LA DITTATURA DEI «MERCATI»

Il detto popolare vuole che l’uomo avvolto nei fumi dell’alcol dica sempre la verità. L’ebbrezza alcolica scioglie i «freni inibitori» della razionalità e permette ai nostri più scabrosi e indicibili pensieri di venire a galla, tra lo scandalo, la derisione e la perplessità degli astanti.

Ecco, la crisi economica agisce un po’ così: essa permette alla scottante verità intorno alla prassi sociale dei nostri tempi di farsi strada, calpestando l’impalcatura di illusioni e di chimere con cui amiamo “superfetare”, se mi è consentito dirlo, quella prassi. Come sempre, l’eccezione che irrompe nella «normalità» ci rivela l’essenza della regola, ossia il dominio totalitario delle esigenze economiche sulla vita di tutti gli individui. Un boccone amaro da mandar giù, soprattutto quando il marketing politico e mercantile ci invita a credere che «tutto gira intorno a te»; ma tant’è!

In un’intervista ad Andrea Malaguti, comparsa su La Stampa di oggi, il sociologo Zygmund Bauman prende atto che non esiste un potere politico internazionale in grado di far fronte al cieco e irresponsabile potere «dei mercati». Il fallimento di Obama, che si rivela nel declassamento del debito sovrano statunitense, è, a questo riguardo, emblematico. Assistiamo alla dittatura del PIL: «la sola cosa che davvero conta è la crescita del PIL: quando il PIL non cresce la società si blocca, e questo è folle!» Dopo avere accostato la globalizzazione «dei mercati» alla malavita e alla criminalità mafiosa, Bauman dichiara: «Se un bene passa da una mano all’altra senza la mediazione del denaro, ciò desta scandalo».

Ma può oggi, nella società capitalistica, un «bene» qualsiasi presentari sul mercato senza assumere la forma-merce? A me questa evenienza appare impossibile, anzi francamente chimerica. E dove insiste la merce deve necessariamente espandersi il potere «sensibile-sovrasensibile» (Marx) del Denaro, ossia della «forma fenomenica» più astratta e concreta della ricchezza sociale prodotta in regime capitalistico. Ma Bauman, che è un grande Scienziato Sociale, non la pensa così, e vorrebbe anzi convincere gli Istituti Finanziari del Pienata ad abbandonare la strada del «facile profitto»: auguri!

Intanto la Cina maltratta sul piano politico-ideologico la «cicala» statunitense (per il godimento di Loretta Napoleoni e degli estimatori del modello capitalistico cinese), e detta a Obama la linea economica da implementare per mettere al riparo gli investimenti diretti e indiretti made in Cina da ulteriori declassamenti dell’economia statunitense. In Europa la Germania si comporta analogamente con le cicale che non hanno ancora capito che la pacchia del debito pubblico senza fondo deve cessare. L’imperialismo economico (fondamento dell’Imperialismo tout court) oggi corre lungo l’Asse Pechino-Berlino.

Mario Monti, sul Corriere della Sera di oggi, fa rilevare come il tanto temuto (da alcuni) e auspicato (da altri) «governo tecnico» sia già all’opera, sotto forma di «governo tecnico transnazionale»: è il «governo dei mercati» che sta commissariando la politica economica dei Paesi occidentali. I mercati, peraltro, non si fidano della politica, la quale appare impotente ad affrontare i nodi strutturali che non consentono all’«economia reale» di decollare. Anche i mitici «mercati» appaiono stregati da una Potenza Impalpabile e Anonima: il circulus vitiosus non potrebbe essere più… vizioso!

Monti auspica un «patriottismo economico» che sappia imporre al Paese «sacrifici tanto impopolari quanto necessari». La Marcegaglia, mostrando con ciò di saperla assai lunga, ha dichiarato che la politica italiana deve imporsi dei sacrifici, se vuole apparire credibile quando chiederà «al Paese» di accettare un futuro di lacrime e sangue. È un invito a sparare sul quartier generale della «Casta». Gli Indignati sono avvertiti!

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