RISPOSTA AD ANNA K.

Pubblico il seguente scritto (scaricabile anche in formato doc. da qui), redatto nel novembre dello scorso anno, perché esso può fornire qualche utile indizio intorno al Nostromo

Carissima,

innanzi tutto lascia che ti ringrazi per l’attenzione che hai voluto dedicare al mio “L’Avvenire di troppe illusioni”, che intendeva essere solo un contributo critico alla riflessione – auspicabilmente in vista di una prassi – intorno alla «questione operaia» come si presenta nel XXI secolo.

Non ti è piaciuto, ne prendo atto e comprendo bene il perché: fra il tuo punto di vista e quello mio si apre davvero un abisso. Ma l’abisso mi attrae, non mi fa paura. M’infastidisce solo la falsa profondità, ossia il vuoto di pensiero che si dà arie da pieno. Non ci resta, dunque, che prendere atto della cosa ed esporre pianamente le nostre divergenze, senza cercare a tutti i costi improbabili «punti di contatto».

Da quale lato dell’abisso sta la “verità”? È sempre una questione di punti di vista, di prospettiva. Da quale prospettiva guardiamo ciò che accade nel vasto – e molto complesso – mondo? Ciò che di primo acchito giureremmo essere la stessa cosa, ci si mostra in modi affatto diversi, e persino opposti, non appena decidiamo di guardarlo più da presso dal nostro peculiare punto di osservazione, per poi scambiarci le impressioni. La stessa cosa non è per nulla la stessa cosa! Questo si accorda perfettamente con la mia «concezione filosofica del mondo», la quale si sforza – ma non è detto che ci riesca: la cosa presa di petto oppone sempre molta resistenza! – di penetrare criticamente il concetto di oggettività, oltre che la stessa oggettività del mondo.

Ad esempio, ciò che a te appare sotto la forma di un’istituzione sociale massimamente utile all’uomo, perché in qualche modo lo metterebbe al riparo dai colpi che il capitale non smette di fargli arrivare, ai miei occhi si mostra alla stregua di un cane da guardia, pronto ad azzannare il sedere di chiunque in qualche modo interferisca con gli interessi della casa sottoposta alla sua canina giurisdizione. Alludo allo Stato, e al parastato partitico, sindacale, culturale, ecc. ad esso necessariamente associato. Certamente: lo Stato come cane da guardia dei rapporti sociali («di dominio e di sfruttamento») oggi vigenti sull’intero pianeta. Non a caso il pensiero borghese delle origini, non ancora infiacchito dal politicamente corretto – che inutilmente cerca di corrompere la realtà «dura e cruda» – e non ancora chiamato a fare i conti con la complessità della società capitalisticamente avanzata, evocò il Leviatano, la creatura mostruosa chiamata a minacciare la soggettività tentata dal Male.

Chi tocca il contratto sociale muore!

Chi si muove lungo la prospettiva del contratto sociale necessariamente – e legittimamente – vede nello Stato il baluardo della Civiltà e del Progresso: è il pensiero politico-filosofico dominante in questa epoca storica, e certamente non rivolgerò mai a esso il rimprovero di non essere né critico né radicale. Esso è esattamente quello che deve essere, vale a dire un pensiero conservatore, nell’accezione non banale né politologica del termine. Conservare lo status quo, i vigenti rapporti sociali: questa necessità di eccezionale portata esprime il pensiero contrattualista. Certo, se uno crede di esprimere un punto di vista massimamente critico e radicale sol perché mette in croce il Cavaliere Nero – ma Lui vorrebbe essere semplicemente abbronzato, come l’amico Obama – di Arcore, allora…

Ecco perché, come giustamente mi rimproveri, elaboro «tesi antidemocratiche», proprio in quanto concepisco la democrazia come una forma politico-istituzionale funzionale al mantenimento e all’estensione degli interessi complessivi che fanno capo alle classi dominanti di questo Paese – dei cui «problemi reali» mi occupo, non per dare un contributo «fattivo» alla loro soluzione, come legittimamente fai tu, in qualità di simpatizzante o militante di «una sinistra garantista, ma legalitaria» (un occhio a Pannella e uno a Di Pietro?), ma per versare benzina critica sul fuoco delle magagne sociali, affinché possa iniziare una riflessione intorno ai reali problemi delle classi dominate e del non-ancora-uomo.

Ecco rivelato il mio punto di vista: l’ho chiamato – con poca fantasia e con poco «rigore scientifico», lo riconosco – umano perché concepisce come disumani gli attuali rapporti sociali, e disumane le prassi (lavorative, politiche, istituzionali, affettive, ecc.) che necessariamente ne conseguono, e perché immagina possibile, ma tutt’altro che facile o, men che meno, inevitabile la costruzione di una comunità davvero umana. È possibile la fuoriuscita dalla società disumana? Con quali strumenti? Che significato dobbiamo attribuire al concetto di umanità? Cos’è un uomo? Intorno a questi temi ruota la mia riflessione “filosofica” e politica. Personalmente non ritengo interessante tanto ciò che scrivo, quanto ciò attorno a cui scrivo.

Un’altra comune amica di Facebook ha sottolineato che «l’ingenuità di fondo è credere che il sistema di relazioni tra gli uomini possa funzionare». Ma io non penso nemmeno di farlo «funzionare» (occhio alla sintomatologia del linguaggio) a partire da questa società: il mio pensiero è utopistico, non chimerico. Non si tratta, a mio avviso, di far «funzionare» quel sistema, magari sottoponendolo a terapie meccaniche o psicanalitiche, ma di superarlo, in direzione di un sistema relazionale umano – non «più umano», ma semplicemente umano, perché l’umanità non è la parte, ma l’intero. L’umano non accetta compromessi: o c’è o non c’è. Rendere «più umane» le relazioni fra gli uomini nel seno della società disumana mi appare una pia illusione, un ossimoro, una chimera, appunto. Sarò blasfemo: è più facile che Berlusconi vada a letto con Nichi Vendola, che «l’uomo in quanto uomo» metta piede nel Regno del Capitalismo. Amen!

A proposito di Berlusconi: qualche minuto fa, alla radio, ho ascoltato l’intervento di Renato Farina alla Direzione Nazionale del PDL. Nel suo consueto elogio del Capo, il giornalista-parlamentare ha sostenuto che «il moralismo è una tetra organizzazione dell’esistenza degli individui. La morale sta al moralismo come il polmone sta alla polmonite: il primo fa respirare e procura piacere, desiderio di vivere. Ed è questo l’autentico concetto dell’amore, che significa anche voglia di lottare, e persino di fare la rivoluzione, se è necessario [vivi applausi da parte dell’assemblea], e non corrisponde certo all’idea mielosa che la sinistra ci mette in testa a proposito del partito dell’amore. La polmonite, invece, opprime la vita e procura dolore, e persino la morte, per asfissia». Però, non male per un berlusconiano di ferro. In ogni caso sempre meglio di certo moralismo d’accatto, il quale pronuncia parole semplicemente ostili all’udito. Gli avversari di Silvio hanno questa peculiare e paradossale capacità: fanno apparire giganti anche i nani. Persino un Farina qualsiasi diventa un geniale critico del moralismo cattostatalista (alla Vendola-Bindi): che tempi! Chiudo la digressione e concludo il concetto di cui sopra.

Mi rendo conto che la Russia di Stalin e la Cina di Mao depongono contro la mia utopia; ma questo solo se quelle due esperienze vengono caricate sul conto del «comunismo» e del «socialismo», operazione che da sempre ho contestato. Giovanissimo militante del «Movimento» nel ’77, alla fine dell’anno successivo mi sono imbattuto nella storia del movimento operaio scritta dai vinti: Pannekoek, Gorter, Korsh, Bordiga, Trotsky, pochissimi altri ancora, tutti rigorosamente esecrati dallo stalinismo trionfante. (A proposito di perdenti, molti anni dopo ho fatto la conoscenza di Adorno e Horkheimer). Che culo! All’improvviso Stalin, Mao e Togliatti si sono rivelati ai miei occhi per ciò che in realtà erano: funzionari del capitalismo (di Stato, di parastato e «privato»). Altro che «socialismo reale»! Dietro la bandiera rossa lo stalinismo mi appariva finalmente nudo: che schifo! Ecco perché ho un eccellente rapporto con l’utopia – un luogo che ancora non c’è, ma che potrebbe esserci: la possibilità, come sempre, e questa volta consapevolmente, è nelle mani degli uomini.

Auguro a tutti quelli che in qualche modo si sentono attratti dal barbuto di Treviri, di leggerne o rileggerne le opere con gli occhi di chi ha conosciuto la storia scritta dai vinti. Il Libro nero del comunismo gli apparirà allora come un capitolo della più generale storia del capitalismo, e più facilmente abbandoneranno l’imperante «pessimismo antropologico», il quale suggerisce alla gente che non c’è alcun nuovo mondo da conquistare, anche perché, come si dice, è sempre rischioso abbandonare la vecchia via per quella nuova. Da sempre la «saggezza popolare» è alleata con lo status quo. Il mio pessimismo è di un tipo diverso, non «antropologico» ma politico-sociale, perché prende corpo a partire dall’analisi della situazione: pessima – anzi: tragica – è la realtà. Naturalmente la realtà per come la vedo io, è chiaro.

Ritorno brevemente alla mia acclarata antidemocraticità, che si radica nella concezione della democrazia come forma politica del totalitarismo sociale degli interessi economici. A volte, nelle situazioni critiche, questo totalitarismo radicato nei rapporti sociali – quelli che ci fanno essere lavoratori, utenti, consumatori (di tutto, di più), cittadini più o meno probi e onesti, buoni o cattivi padri e madri di famiglia, ma non uomini – può dare corpo al totalitarismo politico. La storia, come si dice, è maestra di vita. Ma la forma è sostanza delle cose anche in piena democrazia costituzionale, perché il problema cruciale del Diritto è come si tutela meglio l’interesse del «Bene Comune», ossia lo status quo, nelle diverse circostanze. Il Diritto è una prassi, non è una forma astratta, un rigido contenitore di norme scritte sul marmo. Per questo, come ha scritto recentemente Rino Formica, una delle teste più “lucide” della cosiddetta «Prima Repubblica», «con la Costituzione si può fare di tutto, di più».

Che la questione dei diritti sia una questione di rapporti di forza, e non di astratta legalità, non è una mia illazione, una mia dogmatica e vetusta convinzione, ma qualcosa che corrisponde alla prassi sociale degli ultimi due secoli, per rimanere al periodo storico (borghese) che ci compete. Faccio un solo esempio: lo sciopero e la sua fenomenologia, per dir così. Forme di lotta che in un dato momento sono sanzionate come illegali, e quindi mantenute fuori della sfera degli «inviolabili diritti dei lavoratori», possono in seguito rientrarvi a causa di un’accresciuta forza da parte dei lavoratori. Ciò che solo ieri era vietato (il picchetto davanti ai cancelli delle fabbriche, ad esempio), domani non lo è più, ma dopodomani può nuovamente diventarlo se la causa del cambiamento cessa di agire. Oggi lo stesso diritto allo sciopero sta stretto ai capitalisti, e ciò è perfettamente in armonia con questa società fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato, come recita, solo con qualche pelo cattostalinista sulla lingua, l’articolo 1 della Costituzione italiana. Sputa il pelo e avrai la verità! Sta ai lavoratori, e a coloro che non intendono dare una mano «al Paese», creare disarmonia.

E qui veniamo alla sanguinosa accusa: «Lavoratori, armiamoci e partite!»: come t’inganni! D’altra parte non ci conosciamo, e quindi ti perdono il cliché del cattivo maestro che hai voluto appiopparmi. No cara Anna, l’idea dell’«armiamoci e partite» proprio non mi appartiene, e molte volte mi sono armato (solo metaforicamente, beninteso: lo dico a beneficio del personale preposto alla sicurezza dello Stato democratico, non si sa mai…) e sono partito da solo, o in compagnia di altri pochissimi disarmonici. Se tu conoscessi la mia biografia sociale e politica capiresti che parlo di «classe operaia» come persona informata dei fatti, non per sentito dire o per professione. Insomma, non sono un intellettuale (mi concepisco, se così posso esprimermi, come un militante del punto di vista umano), né sul piano sociologico né su quello politico. Per questo, ad esempio, posso parlare della condizione operaia come di una maledizione, senza avvertire il peso della citazione colta (Marx). Insomma, non proferisco ex cathedra, purtroppo…

Non faccio né appelli né proclami, ma inviti alla riflessione, e soprattutto non m’indigno (peraltro falsamente, come sostieni), per il semplice fatto che odio la recente moda dell’indignazione. Tutti hanno l’indignazione facile: «conservo ancora la capacità di indignarmi». Bello sforzo! Il mio motto è: indigniamoci di meno (su Berlusconi, sull’inquinamento, sulle guerre, sugli stupri, sui bimbi che muoiono di fame e su quant’altro questa società fa di male agli individui) e pensiamo di più! Come hai capito non mi piace far qualcosa pur che sia, agitarmi per provare l’ebbrezza della lotta e sfogare le mie frustrazioni: ecco perché metto in primo piano la necessità di capire il mondo, per trasformarlo come umanità comanda.

Perché, poi, sarei «populista e demagogico»? Mi hai visto forse accarezzare il pelo al popolo, o indicargli facili strade che menano alla felicità? Esattamente il contrario, se mai. Il demagogo è l’uomo buono per tutte le stagioni che dice al popolo solo ciò che questo vuol sentirsi dire, mentre il discorso che offro urbi et orbi non può che allontanarlo da me. Necessariamente. A differenza della facile indignazione, che si vende come il pane (specialmente presso il «popolo di sinistra»), quello che chiamo pensiero critico-radicale non è mai stato un articolo alla moda, purtroppo. D’altra parte non cerco suffragi elettorali (sono antidemocratico, come abbiamo stabilito), ma persone interessate a ragionare su questa bazzecola: c’è alternativa, alternativa umana, a questa società… (stavo per scrivere di m…!) ostile all’uomo? Parliamone. Come diceva Totò, da cosa può nascere cosa; hai visto mai… E diceva anche che nella vita capita di venire a contatto con problemi di non facile soluzione: «non sono mica fiaschi che si abboffano!».

Personalmente guardo anche la «questione operaia» da questo peculiare – non migliore o peggiore del tuo, non più vero o meno vero del tuo, ma semplicemente e necessariamente diverso – punto di vista.

Detto questo mi scuso per la lunghezza della “risposta”, ti ringrazio nuovamente per l’attenzione che hai voluto dedicarmi, e ti saluto.

Seba.

4 novembre 2010

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