INFERNO E POTERE

Lo stesso ambiguo atteggiamento tenuto da gran parte dei pacifisti a comando si inscrive, al netto dell’ipnotico effetto generato dalla Sfinge Abbronzata (Obama) e del solito riflesso condizionato antiberlusconiano (Gheddafi non era “amico del Cavaliere Nero?), in quest’esercizio di maestria politica che ha distinto le classi dirigenti di questo Paese dall’Unità in poi, ma anche prima (la politica preunitaria di Cavour lo testimonia ampiamente).

Nel Maggio 2001 l’allora Presidente della Commissione europea Romano Prodi spiegava quanto segue: «Nei rapporti fra gli Stati europei, lo Stato di diritto ha sostituito i brutali rapporti di forza […] Portando a compimento l’integrazione (europea), diamo al mondo l’esempio riuscito di un metodo per la Pace» (Discorso all’Institut D’Études Politiques di Parigi). Detto, fatto. Anzi no! In effetti, tutti gli eventi che si sono prodotti sullo scacchiere internazionale da allora in poi si sono incaricati di smentire la grigia speranza dello statista Italiano. Basti pensare alla spaccatura che si realizzò nel Vecchio Continente all’epoca dell’intervento militare in Iraq, nel 2003. Non poteva andare diversamente.

Lungi dall’aver liquidato i rapporti di forza, lo Stato di diritto continua ad essere essenzialmente una questione di rapporti di forza, sul versante interno, nei rapporti tra dominanti e dominati, e sul fronte esterno, nei rapporti tra gli Stati. L’attuale crisi internazionale, poi, sta letteralmente coprendo di ridicolo l’idea di un’Europa unita nonché «esempio riuscito di un metodo per la pace»: con le mosse e contromosse architettate dai francesi, dagli inglesi, dai tedeschi e dagli italiani, per fregarsi a vicenda, sembra di assistere ai vecchi film del genere colonial-imperialista. Ossia al «Grande Gioco» delle Potenze Europee dei tempi che furono, che evidentemente non sono affatto passati. Naturalmente «Grande Gioco» mutatis mutandis, cambiando quel che c’è da cambiare, che non è poco, soprattutto se pensiamo alle nuove Potenze mondiali che aspirano all’egemonia globale (economica, politica, tecnologica) del Pianeta. Eppure, nel loro piccolo, i Paesi «Alleati» non smettono di nutrire grandi ambizioni.

Soprattutto la Francia, in questo frangente, si sta distinguendo nella cara e vecchia politica del fatto compiuto, per ragioni che naturalmente non hanno niente a che vedere con l’umanitarismo dei nostri cugini d’oltralpe, sempre più sciovinisti e ammalati di grandeur man mano che la potenza sistemica del loro Paese declina. Lo smacco subito a Gennaio e a Febbraio dalla Francia nelle sue ex colonie nordafricane, ha certamente pesato sull’attivismo a tutto campo di Sarkozy.

Dal canto suo, l’Italia, entrata obtorto collo nella «Missione Umanitaria» perché è il solo Paese «Alleato» che rischia di uscire con le ossa spezzate dall’affaire libico, si barcamena nella sua tradizionale politica tesa ad ottenere il massimo possibile investendo il meno possibile (in termini di risorse economiche e di sangue). Politica classica di una piccola potenza che coltiva grandi – e storicamente non illegittime – aspirazioni, la quale non raramente postula l’ambiguità, l’opportunismo e financo il tradimento delle alleanze. È l’italico «machiavellismo» che da sempre le Potenze Europee ci rimproverano e che gli osservatori superficiali e provinciali di casa nostra non capiscono. Lo stesso ambiguo atteggiamento tenuto da gran parte dei pacifisti a comando si inscrive, al netto dell’ipnotico effetto generato dalla Sfinge Abbronzata (Obama) e del solito riflesso condizionato antiberlusconiano (Gheddafi non era “amico” del Cavaliere Nero?), in quest’esercizio di maestria politica che ha distinto le classi dirigenti di questo Paese dall’Unità in poi, ma anche prima (la politica preunitaria di Cavour lo testimonia ampiamente).

Scriveva Robert Kagan: «Ci sono ancora inglesi che ricordano l’impero, francesi che anelano alla gloire, tedeschi che aspirano a un posto al sole. Per il momento questi impulsi sono incanalati nel grande progetto europeo, ma potrebbero anche trovare espressioni più tradizionali» (Paradiso e Potere, 2003). Certo, c’è tutto questo; ma ci sono soprattutto gli interessi dei singoli Stati europei, e c’è il «grande progetto europeo» che si sta sempre più rivelando ciò che è sempre stato, e cioè il tentativo di mettere sotto tutela la Germania, e di realizzare una massa critica (politica, economica e militare) in grado di competere con le nuove Potenze Mondiali. La vocazione «pacifista» dell’Europa è un mito costruito sulle ceneri della Seconda guerra mondiale dalle armate americane e sovietiche. Per riprendere il titolo e capovolgendo il senso del libro di Kagan, l’Europa non è il «Paradiso», né il «Potere» (ossia l’Imperialismo in tutte le sue manifestazioni) riguarda solo gli Stati Uniti d’America. L’Inferno è dovunque.

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