MISERIA DEL COMUNE

Francesco Francesco Ubertini detto il Bachiacca, La raccolta della manna (1540-1555)

Le righe che seguono risalgono al Settembre 2010. Le “socializzo” come contributo al dibattito che sul concetto di Bene Comune si è avviato tra gli amici di Facebook. Rimando anche a La manna non cade dal cielo! (2008) e a La notte buia e la vacca sacra (2010), scaricabili dal Blog. Le faccio precedere da una citazione tratta dall’ultimo saggio di Carlo Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, la cui estesa critica al pensiero di Antonio Negri mi appare abbastanza fondata, salvo che per alcuni aspetti politici, peraltro tutt’altro che secondari, su cui adesso sorvolo.

«Il dilemma da cui Negri e soci non riescono a districarsi è se sia oggi possibile tracciare un confine fra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro il rapporto di sfruttamento capitalistico. La loro risposta è – più che ambigua – paradossale, nel senso che è, al tempo stesso, negativa e positiva. Da un lato, si dice che nulla ormai può esistere al di fuori del capitale, coerentemente con l’assunto in base al quale la totalità delle relazioni umane viene sussunta nel processo di valorizzazione capitalistico; al tempo stesso si afferma che tutta la produzione sociale – in quanto produzione biopolitica di soggettività – è esterna al capitale e si auto-organizza attraverso forme di cooperazione spontanee e autonome. In altre parole: il biopotere, inteso come potere sulla vita, e la biopolitica, intesa come potere della vita coesistono in un unico piano di immanenza» (C. Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, p. 102, Egea, 2011.)

Nell’ultimo prodotto editoriale di successo, la coppia Hardt-Negri ritorna a maltrattare indegnamente un concetto marxiano di grande significato teorico e politico: il General Intellect (*). Ho provato a criticare il punto di vista economico dell’ex «cattivo maestro» (ma solo di marxismo, beninteso) nei miei appunti di studio intitolati La vacca sacra e la notte buia. Il capitale da dove smunge il plusvalore?, e perciò in queste poche pagine non mi diffonderò sulla questione, e ne farò cenno solo en passant.

Il nuovo best seller dell’intellettuale italiano s’intitola Comune. Oltre il privato e il pubblico, ed esce in Italia sotto gli auspici del grande successo ottenuto negli Stati Uniti, non ultimo anche in grazia della crisi economica che ancora travaglia il paese del Presidente abbronzato. Confesso di non averlo ancora letto, ma avendo seguito con attenzione quanto ha avuto modo di scrivere e dichiarare il Professore padovano intorno alla sua «monumentale costruzione teorica» (esternando peraltro concetti e ragionamenti tutt’altro che nuovi per il sottoscritto), è come se l’avessi fatto.

L’oltrismo, si sa, è da sempre il mantra di Negri (oltre Marx, oltre la legge del valore, oltre il socialismo, oltre l’imperialismo, oltre il postmoderno, oltre… l’oltre, forse per dare l’impressione di essere sempre al passo coi tempi, anzi: decisamente oltre). Ma che significato dare al concetto di Comune? Perché lo Scienziato Politico tanto celebrato dai media che contano parla di Comune? «Perché tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti»: questa risposta, di sconvolgente ingenuità e di abissale indigenza teorico-politica, si trova in una recensione al libro Il saccheggio (di Ugo Mattei e Laura Nader) firmata da Negri e apparsa sul Manifesto del 4 maggio 2010 con questo significativo titolo: Quel diritto politico di saccheggiare i beni comuni.

La mia tesi – fuori moda, lo ammetto – è che, invece, non esiste alcun Bene Comune, giacché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della società capitalistica mondiale (o «globale») appartiene con Diritto – ossia con forza, con violenza – al capitale, privato o pubblico che sia. Il capitale non si appropria arbitrariamente il Comune, non lo «privatizza», ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di trasformare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua creatura, una sua naturale riserva di caccia. Questa mostruosa vitalità espansiva – in termini quantitativi e, soprattutto, qualitativi – rappresenta il tratto più significativo e «rivoluzionario» (vedi Marx e Schumpeter) del capitalismo.

Il lavoro (quello «materiale» e quello «immateriale», quello produttivo di «plusvalore» e quello produttivo di solo «profitto» o di sola «rendita»), la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la stessa natura hanno, nel nostro tempo, un’essenza necessariamente capitalistica, cioè a dire al contempo essi esprimono e riproducono sempre di nuovo il rapporto sociale dominante in questa epoca storica. È precisamente questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che riempie di contenuti una «categoria economica antidiluviana» (Marx) come quella di proprietà (proprietà privata, proprietà statale, proprietà collettiva), e il concetto di Diritto a esso correlato. «La proprietà di capitale presenta la prerogativa di esercitare un comando sul lavoro degli altri»(K. Marx, Il Capitale, III, p. 1172, Newton, 2005.): questa è la forma peculiare della proprietà capitalistica, la quale si regge, fondamentalmente, non sul possesso di cose materiali, ma su un rapporto sociale, sul cui fondamento prende corpo la società-mondo che conosciamo.

Per gente abituata ad associare il socialismo allo statalismo, al capitalismo di Stato (la cui forma «sovietica» diventò celebre sotto il giustamente famigerato nome di «socialismo reale»), persino il Comune di Negri può apparire quanto di più «sovversivo» e «radicale» si possa trovare sul mercato delle ideologie, come un «Manifesto del Partito Comunista versione 2.0», per dirla col prestigioso Wall Street Journal. Nientemeno! In mezzo a tanti microbi, persino un nano può accreditarsi – in primo luogo presso se stesso – come un gigante del pensiero.«Gli oltranzisti di destra guidati da Sarah Palin e Glenn Beck hanno questo in comune con Negri: sono convinti anche loro che il comunismo sia attuale, praticamente dietro l’angolo. Quello della Casa Bianca»(F. Rampini, La Repubblica del 14 settembre 2010.).

Il successo di Negri si spiega, tra l’altro, con la sua capacità di creare nella «Moltitudine» (a dire il vero, una «moltitudine» assai elitaria, e persino «radicalchic») l’illusione (che aspetta solo di venir frustrata – cosa che peraltro accade puntualmente) di rappresentare una potenza sociale, «qui e ora». Sentirsi sempre al centro del Mondo, eternamente motori delle trasformazioni sociali, avanguardie forever: ecco ciò che promette l’articolo ideologico venduto dal Nostro. Quando poi i clienti capiscono (ed è già un miracolo) di essere stati piuttosto alla retroguardia del reale processo sociale, saranno già trascorsi almeno venti anni. Come si dice: non è mai troppo tardi…

Antonio Negri, (cattivo) maestro fumista

Il nebuloso concetto di «Bene Comune» sembra essere stato fabbricato apposta per avvolgere in una spessa coltre fumogena concetti scottanti e scabrosi quali quelli di violenza, di rivoluzione, di potere politico e così via; forse anche perché in passato l’ex teorico dell’Autonomia Operaia non ha mostrato di saperli padroneggiare bene, questi concetti, né sul piano teorico né su quello pratico. È anche in questa fumisteria ideologica, che fa passare come profondo ciò che è semplicemente vuoto, la vuota profondità di un pensiero solo apparentemente critico, che probabilmente occorre individuare la causa non meno importante della sua «fascinazione».

Spinto dalla curiosità, la quale è notoriamente maschia (o no?), in una libreria ho dato una rapida scorsa al nuovo capolavoro di Negri, e l’occhio non ha potuto fare a meno di posarsi su questa perla: «Una volta che si è adottato il punto di vista del comune le categorie fondamentali dell’economia devono essere ripensate. In questo nuovo contesto, ad esempio, la valorizzazione e l’accumulazione si declinano in una dimensione sociale anziché in una dimensione strettamente privatistica e individualistica. Il comune si costituisce ed è messo al lavoro da un’ampia e aperta rete sociale» (M Hardt, A. Negri, Il Comune, p. 284, Rizzoli, 2010.). Una perla tutt’altro che originale, nell’ambito della riflessione negriana.

Ora, che la dimensione sociale della valorizzazione e dell’accumulazione è per Marx un punto di vista assolutamente certo e dirimente, per chiunque abbia dimestichezza con le sue opere cosiddette economiche è qualcosa che suona ovvia e persino banale, e desta davvero meraviglia che uno Scienziato della fatta del Nostro non se ne sia accorto, o che non lo abbia capito: possibile?

Basta leggere soltanto la «Prima sezione. La conversione del plusvalore in profitto» e la «Seconda sezione. La conversione del profitto in profitto medio» del Libro Terzo del Capitale per capire di cosa parlo. Una sola citazione: «Ciò che così [ossia con lo sviluppo della produttività sociale] torna a vantaggio del capitalista rappresenta dal suo canto un guadagno che è il risultato del lavoro sociale, anche se non degli operai direttamente sfruttati dal capitalista stesso. Quello sviluppo della forza produttiva è dovuto in ogni caso al carattere sociale del lavoro messo in opera, alla divisione del lavoro all’interno della società, allo sviluppo del lavoro intellettuale, innanzi tutto alle scienze naturali. Il capitalista trae vantaggio dai risultati del sistema della divisione sociale nel suo complesso»(K. Marx, Il Capitale, III, p. 965.). In poche parole, Negri chiama Comune ciò che l’uomo di Treviri chiamava Capitalismo.

«Ricordate la legge classica del valore-lavoro? Il capitale variabile diventa forza lavoro produttiva solo quando era sotto il capitale. Tutto questo è finito. Pur restando al centro di ogni processo di produzione, il lavoro è il risultato di un’invenzione e i suoi prodotti sono quelli della libertà e dell’immaginazione» (La comune di Toni Negri, intervista del 29 marzo 2010 a Negri comparsa sul sito di Comunismo e Comunità). Siamo andati oltre il capitalismo e non me ne sono accorto: chiedo umilmente venia! Il fatto è che, essendo ancora impigliato nella barba del Grande Vecchio, pensavo che l’invenzione non fosse che «capitale costante», un formidabile strumento capitalistico di dominio e di sfruttamento della natura e dell’uomo (dell’individuo tout court, e non solo del «capitale variabile»). E invece siamo finiti – sia lode alla Santa Astuzia della Storia! – nel Regno della libertà e dell’immaginazione. Il Sessantotto ha vinto, dunque?

Naturalmente ognuno è libero di pensarla come vuole, sul capitalismo, sul «Comune» e su Marx, del cui pensiero peraltro non intendo essere né un difensore d’ufficio (il Tedesco si difende bene da solo, basta leggerlo con intelligenza critica, non con intelligenza ideologica) né, tanto meno, un interprete autentico – incombenza che lascio di buon grado ai «marxisti». Mi riprometto anzi di comprare il libro di Negri e socio, e chissà se leggendolo con l’attenzione che sicuramente merita io non possa andare oltre il mio pregiudizio. Non bisogna mai opporre resistenza alla Divina Provvidenza.

(*) «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale forma le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (K. Marx, Lineamenti, II, p. 403, La Nuova Italia, 1978). A mio avviso, quella prassi e quel processo hanno «il diavolo in corpo», sono cioè sussunti sotto l’imperio sempre più intransigente (totalitario)delle esigenze economiche, le quali oggi ruotano ossessivamente intorno alla forma più astratta della ricchezza sociale: il Denaro.

Il Comune di Catania

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