ALLAH (FORSE) È GRANDE, LA “MOLTITUDINE” NO

Breve riflessione sull’eterno “ottimismo rivoluzionario” di Toni Negri

Com’è noto, per Toni Negri la madre delle rivoluzioni, o quantomeno dei «cicli di lotte», è sempre incinta, nonostante il movimento sociale anticapitalistico manifesti ormai da parecchi lustri un’impotenza davvero imbarazzante. Ma, si sa, all’occorrenza la scienza e la tecnologia possono venire in soccorso anche alla più tetragona delle sterilità, trasformandola in una pingue fecondità: il General Intellect può – quasi – tutto! Forse è per questo che il bravo intellettuale padovano non smette di osservate in ogni dove «Moltitudini» in marcia verso il comunismo, pardon: «il Comune». Beato lui!

Nella seconda metà degli anni Settanta, proprio mentre «il ciclo di lotte operaie» apertosi nel caldo autunno del ’69 si stava rapidamente esaurendo (portando a casa risultati piuttosto deludenti), Negri propose alla «nuova figura proletaria» emersa dalla crisi economica e sociale di quegli anni (l’«operaio sociale», contrapposto all’«operaio massa») questa sconcertante prospettiva: o ci assumiamo, qui e subito, la responsabilità rivoluzionaria del potere politico, oppure ci esponiamo al rischio della più selvaggia delle controrivoluzioni. Inutile dire che allora nel Bel Paese non ci fu mai all’ordine del giorno alcun evento che in qualche modo potesse evocare l’idea di una rivoluzione, mentre in effetti lo Stato nato dalla Resistenza colpì pesantemente i nemici del «compromesso storico» e della berlingueriana «politica dei sacrifici». Ma questa è acqua passata. Forse.

Per capire quanto infima sia la qualità del concetto di rivoluzione che ha in testa il nostro Scienziato della Politica, è sufficiente leggere il suo articolo comparso sul Guardian del 24 Febbraio scorso (Gli arabi sono i nuovi pionieri della democrazia), scritto col solidale Michael Hardt. Secondo Negri, il mondo arabo è destinato a diventare nel prossimo decennio ciò che l’America Latina rappresentò nel recente passato: un importante laboratorio di trasformazioni sociali. Dunque, i «governi progressisti» dell’Argentina, del Venezuela, del Brasile e della Bolivia sono il paradigma sociale della coppia di successo Hardt-Negri: auguri! Non c’è davvero male per due personaggi che teorizzano la fuoriuscita del mondo dalla gabbia capitalistica: «un altro mondo è possibile», che diamine! Ma forse nella «fase di transizione» anche un Chávez, un Morales o un Lula possono dare un contributo alla causa, a patto di capire quale «nuovo mondo possibile» hanno in testa i teorici della Moltitudine libera e bella.

È presto detto: si tratta di andare nella direzione di «un piano comune che gestisca le risorse naturali e la produzione sociale». Il «Comune» è il nuovo mantra di Toni Negri, un concetto che maschera, in modo assai maldestro, il vecchio «socialismo di Stato» che tanto piaceva all’intelligenza progressista prima che la «rivoluzione liberista» della Thatcher e di Reagan ponesse fine al lungo – e debilitante – ciclo keynesiano. Non c’è dubbio, Il «Comune» è il nuovo luogo comune del progressismo più avanzato (che grossa parola!), quello che ha nostalgia del capitalismo di Stato dei vecchi tempi, ma non può confessarlo, causa coda di paglia…

Il sempre più ineffabile ministro del Tesoro Tremonti si è chiesto chi c’è dietro i Social Network che hanno reso possibile l’effetto domino di questo incredibile Febbraio «rivoluzionario». Negri risponde: una moltitudine di giovani intelligenze capaci di usare al meglio i nuovi strumenti tecnologici (Facebook, You Tube e Twitter), e che hanno imparato a organizzarsi in modo autonomo, rifiutando la logica della delega ai capi. A naso, mi sembra una risposta un po’ troppo ottimistica. Ai miei occhi i «nuovi esperimenti di libertà e democrazia» messi in opera dai giovani tunisini, algerini, egiziani ecc. appaiono già vecchi, e sicuramente tali da non giustificare una speranza fondata non sull’ideologia, ma su una lettura critica della realtà sociale dei paesi coinvolti in quello che io definisco effetto dominio. Dal mio punto di osservazione, dietro i Social Network che inquietano il simpatico Tremonti si cela soprattutto l’Intelligenza del Capitale: la sua scienza, la sua tecnologia, il suo marketing, la sua offerta di merci che possono appagare i bisogni e i desideri di masse fameliche, stufe di guardare dallo schermo di un computer o di una televisione un mondo che gli si prospetta meno duro. Il risvolto “dialettico” di quell’effetto può certamente andare nella direzione di un autentico protagonismo della “Moltitudine”, e provate a immaginare quale sarebbe la mia reazione; ma appunto può, non è affatto detto che un simile “risvolto” ci sia.

Secondo Negri, invece, le moltitudini in rivolta in Nord Africa e in Medio Oriente esprimono bisogni, desideri e capacità umane che oltrepassano l’orizzonte del «neoliberismo», e che mettono in questione lo stesso capitalismo. Difficile trovare un’analoga assoluta mancanza, non dico di «coscienza di classe», ma di puro e semplice realismo.

«Ma allora – sento già l’obiezione dell’ottimista rivoluzionario – tu non hai fiducia nella Moltitudine!» Chi anela alla fede in qualche cosa può accomodarsi in Chiesa, mentre chi vuol comprare illusioni (peraltro di pessima qualità: sono saldi di fine stagione!) può passare dal banco di Toni Negri.

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