EUROPEISMO E QUESTIONE TEDESCA

Dopo aver per tanti lustri invocato l’avvento degli Stati Uniti d’Europa, con il relativo superamento dei vecchi Stati nazionali, colpevoli di aver annegato nel sangue il «secolo breve», oggi, dinanzi al proditorio diktat franco-tedesco, non pochi italici «europeisti convinti» masticano amaro e denunciano un’insopportabile lesa maestà nazionale. «Ma qui si vuol commissariare il Paese!»

Le anime belle (è solo un’immagine retorica, si capisce) dell’Europeismo scoprono con orrore il fondamento reale, non ideologico, del cosiddetto «sogno europeo»: è la Germania che tiene stretto nelle sue mani il destino del Vecchio Continente. Oggi come ieri, dal Kaiser Guglielmo II («Politica mondiale come compito, potenza mondiale come obiettivo, flotta come strumento») ad Angela Merker, passando ovviamente per i buffi baffi del noto pittore austriaco.

Siamo ancora alla Wille zur Macht? Non c’è dubbio. Naturalmente mutatis mutandis e senza scivolare in assurde concezioni metapolitiche. Scriveva Ernst Nolte nel 1993, con ogni evidenza per tranquillizzare gli europei timorosi della nuova ascesa tedesca dopo l’unificazione del Paese: «Bisogna distinguere tra potenza politica e influsso economico. L’influsso che si fonda su un potere economico può risultare vantaggioso anche per chi è più debole. In conclusione, non vi è ragione di temere un predominio politico tedesco in Europa» (Intervista sulla Questione tedesca, Laterza, 1993). Ma è possibile separare la «sfera politica» da quella economica? Ovviamente no, e alla fine, presto o tardi, in modo più o meno contraddittorio e doloroso, l’economico deve necessariamente riflettersi sul politico, anche a dispetto degli stessi attori che in astratto avrebbero l’interesse a non immergersi più di tanto nella complessa e rischiosa (e proprio la Germania ne sa qualcosa!) dimensione politica.

20 millionen Mark (1923)

La crisi economica ha reso evidente ciò che gli analisti politici ed economici seri del Vecchio Continente hanno sempre saputo (ma non sempre dichiarato, per un certo scrupolo politically correct): l’Unione Europea, se vuole riempirsi di reali contenuti storici, deve quanto più avvicinarsi al «modello tedesco», il quale rimane ancora il modello capitalistico egemone in Europa. Lungi dall’essere venuta meno, la tradizionale area del Deutsche Mark si è piuttosto allargata, di fatto, a cagione di una pressione meramente economica.

Il gran Stemma di Sua Maestà l'Imperatore tedesco (1871-1918)

Dietro una Moneta c’è un Tesoro, e dietro questo deve esserci un Sovrano (non 17!), con tanto di spada. Ogni altra considerazione intorno agli Stati Uniti d’Europa non radicata in questa reale dimensione storico-sociale è pura risciacquatura ideologica buona per dissetare l’anelito «ultraeuropeista» alla Emma Bonino, con rispetto parlando…

La Francia cerca di far valere il suo peso politico (struttura militare compresa, è chiaro) per controllare da presso la potenza sistemica dei «mangia patate», la cui economia è floridamente cresciuta all’ombra dei missili statunitensi e della stessa grandeur gallica, peraltro sempre più pallida e risibile. L’Asse franco-tedesco ha nel corso degli anni espresso tutte le ambiguità e tutte le contraddizioni insite nel «progetto europeista» venuto fuori dalla Seconda guerra mondiale, come ulteriore ratifica dell’epocale sconfitta tedesca. La recente vicenda libica ha messo bene in luce il diverso approccio “europeista” dei due Paesi leader dell’Unione.

Scriveva Ernesto Bertarelli nel 1915, mentre in Europa infuriava la tempesta bellica: «L’antipatico sciovinismo francese, che offende più di quanto non minaccia, pare ben dolce di miele e remissivo di vertebre nei confronti col testardo e violento nazionalismo scientifico tedesco» (Il pensiero scientifico tedesco, la civiltà e la guerra, Trevis Editore, 1916). Bisogna ricordare che allora i «cugini francesi» erano nostri alleati nella lotta contro il «Barbaro Teutonico». Eppure, quella denuncia del «testardo e violento nazionalismo scientifico tedesco» in qualche modo illumina l’aspetto oggettivo della tragedia tedesca, la quale non può non essere al contempo tragedia europea: la forza strutturale del capitalismo tedesco.

Più che in altri Paesi, la politica – interna ed estera – della Germania è il prolungamento della sua prassi economica, la quale ruota intorno a questa Sacra Trinità: produttività industriale soprattutto in vista delle esportazioni, salute finanziaria, stabilità monetaria. L’europeismo dei tedeschi e dei loro “fratelli” europei deve fare i conti con quel vero e proprio imperativo categorico economico-sociale.

Intanto la «scettica» Inghilterra, immersa come e forse più degli altri partner europei nella crisi economica, mostra quel fondo violento e disumano della Civiltà borghese che nemmeno la sempre più rancida ideologia multirazziale e multiculturale è in grado di celare. Ma la cieca violenza degli ultimi ne attesta anche l’attuale impotenza politica.

Insomma, il «commissariamento» dei Paesi europei più esposti all’ira dei «mercati» da parte della Germania (con l’eventuale copertura politica offerta, più o meno obtorto collo, più o meno opportunisticamente, dalla Francia) non ha nulla a che fare con la «Volontà di Potenza», ideologicamente concepita, o con la «Dignità Nazionale» di questo o quel Paese, mentre ha molto a che vedere con la reale dinamica capitalistica (in un’accezione non meramente economicista del concetto) del Vecchio Continente. Chi vuol capire questi tempi agitati, e non vuole rimanere impigliato nelle miserabili diatribe fra «euroentusiasti» ed «euroscettici» a mio avviso farebbe bene a puntare i riflettori della critica sul processo sociale sovranazionale che ho cercato di tratteggiare brevemente.

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