoggio di massima per lui nella controversia con Trockij. Sostanzialmente né in questi anni né dopo emerge un dissenso di Gramsci dagli orientamenti o meglio dallo sviluppo storico del movimento comunista quale concretamente si manifesta in URSS e nell’internazionale, qualcosa che muti la scelta di fondo a favore della maggioranza del PCI russo operata nel 1926» (Storia del PCI,IV, p. 275, L’Unità Einaudi ed., 1990).  Certo, se poi si vuol dire che il leader sardo si compromise con lo stalinismo meno di Togliatti, si può sostenerlo, a patto che non si dimentichi che il primo si trovò nelle patrie galere fin da 1926, e il secondo a Mosca, alle dirette dipendenze di Baffone, che ne fece un «comunista» più realista del re, più stalinista di Stalin. Non pochi comunisti italiani scappati in Russia negli anni Venti, e refrattari allo stalinismo trionfante, ne faranno la dura esperienza. Nei gulag siberiani, per lo più. Passare dalla mitologia alla storia significa mettersi nelle condizioni di comprendere meglio il presente.

LA VERITÀ È RIVOLUZIONARIA!

In Vite precarie osservavo, forse con qualche fondamento, che «Nel capitalismo la vita è precaria per definizione». In altri scritti ho dichiarato la mia netta preferenza per il franco linguaggio del reazionario che non affetta pose politicamente corrette, una volta messo a confronto con l’insulso blaterare luogocomunista del progressista. Ieri sera ho avuto modo di rafforzarmi in queste modeste «ideuzze», per dirla con Giuliano Ferrara.

E proprio sull’elefantino intendo dire due cosette. Ospite della trasmissione Piazzapulita di La7 (un titolo, un programma… politico!), condotta da Corrado Formigli, uno dei tanti cloni di Michele Santoro, Giulianone si è prodotto in un esercizio di pura e semplice verità, la quale necessariamente in questa società deve assumere il truce volto della cinica brutalità. Interrompendo il balbettio progressista di Maurizio Landini, segretario della Corporazione Sindacale chiamata FIOM-CGIL, il quale non la finiva più di leccare la sottoscarpa del «keynesiano» Barack Obama, il direttore de Il Foglio ha urlato quanto segue (riassumo): «Caro Landini, finiamola con queste storie vittimiste sul precariato! Obama può sussidiare l’industria privata perché negli Stati Uniti sono tutti precari. In quel Paese è facile assumere perché è facile licenziare. E sa perché? Perché il lavoro è sottoposto alle leggi del profitto e del capitale. È il capitalismo!»

Ciò va detto anche a dimostrazione che non tutti quelli che hanno militato nel PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer non hanno capito un beneamato ciufolo del Capitale. Naturalmente il capitalismo esiste anche nel Bel Paese, ma appesantito da quelle magagne corporative e stataliste ereditate dal fascismo e dal «cattocomunismo» che è difficile eliminare senza mettere in crisi l’intero «sistema-Paese».

Le classi subalterne devono imparare il linguaggio della vita reale, se vogliono iniziare a diventare soggetti, e non oggetti, della prassi sociale.

Chiudo questa noterella con un’altra perla di verità, venuta fuori su un altro contesto politico-sociale, benché intimamente connesso con quello appena sfiorato. Per aver detto una mera banalità intorno alla moneta unica europea, ossia che l’Euro è una «strana creatura», a cagione della sua genesi e della sua prassi (una divisa per 17 sovranità!), il solito Puttaniere di Arcore è stato randellato a sangue dagli europeisti duri e puri (praticamente quasi tutti i politici, gli intellettuali, gli operatori dei media, ecc.). L’antiberlusconismo ha raggiunto cifre che vanno ben oltre il mero parossismo: la strumentalità politica annichilisce qualsiasi pur minimo ragionamento, e basta compulsare con occhio critico i Social Network per capirlo.

Vediamo cos’ha scritto Der Spiegel del 31 Ottobre 2011 a proposito dell’Euro: «Chi mette i soldi detta le regole [non sembra di sentire Umberto Bossi?] … I francesi hanno voluto l’EURO per sottomettere la Germania. Adesso i tedeschi si servono dell’EURO per sottomettere la Francia». Germania Über Alles? Non c’è dubbio! Sarkozy e Obama ne stanno già parlando. Gli europeisti, confrontati con la cinica e brutale dialettica della storia, non sanno che pesci pigliare e cercano capri espiatori sui quali scaricare la loro progressista frustrazione.

La verità è rivoluzionaria in questo peculiare senso, che un pensiero autenticamente critico-radicale non teme di parlare il linguaggio della vita reale, anche quando esso ne attesta la contingente (speriamo!) impotenza politica. L’illusione non ha mai reso forte nessuno.