LA PROFEZIA DI ISAIA

Se ancora oggi ci poniamo il problema del fondamentalismo islamico nei Paesi Musulmani – e, per riflesso, dei giovani immigrati musulmani che vivono ai margini delle metropoli occidentali – è perché la struttura sociale di quei Paesi continua a fare dell’Islam un formidabile strumento politico-ideologico nelle mani di strati sociali e di gruppi politici che si collocano «trasversalmente» rispetto alla gerarchia sociale. L’arretratezza sociale del Mondo Musulmano non si spiega né con l’Islam né con una sua interpretazione fondamentalista. Se mai è vero esattamente l’opposto: la prima spiega, «in ultima analisi», la seconda. Il ritorno alla purezza delle origini – ad esempio: l’Islam non «contaminato» da influenze e apporti esterni – è da sempre il mantra di tutti coloro che soffrono il presente senza comprenderlo.

La cosiddetta «primavera araba» – assai frettolosamente derubricata a malinconico autunno, se non a rigido inverno – ha fatto ritornare in auge lo «scontro delle Civiltà» evocato da S. P. Huntington negli anni Novanta. Nel suo articolo del 9 Marzo, Piero Ostellino ha riesumato la mai del tutto seppellita «profezia di Oriana Fallaci» sul lento ma inesorabile «suicidio dell’Europa», vittima della cultura del politicamente corretto che le impedisce di comprendere che il problema, per l’Occidente, non è l’interpretazione fondamentalista dell’Islam, ma l’Islam stesso, sorto sulle violenti basi della jiâd, della Guerra Santa a tutto ciò che non si piega al Misericordioso Verbo di Allah. L’americana Brigitte Gabriel, la bella attivista anti-muslim di origine libanese, ha preso il testimone fallaciano. «Nel mondo c’è un cancro che si chiama islamo-fascismo. La cui ideologia vien fuori da una sola fonte: il Corano». Stupidaggini, è ovvio; ma che celano un dato di realtà che ai buoni di spirito risulta difficile da mandar giù: l’ideologia multiculturalista fa acqua da tutte le parti. Averlo ammesso francamente è costato al premier inglese Cameron diversi punti nella Borsa Valori del politicamente corretto. Nel mondo «più equo e solidale» costruito a tavolino dai progressisti, chi dice la verità corre sempre il rischio di passare per un poco di buono. Per fortuna io non ho preoccupazioni di stampo elettoralistico.

«È difficile dire – perché è troppo presto per dirlo – se l’infausta profezia di Oriana si realizzerà. Ma, escluso – come lei prevedeva – che “i musulmani accettino un dialogo con i cristiani, anzi con le altre religioni” (o con gli atei), è sulle conseguenze sociali delle diversità fra Islam e Cristianesimo che, come suggerisce Papa Ratzinger, sarebbe, però, necessario aprire un dialogo con chi viene da noi. Per sapere se vuole davvero convivere in armonia con noi» (P. Ostellino, Corriere della Sera, 9 Marzo 2011). Ma ha un seppur remoto senso impostare in questi termini il problema sociale derivante dall’afflusso, che si profetizza sempre più massiccio, se non addirittura di «proporzioni bibliche», di disperati arabi nelle opulente terre d’Occidente? Certo che no.

La perdurante impotenza sociale delle classi subalterne d’ogni parte del mondo fa sì che i loro elementi più insofferenti, più frustrati o semplicemente più sensibili si attacchino come patelle allo scoglio delle più disparate ideologie reazionarie offerte dal mercato: stalinismo, nazismo, fondamentalismo islamico, «fondamentalismo sportivo», e via di seguito. All’epoca in cui Paesi come l’Unione Sovietica e la Cina di Mao sembravano poter rappresentare una valida alternativa al capitalismo imperialistico occidentale, una non piccola parte delle «masse diseredate arabe» trovò nell’ideologia di Stato di quei Paesi il suo punto di riferimento ideologico e politico. Un’altra non piccola parte di quelle masse riversò invece la sua speranza di riscatto in un nazionalismo arabo che vedeva di buon occhio la via per il progresso indicata dall’Occidente, ma anche dalla Turchia e dal Giappone. Naturalmente questo schema riproduceva la dialettica interna alle classi dominanti del «Mondo Musulmano», divise in fazioni sull’opzione strategica da implementare per meglio difendere ed espandere i loro interessi materiali, il loro potere politico ed ideologico, il loro prestigio sociale.

In ogni caso, l’Islam si sposava benissimo tanto col nazionalsocialismo (o stalinismo nazionale che dir si voglia) di matrice Russa e Cinese, quanto con il nazionalismo di matrice occidentale e modernista. Quando poi, per un verso il «socialismo reale» iniziò la sua parabola discendente, e per altro verso la «via occidentale» alla modernizzazione dei Paesi Musulmani si rivelò sempre più lastricata di contraddizioni e di sofferenze (da sempre e ovunque l’«accumulazione originaria del capitale» non è mai stata un pranzo di gala!), le speranze deluse e frustrate delle masse arabe iniziarono a incrociarsi nuovamente con l’ideologia tradizionalmente dominante: con l’Islam. Un Islam ovviamente non «contaminato» da influenze e apporti esterni, perché il ritorno alla purezza delle origini è da sempre il mantra di tutti coloro che soffrono il presente senza comprenderlo.

Alla fine del XIX secolo, quando la divergenza tra «Mondo Musulmano» e «Mondo Cristiano» apparve irrecuperabile, gli intellettuali occidentali, seguiti a ruota dai colleghi orientali, iniziarono ad elaborare questa domanda: l’Islam è compatibile con il capitalismo? A mio avviso l’interpretazione che biasima il mancato sviluppo capitalistico di alcune civiltà mondiali e ne fa addirittura una tara antropologico-culturale non ha alcun fondamento storico, se non quello dell’apologia capitalistica. La teoria razionalistica di Max Weber, che individua nell’indigenza tecnico-scientifica del pensiero religioso non cristiano il mancato sviluppo in senso capitalistico di molte Civiltà (dalla Cina alla Mesopotamia, dall’Africa al Medio Oriente) al tempo del «decollo» occidentale, è falsa nei suoi stessi presupposti storici, e questo lo dimostra proprio il processo di espansione del Mondo Musulmano nei suoi secoli ascendenti (dal VII all’XI secolo). Basti vedere ciò che rimane della Civiltà Musulmana a Palermo, a Cordova e a Toledo, per rendersi conto del macchiano errore di Weber. Peraltro, gli esempi che egli fornisce del superiore spirito razionalistico europeo sono per lo più posteriori all’età del decisivo impegno del Vecchio Continente (olanda e Inghilterra, in primis) sulla via della modernità capitalistica. Speculare all’errore razionalistico di Weber troviamo la tesi deterministica che prospetta in termini assolutamente necessari il passaggio di ogni formazione sociale attraverso la linea progressiva degli «stadi»: dalla società barbara a quella antica, da questa al feudalesimo per giungere, dulcis in fundo, alla società borghese. Condannare il «razzismo culturale» degli intellettuali occidentali non deve suggerirci l’idea di un capitalismo pronto a schiudersi dappertutto, se solo il demoniaco Occidente non avesse messo la propria coda su uno sviluppo endogeno «naturale».

L’opposizione di fondo dell’Islam al capitalismo, e dunque a tutte le prassi che connotano la società borghese, non ha alcun appiglio storico, sociale e culturale, anche perché la religione, qualsiasi religione (e a maggior ragione le religioni monoteiste) da sola, separata dallo spazio storico-sociale che l’ha generata, non spiega un bel niente. La religione – e l’ideologia in generale –, messa al servizio di questo o quell’altro interesse sociale, può andare in un senso come nel senso opposto: può ben supportare tanto una prassi sociale volta alla modernizzazione di un Paese, quanto una prassi che si oppone a questa tendenza. Se ancora oggi ci poniamo il problema del fondamentalismo islamico nei Paesi Musulmani – e, per riflesso, dei giovani immigrati musulmani che vivono ai margini delle metropoli occidentali – è perché la struttura sociale di quei Paesi continua a fare dell’Islam un formidabile strumento politico-ideologico nelle mani di strati sociali e di gruppi politici che si collocano «trasversalmente» rispetto alla gerarchia sociale.

L’arretratezza sociale del Mondo Musulmano non si spiega né con l’Islam né con una sua interpretazione fondamentalista. Se mai è vero esattamente l’opposto: la prima spiega, «in ultima analisi», la seconda. Anch’io ho visto all’opera il fatalismo e l’indolenza dei musulmani, di cui parlava Weber, a Tripoli, nel cui porto sono stato nel 1999, nel pieno dei festeggiamenti della «Grande Rivoluzione Verde», che quell’anno compiva giusto trent’anni. Operai – che grossa parola! – assunti a giornata, come nell’Italia degli anni Cinquanta, scaricavano la nostra nave con una lentezza esasperante; del tutto sforniti dei più elementari sistemi di sicurezza (maneggiavano pesantissimi tubi d’acciaio che sarebbero serviti all’Eni senza casco, senza guanti e in ciabatte!), avevano l’insolenza stampata sul volto. Ma non mi è passata nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che quel comportamento poco produttivo avesse a che fare con la loro religione o con qualche loro tara antropologico-culturale! Ai miei colleghi, invece, sì… Una struttura capitalistica di basso livello tecnologico e una società di asfittico sviluppo generale non può generare una produttività di stampo germanico o milanese. In quelle condizioni un operaio tedesco – o milanese – sarebbe superfluo. E, a proposito dell’operaio milanese, non dimentichiamo che anche i «polentoni» considerano i «terreni» un po’ come l’equipaggio della mia nave considerava i declassati lavoratori libici.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...