L’ODIOSA VERITÀ DEL CAVALIERE NERO

Una seria, «intellettualmente onesta» (non pretendo altro!) analisi politologica, sociologica e, last but non least, psicologica del «fenomeno berlusconiano» è, a mio avviso, in grado di suggerirci delle spiegazioni non banali e non moralistiche al cospicuo e diffuso odio che si addensa ormai da un quindicennio intorno alla figura del Cavaliere Nero di Arcore.

Perché presso una parte dell’opinione pubblica – quella orientata “a sinistra”, per lo più – Berlusconi risulta così irritante, al limite dell’idiosincrasia? Tra i molti motivi che si possono addurre, il seguente non mi sembra quello meno significativo: perché egli dice la verità. Sì, il Cavaliere Nero di Arcore sprizza verità da tutti i pori; verità – e non tutta, non può e non sa – intorno a questa società, verità sull’italica politica e sulla «condizione umana» in generale, donne comprese, ovviamente. Verità sul potere disumano del denaro: vedere i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx. E ho detto tutto! «La verità ti fa male, lo so», diceva una canzonetta della mia infanzia.

Una volta Rino Formica, una delle poche “teste lucide” della classe dirigente della «Prima Repubblica», disse che «la politica è sangue e merda»; il Cavaliere Nero di Arcore ha aggiunto a questo binomio il sesso e il denaro, due articoli peraltro non sconosciuti alla politica nazionale e mondiale d’ogni epoca. Ma, ed ecco il torto del Nostro, egli non ne fa mistero, e anzi se ne vanta, alla stregua di un parvenu qualsiasi e di un qualsiasi avventore di bettole e postriboli. Silvio dice la verità intorno a questa società di cacca, e la dice da Primo Ministro del Paese: che scandalo! Che figuraccia facciamo all’estero! Cazzi degli amanti della Cara Patria, non certo di chi scrive. All’estero ridono di noi? E chi se ne frega! Tanto più in considerazione del fatto che le classi dominate non se la passano certo meglio nei Paesi amministrati da integerrimi uomini di Stato.

Ma Silvio ha portato il denaro al potere! Nient’affatto: il denaro è sempre stato al potere, anzi: è il potere. Il denaro come espressione di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Sì, parlo del capitalismo, il regime economico che i progressisti vorrebbero correggere con robuste – e dolorosissime – iniezioni di etica e di «responsabilità sociale», come Sacra Costituzione vuole. Sul fascino del denaro e sul potere «fantasmagorico» che esso conferisce a chi – beato lui! – lo possiede sono state riempite intere biblioteche. Parlo del totalitarismo sempre più stringente e invadente degli interessi economici che annichilisce ogni pur minima istanza umana: altro che «fascismo berlusconiano»!

Però Silvio ha fatto del popolo un pubblico televisivo! Come se la televisione l’avesse inventata lui! Come se questa tecnologia non facesse parte dello sviluppo di una società che massifica gli individui, riducendoli a meri lavoratori-utenti-consumatori, a passivi spettatori di uno show chiamato dominio (altro che Truman Show). Non la televisione, ma lo sviluppo della società basata sul profitto e sulla merce ha fatto di ognuno di noi un atomo sociale, un «individuo civile socialmente adattato» (Freud) privo delle essenziali qualità umane, prime fra tutte quelle che afferiscono la libertà, ossia la capacità di tenere in pugno la propria esistenza.

Certo, la televisione come perfetta tecnologia e perfetta metafora di questa società, la società del Capitale, non di Berlusconi. Il puttanaio non è solo nelle numerose e lussuose (che invidia, nevvero?) residenze del Cavaliere Nero, ma è anche e soprattutto nella società, anzi: è la società, lungo i cui marciapiedi ognuno offre la propria mercanzia: una prestazione professionale, una capacità lavorativa, un’intelligenza, una sensazionale scoperta scientifica, un oggetto. Nel seno (è proprio il caso di dirlo!) di questo immane puttanaio a cielo aperto, come si fa a chiedere a delle ragazze – o ragazzi: sono per le pari opportunità! – di non usare la mercanzia che insiste lì dove sempre più spesso batte il sole? Mi chiamo fuori da questa gigantesca ipocrisia sociale che per darsi un contegno deve sempre più spesso allearsi con la Santa Inquisizione. Il percolato moralistico degli eticamente corretti ormai emana un lezzo, rispetto al quale persino i miasmi dell’immondezzaio napoletano appaiono come dolci brezze marine.

Giustifico la prostituzione? No, condanno senza appello la società borghese tout court, la quale rimarrebbe disumana anche se al posto del Cavaliere Nero di Arcore ci fossi io, con tanto di potere assoluto (quello che vorrebbe Silvio, almeno per ripulire la Campania una volta per tutte, cribbio!), perché non ne faccio una questione di personale politico (d’altra parte, anche al sottoscritto piacciono le belle donne, sia oltremodo chiaro!), ma di rapporti sociali. Ho detto sociali, non sessuali.

In questa sentina chiamata società Berlusconi, sordo ai buoni consigli dei suoi amici più intelligenti e navigati (come Giuliano Ferrara), gioca a carte scoperte, e questo non piace ai politicamente corretti, semplicemente perché il loro feticismo è appiccicato con lo sputo a una realtà che li sconfessa ogni giorno che Silvio, pardon: che Diomanda in terra. Per questo essi hanno bisogno del manganello mediatico-giudiziario: per inchiodare in primo luogo se stessi a quelle sempre più miserande illusioni.



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