Scricchiola in Cina la «Celeste Armonia»? Speriamo!

Mentre la perdurante crisi economica europea (al netto della solita Germania) consente all’imperialismo cinese di penetrare nella struttura economica del Vecchio Continente (il generoso salvatore della Grecia avrà gli occhi a mandorla?) come il coltello affonda nel burro, nel grande Paese asiatico è un susseguirsi di ribellioni etnico-nazionalistiche (sempre più frequenti nella Mongolia Interna), di scioperi, di proteste d’ogni genere (anche «ecologiste», a causa dell’incredibile inquinamento dell’aria, dei mari e dei fiumi causato dalle emissioni industriali e dallo sfruttamento intensivo delle miniere di carbone e delle cosiddette terre rare).

Le Monde l’altro giorno denunciava «incidenti di massa» nel Wuhan Dong. Il Global Times (il tabloid in lingua inglese legato al Quotidiano del popolo) tutti i giorni mette in guardia «l’opinione pubblica internazionale» dalla tentazione di dare un significato politico alle migliaia di manifestazioni che ogni anno prendono corpo sotto il vasto Cielo dell’Impero Capitalistico Cinese.

Naturalmente a nessuno sfugge quel significato, e ne sono consapevoli in primo luogo i leader cinesi, i quali attribuiscono la rottura della «Celeste Armonia» ai burocrati locali, reiterando in tal modo la millenaria prassi cinese del Capro Espiatorio: la colpa del cattivo raccolto, dei disastri «naturali» e delle guerre civili non è mai dell’Imperatore, ma della sua corte e di coloro che a suo nome governano le provincie del Paese solo per ricavarne benefici personali. Il Grande Timoniere Mao applicò questa linea politica difensiva con particolare sagacia e violenza, e non è un caso se nel cosiddetto Partito Comunista Cinese la sua figura ha un inaspettato (ma non per chi scrive) ritorno di popolarità.

Se la configurazione totalitaria delle istituzioni ha servito molto bene l’eccezionale accumulazione capitalistica del Paese, un fenomeno mai visto prima nella storia (come riassumere due secoli di storia dell’Occidente in soli tre decenni: roba che mette i brividi!), oggi essa mostra qualche crepa. In realtà le prime avvisaglie della crisi si sono appalesate nella «Primavera Cinese» del 1989 (annegata letteralmente nel sangue e schiacciata «fisicamente» dai cingolati dei carri armati); allora però il regime, o almeno la sua cosca maggioritaria e vincente, non volle rischiare di compromettere la poderosa rincorsa capitalistica del Paese con «aperture politiche» dall’esito quantomeno dubbio. E, dal maligno punto di vista dell’accumulazione capitalistica, la quale non è mai stata, sotto qualsiasi Cielo, «un pranzo di gala», il regime ebbe ragione.

Da allora le cose sono mutate, al punto che lo stesso Partito sta promuovendo al suo interno delle «simulazioni democratiche», per preparare l’Impero a una transizione non traumatica, graduale e indolore verso forme politico-istituzionali che meglio possono gestire le contraddizioni sociali tipiche di un moderno Paese capitalistico, e assecondare lo sviluppo economico nelle nuove circostanze.

I leader cinesi ragionano, come sempre, con un respiro assai lungo, e prevedono di inaugurare la Nuova Cina Democratica intorno al 2030. Salvo l’irruzione sulla scena sociale di sempre possibili complicazioni (la campagna cinese rimane ancora un problema con troppe incognite) e di imprevisti di varia natura (anche internazionale: la tensione con le altre «Tigri Asiatiche» è sempre latente). Non si creda tuttavia che i lungimiranti leader del Celeste Impero stiano trascurando di valutare le possibili variabili, in modo da mettere in sicurezza il Sistema in qualsiasi circostanza. Anche il carsico «ritorno agli insegnamenti del Presidente Mao» fa parte della lungimirante strategia di quei leader.

La prassi sociale in Cina dei prossimi mesi e dei prossimi anni ci dirà fino a che punto i calcoli della classe dominante cinese sono corretti. Inutile dire che personalmente tifo per un suo disastroso errore (e in quel Paese l’errore deve necessariamente assumere i connotati del disastro e della tragedia: vedi, ad esempio, la campagna del «Grande Balzo in Avanti» inaugurata da Mao nel 1958, e finita nella fame e nel sangue già tre anni dopo).

Perché sono cattivo «in linea di principio»? Forse. Perché credo nel «tanto peggio, tanto meglio»? Questo no davvero: non sono sciocco fino a questo punto. Investo, per così dire, in un errore di calcolo della classe dominante cinese solo nella misura in cui esso può dare impulso a un gigantesco movimento di rivendicazioni politiche ed economiche da parte del proletariato stipato nelle grandi città cinesi, tale da trascinare sulla scena sociale anche l’enorme massa di contadini poveri e miserabili che a decine di milioni ogni anno abbandonano la campagna per cercar “fortuna” nelle metropoli. E poi? E poi si vedrà! Di certo non sto, al contrario di Loretta Napoleoni e degli altri estimatori del «Modello Cinese», dalla parte della «Celeste Armonia». Non sia mai!

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