RIVOLUZIONARI, MA NON PER PROCURA

Dialogo con il mio ipotetico interlocutore – chiunque egli sia.

Chi è il mio – quantomeno potenziale  – interlocutore quando abbozzo una riflessione possibilmente non scontata sui fatti tunisini, algerini, egiziani (e domani, molto probabilmente, siriani, giordani, iraniani, ecc.)? Rivolgo il mio verbo alle vaste e diseredate masse di quei paesi? Ovvero solo alle loro «avanguardie rivoluzionarie» (anche qui ragiono per ipotesi, si capisce)?

Purtroppo anche la mia smisurata mania di grandezza deve fare i conti col principio di realtà. D’altra parte, visti i magri tempi, il semplice fatto di riflettere criticamente sulle cose del mondo mi appare già un esercizio velleitario. E tuttavia!

No, con ogni evidenza e contro il mio scatenato volontarismo, il «popolo arabo» non può sintonizzarsi sulle frequenze del mio pensiero, se non altro per la debolezza dell’emittente…

E allora? È il mio interlocutore la «moltitudine» che affolla le città del nostro Paese? O almeno la sua «avanguardia», più o meno «rivoluzionaria»?

La risposta non cambia, rimane negativa, e me ne dolgo molto. Cioè, vorrei, fortemente vorrei, ma non posso!

I fatti me lo impediscono. La mia stessa formazione critica me lo impedisce: essa, infatti, mi trattiene dall’esaltazione ideologica degli eventi (del tipo: «Viva la rivoluzione egiziana! È così che si fa! Berlusconi come Mubarak!»), e mi obbliga a chiedermi a chi posso realisticamente – ma non per questo meno significativamente – rivolgermi in un dato momento.

Il mio interlocutore oggi è chi si pone il problema di dare una lettura critica, profondamente radicale («la radice è l’uomo») dei fatti che a vario titolo lo coinvolgono. Non per “imporgli” la mia scienza – che peraltro è ben poca cosa –, ma per costruire con lui un punto di vista umano su ogni cosa che accade tra terra e cielo.

Il mio interlocutore è solo un’ipotesi? Forse sì, ma io gli parlo lo stesso, per filosofia – nell’accezione greca del concetto.

Al mio potenziale o ipotetico interlocutore chiedo: che cosa ci dice lo smottamento che sembra poter ridisegnare il volto politico e sociale del Maghreb e del Medio Oriente (nonché creare tanti problemi ma anche tante opportunità all’imperialismo di casa nostra)? Per rispondere correttamente a questa domanda occorre, a mio avviso, dare prima una risposta adeguata a quest’altra: i «popoli» di quei paesi stanno recitando un ruolo che li rende soggetti di storia, o piuttosto oggetti di una trama scritta dal processo sociale? Insomma, quale mano impugna la penna?

Il fatto che la miseria sociale (la fame, l’oppressione politica, ideologica, culturale, ecc.) ciclicamente generi sommosse, rivolte, vere e proprie guerre civili è qualcosa che appare ovvia da tempo immemore, e solo gli ideologi della nonviolenza possono prestare fede alla chimera di un mondo pacificato nel seno delle società che conoscono il dominio sociale e lo sfruttamento. La società classista è violenta anche quando regna la «pace sociale», perché i suoi rapporti sociali violentano sempre di nuovo la possibilità degli individui di vivere come uomini. Che la pressione del movimento sociale possa mandare in frantumi il più duraturo e repressivo dei regimi politici, è, dunque, cosa risaputa, e questo certamente deve rincuorare coloro che, come me, non amano lo status quo, a cominciare da quello del proprio paese; essi però devono pure interrogarsi sul significato politico e sociale di quell’esito, andando oltre il fascino della «forza popolare», oltre la fenomenologia della sommossa. Dal mito, insomma, dobbiamo passare alla critica politica e sociale di ciò che la realtà ci sbatte in faccia.

A mio avviso, ciò che sta accadendo in Tunisia, in Egitto e altrove è importante, dal punto di vista del pensiero critico-radicale, non perché è – o può scatenare – una rivoluzione (per favore, ogni tanto cerchiamo di avere un po’ di cura per il significato delle parole!), bensì perché da quel marasma può prendere corpo almeno un barlume di autorganizzazione degli operai (attraverso la formazione di sindacati indipendenti, gruppi di iniziativa politica autonoma, stampa “alternativa”, ecc.), dei disoccupati, degli studenti, delle donne, e così via. Se poi lo smottamento di quei regimi più o meno imbalsamati (detto per inciso, che Mubarak fosse a scadenza, non solo politica, è cosa risaputa almeno da due anni) dovesse generare scompiglio anche nell’altra parte del Mediterraneo, tanto meglio! Per carattere son casinista…

Nelle attuali circostanze storiche, se questo fermento sociale si realizzasse sarebbe, e mi si scusi l’espressione poco scientifica, tutto grasso che cola. Anzi, sarebbe una vera e propria… rivoluzione! Se questo malauguratamente non dovesse accadere, vorrà dire che le masse arabe avranno giocato ancora una volta il ruolo di potente, ancorchè politicamente passivo, strumento nelle mani di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella fazione della classe dominante. Trattasi di una coazione a ripetere di un funesto e insuperabile destino? Tutt’altro! Bisogna comunque imparare a non pretendere dai movimenti sociali che si sviluppano nel mondo ciò che essi non possono dare, e ciò che noi sogniamo di fare. L’altrui «rivoluzione» non rinsangua le nostre pallide guance.

Nel giugno dell’’89 ho tifato con forza per i ragazzi di piazza Tien-Anmen, non perché mi aspettassi da loro la «rivoluzione», o perché non vedessi come una fazione del regime cinese intendesse usarli come massa di manovra nella lotta per il potere; ma perché il loro movimento contro la dittatura del Partito cosiddetto Comunista avrebbe potuto innescare un ben più vasto e profondo movimento sociale, e, difatti, in quella breve stagione iniziarono a formarsi organismi sindacali indipendenti a Pechino e a Shanghai. Allora molti nipotini di Mao della mia città mi guardarono con sospetto, tanto più che gli studenti cinesi avevano scelto come loro modello politico e sociale l’odiata America: «Hanno perfino costruito a Tien-Anmen una miniatura della statua della libertà!» Proprio sotto la gigantografia del Celeste Preside: che scandalo! Quel che si dice rimanere impigliati nell’ideologia. Il bagno di sangue dell’‘89 non è il meno insignificante, tra gli eventi che spiegano l’incredibile ascesa della potenza capitalistica cinese negli ultimi vent’anni.

Tutto questo lo scrivo non per influenzare gli eventi che mi godo dal salotto di casa mia, tra una spaghettata e una chiacchierata con gli amici, ma per comunicare al mio potenziale o ipotetico interlocutore quanto importante sia la costruzione di una soggettività politica in grado di favorire la costituzione delle classi dominate in fattori attivi di storia. «Vasto Programma», per dirla col Francese; proprio per questo mi piace!

Noi occidentali non possiamo sempre fare la «rivoluzione» per procura. Almeno questo capiamolo.

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