IL CANE METROPOLITANO E IL PADRONE RACCOGLITORE

La critica della religione finisce con la dottrina per cui l’uomo è per l’uomo l’essenza suprema, dunque con l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l’esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: poveri cani! Vi si vuole trattare come uomini! (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

L’altro giorno, mentre accompagnavo mia madre all’Ufficio Postale, ho immerso la mia scarpa in una pozzanghera escrementizia degna di più nobile causa. «Attent…»: troppo tardi! La trappola mi attendeva ancora fumante sulla strada, e più che a un cane, sembrava rimandare a un elefante. Mentre la buona donna, in preda al senso di colpa per non aver fatto in tempo ad avvisare l’amato figlio, gli ricordava che «la cacca porta fortuna» (davvero la Ragione è Astuta!), io mi dilungavo in un’interminabile, ancorchè blasfema, citazione dei Profeti e dei Santissimi dei quali si parla diffusamente nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, nel Corano e in tutti i Sacri Libri scritti negli ultimi 4000 anni. «Mamma, non oso contraddire il detto popolare, e tuttavia se avessi a disposizione il deretano del padrone del cane, gli scriverei un bell’aforisma a suon di pedate. Con le scarpe rigorosamente insozzate, beninteso».

Sì, detesto il cane metropolitano; mi correggo: detesto il suo padrone, soprattutto quando ne raccoglie la digestione dappertutto in Città. Non ne faccio, ovviamente, una questione di igiene o di decoro urbano, ma di estetica: il civile gesto del padrone raccoglitore mi irrita gli occhi e lo stomaco. Al limite, infilategli un pannolone! Ci arriveremo, con i rallegramenti della nota multinazionale dei pannoloni.

Lo stesso giorno una mia amica proferisce al suo barboncino bianco, con tanto di fiocco azzurro al collare, queste straordinarie parole: «zitto, o ti do le botte!» Lo stavamo portando a spasso, quando Neve si è messo ad abbaiare a un suo collega canino. Mi sono messo a ridere: «mi raccomando, le botte vanno date sul sedere, e con il palmo della mano bene aperto, per non fargli troppo male…» E lei: «Il solito cinico! Parli tanto di “punto di vista umano”, e poi ridi se tratto Neve come una persona!» Io, di rimando: «Piano con le parole, donna: semmai stai proiettando anche sul cane la tua esistenza poco umana. Trattando Neve come un bambino viziato non lo hai certo umanizzato». Mi ha dato dello stronzo, ma mi ha subito chiesto scusa, pur non avendo mutato idea di un millimetro.

Per inciso: la mia amica adotta a distanza un bambino del Biafra. Ha la sua foto appiccicata sul frigorifero della cucina, tra i gialli post-it che le ricordano di non dimenticare di comprare questo e quello. Forse pensa che la foto avvicinata al cibo può, in virtù di qualche stregoneria africana, rendergli meno dura l’esistenza. Più che di un frigo, si tratta di un saggio di filosofia sociale di grande respiro. Intanto la coscienza è più pulita, come la strada curata dal padrone raccoglitore.

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