EFFETTO DOMIN(i)O

Ci si meraviglia e ci si entusiasma tanto per la rapidità con la quale decennali dittature tirano le cuoia, una dopo l’altra, dando corpo a quell’eccezionale effetto domino che qualche apprensione deve certamente suscitare in tutte le classi dominanti del pianeta, ma con ciò stesso si stende un velo pietoso sui decenni che hanno preceduto l’esito violento. Uno come Gheddafi è riuscito a mantenersi abbastanza agevolmente al potere per 42 anni, e invece di interrogarsi sulle cause interne e internazionali di cotanta longevità, la cosiddetta opinione pubblica internazionale – ossia i politici, gli intellettuali e i mass-media dei paesi capitalisticamente più sviluppati – esulta per la «rivoluzione democratica» che starebbe investendo l’ex colonia italiana. Decenni di miseria, di terrore, di oppressione, ma anche di consenso popolare per il dittatore di Tripoli (ricordo che negli anni Ottanta alcuni miei amici siculi passarono, senza soluzione di continuità, dal Libretto Rosso di Mao al Libero Verde di Muammar Gheddafi, innalzato ai sacri altari dell’Antimperialismo) all’improvviso non contano più niente: la storia inizia oggi!

E sia! Ma che storia è mai questa? È la storia della globalizzazione capitalistica, naturalmente. L’odierno effetto domino ci porta al cuore del processo di diffusione capillare dei rapporti sociali dominati dal capitale – in ogni sua configurazione sociale: merce, tecnologia, scienza, lavoro, cultura, moda. Il capitale preme dall’interno e dall’esterno, soprattutto attraverso le sofisticate tecnologie che mettono tutto il mondo nella rete del Mercato Universale.

Le società dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente sono attraversate da vecchie e nuove contraddizioni che rendono sempre più insostenibile un passaggio graduale, guidato dall’alto, fatto di tanti compromessi, alla loro piena «modernizzazione». Le tensioni che si sono accumulate in quei paesi nel corso dei decenni premono sempre più forte sul tappo dello status quo economico, politico, istituzionale, sociale tout court. Il gesto disperato del giovane ambulante tunisino, provvisto di laurea, che si dà fuoco perché esasperato da una vita intrappolata nella miseria più nera e nel più ottuso dei burocratismi, è la cifra di questa condizione insostenibile. Non si può rimanere troppo a lungo in mezzo al guado di uno sviluppo capitalistico troppo asfittico.

Paesi come la Libia, l’Iran, l’Arabia Saudita ecc. non possono sperare di poter vivere in eterno grazie alla rendita che a loro deriva dalla vendita – nemmeno dalla trasformazione – delle materie prime, soprattutto petrolio e gas. Ma Gestire la transizione dal capitalismo di Stato basato sulla rendita petrolifera a un capitalismo più «liberale» naturalmente non è un’operazione semplice, perché in gioco ci sono cospicui e radicati interessi, che peraltro riguardano anche una parte delle stesse classi subalterne, quella che gode delle briciole garantite dallo Stato Petrolifero Assistenziale. Non a caso i nemici più terribili della cosiddetta Onda Vende iraniana Ahmadinejad li recluta tra il proletariato sussidiato dallo Stato. Anche Chavez, sul versante opposto del globo, coltiva il suo ultrareazionario consenso populista sul terreno di un proletariato pezzente ma assistito.

La dissoluzione, alla fine degli anni Ottanta, dei regimi dell’Est europeo basati sul capitalismo di Stato mi sembra confermi questa lettura. La stessa Cina, proprio per scongiurare la sindrome Russa, dovette far ricorso alla più spietata delle repressioni per evitare – o quantomeno per dilazionare e depotenziare – quelle riforme politiche e sociali che ne potevano rallentare la corsa sulla pista della competizione capitalistica globale, e che avrebbero potuto aprire il vaso di Pandora delle rivendicazioni nazionali ed etniche.

Tuttavia, il capitalismo è per sua natura ostile ad ogni ostacolo di natura “artificiale”, e là dove si apre uno spazio ancora libero di iniziativa imprenditoriale, il suo cavallo morde il freno, scalcia, sbuffa, pretende una corsa a perdifiato nel verde – il colore dei soldi! – prato delle opportunità. Naturalmente il processo di sviluppo del capitalismo non investe solamente la sfera economica dei paesi, ma ne coinvolge anzi l’intera struttura sociale: la politica, le istituzioni, la cultura, le mode, la stessa psicologia, tutto deve fare i conti con le necessità di un’economia quantomai esigente ed esclusiva. Non è né giusto né sbagliato, è semplicemente un fatto necessario e incontrovertibile nel contesto dell’odierna Società-Mondo. (Proprio in questo momento ricevo un sms da una cara amica, la quale mi chiede: «Ciò che sta succedendo è come ai tempi della Russia, della Romania ecc., per pressioni esterne cioè occidentali?» No, cara amica, il complotto occidentale non c’entra nulla: chi complotta qui e ovunque è il capitale. Prima lo capiamo, e prima ci risparmiamo il luogo comune terzomondista, sempre duro a morire).

In fondo, l’11 Settembre dei fondamentalisti islamici è stato forse l’ultimo, disperato e rozzo – ancorchè tecnologicamente avanzato: paradosso dentro la contraddizione – tentativo, da parte di chi teme la «modernizzazione borghese», di evitare al Mondo Islamico un esito «occidentale». Forse il Dio dei fondamentalisti islamici non ama l’«emancipazione della donna», le «libertà borghesi», i «diritti umani» e tutti quei «valori occidentali» che tanto inorgogliscono l’opinione pubblica che vive nei luoghi di nascita del moderno capitalismo. Il fatto è che quel Dio si trova a dover fare i conti con una divinità ben più potente e tirannica, la cui Chiesa non sta né a New York né a Pechino, ma ovunque si celebri la Santa Messa del Profitto. Amen!

Mentre scrivo la situazione nei paesi investiti dallo tsunami sociale appare ancora fluida e contraddittoria, perché il cavallo dell’insofferenza alla miseria e all’oppressione è montato tanto da coloro che vogliono mantenere lo status quo, tanto da quelli che coltivano l’opposto interesse. Nemmeno un nuovo compromesso tra questi interessi è da escludersi. Il processo sociale reclama comunque i suoi diritti, e come sempre a pagare il conto salatissimo del «progresso civile» sono gli ultimi, i quali non saranno mai i primi. Salvo che, beninteso, in caso di rivoluzione sociale. Ma questa è tutta un’altra storia.

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