LO STATALISMO, MALATTIA SENILE DELLA SOCIETÀ ITALIANA

A Proposito del movimento studentesco

Tutte le illusioni e i pregiudizi statalisti degli italiani in larga misura si spiegano con la relativa arretratezza della società italiana, la quale fa registrare in ogni sua sfera di attività una presenza della «mano pubblica» inconcepibile in gran parte dei suoi competitori diretti. Forse l’eccezione più significativa è rappresentata dalla Francia. Ad esempio, mentre gli studenti inglesi sono scesi in lotta non per rivendicare «più Stato e meno mercato», ma per contestare il drastico aumento delle tasse universitarie, i loro colleghi italiani hanno creduto bene di urlare nelle piazze il seguente slogan: «Viva l’Università libera e pubblica». Ma nella società dominata dalla «logica del profitto» è concepibile – non dico nemmeno possibile – un’università libera, ed è possibile la libertà in generale? E la «mano pubblica» ha a che fare con la libertà degli individui, o non piuttosto con la loro oppressione politica e sociale? Rivendicare «più Stato e meno mercato – ammesso, ma non concesso, il realismo di una simile rivendicazione nella società italiana del XXI secolo – fa forse avanzare il progresso umano di un solo millimetro? Inutile girarci intorno in guisa di diplomazia: il fatto che il «movimento studentesco» abbia scelto il Capo dello Stato come suo interlocutore privilegiato, in spregio al solito Cavaliere Nero d’Arcore e, in generale, alla «politica chiusa nel Palazzo», la dice assai lunga sul suo imbarazzante livello di consapevolezza politica. Forse qui c’è solo un bagno sporco da buttar via, e nessun bambino da mettere in salvo. Forse. So di scrivere cose sgradevoli (ma, signori miei, altamente sgradevole è la realtà!), e in questo mi aiuta la circostanza che non debbo presentarmi alle prossime scadenze elettorali. Due anni fa (novembre 2008) ho messo giù la riflessione che segue, che “socializzo” adesso nel tentativo di dare una risposta alle domande di cui sopra, con l’unico obiettivo di contribuire alla maturazione di un punto di vista davvero radicale su tutto ciò che accade fra cielo e terra.

AVVISO AI NAVIGANTI!

Lettura vivamente sconsigliata agli amanti dei luoghi comuni

«La cultura è una merce paradossale. E’ soggetta così integralmente alla legge dello scambio da non essere più nemmeno scambiata (comprata e venduta); si risolve così ciecamente e ottusamente nell’uso che nessuno sa più che cosa farsene. Perciò si fonde e si mescola con la pubblicità., che diventa l’elisir che la tiene in vita … La pubblicità diventa l’arte per eccellenza, a cui Goebbles, col suo fiuto infallibile, l’aveva equiparata, l’art pour l’art, pubblicità di se stessa, pura esposizione del potere sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, L’industria culturale).

Studente in lotta non farti strumentalizzare dal governo, né dalla cosiddetta opposizione politica (parlamentare ed extraparlamentare) e tanto meno dalle ammuffite corporazioni (“baroni”, sindacalisti, galoppini politici e quant’altro) che da sessant’anni gestiscono le «Agenzie di Formazione», pubbliche e private, di questo Paese.

Se ti attrae una società «a misura d’uomo», allora non devi difendere l’Università, pubblica o privata che sia, perché in questa società l’istruzione in generale non serve a «formare» uomini in quanto uomini, ma cittadini socialmente abili, idonei cioè a produrre sempre di nuovo gli odierni rapporti sociali, disumani in quanto basati sul profitto e sul denaro. Se invece vuoi un’istruzione più competitiva, all’altezza della «società globalizzata del XXI secolo», allora non solo devi difendere la cosiddetta riforma Gelmini, che comunque rappresenta un passo in avanti dal punto di vista degli interessi del Paese (ossia delle classi dominanti), ma dovresti anche criticarla per il suo debole impianto riformatore, perché essa lascia aperte gran parte delle contraddizioni e dei limiti di un sistema formativo largamente obsoleto e improduttivo.

Se ami questo Paese e lo vuoi più moderno e competitivo, come gridi a squarcia gola nei cortei, ebbene dovresti marciare per rivendicare una riforma della scuola e dell’università ben più «liberista» di quella che si annuncia, accettandone tutte le necessarie conseguenze. Giusto dire: «Noi la crisi non la paghiamo!» Ma è completamente sbagliato porsi dal punto di vista di chi s’illude che «La nostra coscienza collettiva nasce paradossalmente dalla diversità del singolo che si oggettivizza fino a diventare sapere per tutti in una gara alla solidarietà sociale che pare all’oggi l’unica via per produrre un percorso conoscitivo (e propositivo) stabile e concreto, l’unico in grado di generare un sistema di sinonimie sociali che capillarmente scuota le coscienze, dalle fondamenta» (cit. tratta dal volantino distribuito da Onda catanese il 30 ottobre 2008). Sono, queste, tutte balle speculative (ideologiche) che rischiano di esploderci sulla testa assicurando a questa società altri decenni di tranquilla esistenza. Certo, lottiamo contro i tagli all’occupazione, contro la dilagante «precarietà», per migliori salari, per più basse tasse scolastiche e universitarie ecc., ma non autoinganniamoci intorno a chimeriche «sinonimie sociali».

Si dice: «la conoscenza non è una merce!» E chi lo ha deciso? E’ forse passato un decreto governativo in questo senso? Non facciamoci illusioni: in questa società tutto si dà necessariamente come merce, dai computer alle bibbie, dai lavoratori salariati alle signore che esercitano l’antico mestiere, dalla «libera ricerca scientifica» alla cosiddetta cultura, «alta» o «bassa» che sia. Oggi impera una ferrea dittatura (altro che governo Berlusconi!), quella esercitata dalle esigenze totalitarie del capitale, che tutto e tutti «mercifica», fin nei più profondi e reconditi recessi del corpo sociale. Ecco perché è del tutto illusorio battersi contro la cosiddetta privatizzazione dell’istruzione pubblica, soprattutto se si auspica una maggiore efficienza e competitività del sistema formativo italiano. Dire che «il profitto non deve entrare nelle università», senza mettere in discussione alle radici la società del profitto (la società tout court), è quantomeno ingenuo. La cosa acquista un senso se ci si batte per costruire una comunità umana nel cui seno il profitto non abbia alcuna ragion d’essere.

Non si può volere, per così dire, «la moglie ubriaca e la botte piena». Soprattutto dobbiamo abbandonare la maligna idea secondo la quale «Pubblico è bello»: «Pubblico» e «Privato» sono le due facce della stessa cattiva – disumana – medaglia. S’inveisce contro «la futura istruzione di élite», come se oggi essa già non lo fosse, elitaria e «nepotista», almeno ai livelli superiori. S’invoca la «meritocrazia», ma poi si piange sulle dolorose conseguenze sociali che essa necessariamente implica. Si vuole tutto e il contrario di tutto.

Il «sistema Paese» nel suo complesso soffre di una grave crisi strutturale che si trascina ormai dalla seconda metà degli anni Settanta. Il tentativo «riformista» del governo Berlusconi (dalla Gelmini a Brunetta, da Tremonti a Sacconi) si colloca all’interno dei periodici sforzi governativi tesi a recuperare il sempre più grave gap «sistemico» (leggi: capitalistico) che ci separa dagli altri Paesi più avanzati del mondo. Dalla riforma Malfatti (1977) a quella Falcucci (1985), dal disegno di legge Ruberti (1990) all’attuale «riforma», per i governi che si sono succeduti è stato un impegno continuo, e in gran parte frustrato, teso a non fare del «comparto istruzione» un mero ammortizzatore sociale, o un parcheggio per futuri disoccupati o sottoccupati. Chi condivide questo sforzo «patriottico» e modernizzatore deve accettarne tutte le necessarie conseguenze in termini di licenziamenti, «privatizzazioni» e quant’altro, mentre chi non lo condivide deve combatterlo accettando tutte le “ricadute” che ne possono derivare, anche in termini di repressione.

Si dice: «Occupare le scuole e le università non è reato!» Ma secondo la “sacra” Costituzione Italiana e le leggi chiamate a difendere l’Ordine Pubblico, nonché «la libera volontà di tutti i cittadini», le cose stanno esattamente al contrario: occupare è un reato, eccome! E allora? Allora bisogna crescere, tutti insieme, errore dopo errore, successo dopo successo. Dobbiamo cioè imparare a prendere sul serio le nostre decisioni, assumendoci tutte le responsabilità che derivano da certi comportamenti che riteniamo siano i più efficaci e adeguati al raggiungimento dei nostri obiettivi in una data situazione. Ipnotizzati da decenni di «prassi democratica» (chiamata a gestire il totalitarismo sociale di cui sopra), siamo avvezzi a ritenere che lo Stato ci debba garantire l’immunità persino in caso di… «rivoluzione»! Ma le lotte e le “rivoluzioni” autorizzate – e a volte persino promosse – dallo Stato non sono che ridicole parodie, sterili giochi di «lotta di classe» che certamente non fanno maturare sul piano politico, insomma nulla che possa turbare lo status quo. E lo stesso discorso vale per quelle teste calde (ancorché vuote) che credono di poter impensierire la classe dominante picchiando qualche «fascista» o sublimando la propria repressa libidine sessuale attaccando programmaticamente le forze dell’ordine. Invece di pensare a menare le teste altrui, bisognerebbe riempire di coscienza le proprie.

Chi lotta seriamente, non perché strumentalizzato dalla classe dirigente di «destra», di «centro», di «sinistra» e di «estrema sinistra», ovvero per giocare alla pseudorivoluzione, ma perché avverte un reale disagio sociale, di qualsiasi tipo esso sia (economico, intellettuale, psicologico, umano in senso lato), purtroppo deve mettere nel conto la possibilità della repressione, soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo. Questa evenienza non deve però spaventarci, ma piuttosto spronarci a maturare una più consapevole – «seria» – visione del mondo, a liberarci dalle tante illusioni e dai tanti luoghi comuni che assorbiamo fin dalla nascita (ad esempio: «lo Stato siamo noi», «bene o male viviamo nel migliore dei mondi possibili»: questo, ovviamente, sempre al netto del Cavaliere Nero, in arte Silvio). Lottare entusiasma e dà gioia. Lottare con coscienza dà ai movimenti di opposizione sociale anche quel respiro teorico e politico che poi rappresenta la sola cosa che veramente può impensierire la classe dominante e i suoi dirigenti politici. L’onda, anche quando è «anomala», si esaurisce quando il vento “cade”; la coscienza ha più durata e soprattutto più efficacia politica e sociale.

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