LE ODIOSE ILLUSIONI DEGLI STATALISTI E DEI BANCAROTTISTI

A Fausto Bertinotti l’ultima esternazione del Presidentissimo Napolitano – il cui attivismo politico, sia detto en passant, fa impallidire il settennato del «picconatore» Cossiga – non è proprio andata giù. Anche nella sua qualità di prestigioso esponente del Partito Statalista Italiano (un soggetto politico molto “trasversale”: esso, infatti, raccoglie i suoi tristi militi tra ex stalinisti ed ex fascisti, tra neo berlingueriani e neo almirantiani), l’ex Presidente della Camera ha voluto bacchettare l’esortazione quirinalizia di Cernobbio a proposito del debito pubblico.

«Pareggio di bilancio significa sottomissione al diktat dei mercati», ha dichiarato il Rifondatore dello Statalismo; «con il pareggio di bilancio non ci sarebbe stato il New Deal». Soprattutto quando la crisi economica cavalca selvaggiamente sui verdi prati del capitalismo, gli ortodossi della «teologia del New Deal», per dirla con John K. Galbraith, salgono sul pulpito per magnificare la potenza salvifica dell’interventismo statale. Salvifica per il sistema capitalistico in quanto bronzea totalità sociale, beninteso.

Come si vede, presso gli statalisti italioti (ma non solo: vedi il marziano Paul Krugman) l’ultrareazionario mito del New Deal non vuole passare di moda, anche perché in effetti l’intervento dello stato nell’economia è una tendenza sociale oggettiva, soprattutto, appunto, nei momenti di acuta crisi economica, quando lo Stato (capitalistico) è chiamato a funzionare come garante di ultima istanza degli «interessi generali del Paese» (ossia delle classi dominanti, o solo delle sue fazioni vincenti).

Per una critica puntuale e approfondita della teoria keynesiana rimando al mio studio intitolato Sviluppo e crisi nel capitalismo. Il respiro dell’economia fondata sul profitto, II, (1996), soprattutto al capitolo Il circolo virtuoso-vizioso keynesiano. Qui me la cavo sostanzialmente con poche citazioni, per illustrare la vera natura del mito di cui sopra.

Scriveva Susan Strange: «Le politiche di tipo keynesiano o sono state inefficienti, come negli Stati Uniti con il New Deal, oppure sono state finalmente intraprese, come i Francia, Germania e Gran Bretagna, per prepararsi alla seconda guerra mondiale. La dimostrazione più eclatante della loro efficacia, tuttavia, si è avuta negli Stati uniti dopo Pearl Harbour. Nel giro di un anno, la maggior parte dei 13 milioni di disoccupati statunitensi aveva trovato un nuovo lavoro. Il governo aveva provveduto ad assicurare ai settori produttivi legati alla difesa credito prontamente disponibile. Addirittura alcuni settori, di fatto, erano stati nazionalizzati. Sotto il pungolo della guerra, l’”arsenale della democrazia” aveva dimostrato che cosa sapeva fare» (Denaro impazzito, 1998, p.134, Edizione di Comunità).

William Gropper, Construction of Dam, 1939

Prima carne da profitto e poi carne da macello, in vista di una nuova era di prosperità e di democrazia: è il capitalismo, bellezza! Di qui, la nostalgia di Krugman, espressa sotto forma di “provocazione” («ci vorrebbe una minaccia aliena, in modo da giustificare una potente politica di investimenti pubblici!»), per i bei tempi in cui gli Stati potevano ricorrere anche alla guerra mondiale «convenzionale» per superare una grave «congiuntura economica». Maledetta bomba atomica!

Occorre ricordare che nel 1933 Hitler licenziò Luther, presidente della Reichsbank, perché questi non volle appoggiare il piano “keynesiano” socialnazionalista che prevedeva una spesa pubblica praticamente illimitata, tesa ad assorbire la totalità della forza lavoro allora disoccupata. Il nuovo Presidente Hjalmar Schacht assicurò il führer che la Reichsbank avrebbe messo a disposizione dello Stato «Tutto quello che può servire finché la disoccupazione sia eliminata». Più tardi Hitler si vantò del modo perfido in cui liquidò il poco keynesiano Luther: «Quando si ha a che fare con gli esperti finanziari, che in fondo sono tutti bricconi, non vi è nessuna ragione per essere sinceri» (Conversazioni di Hitler a tavola, 1941-1942, p. 121, Longanesi, 1963). Così parla un vero keynesiano!

Scriveva Galbraith nel suo classico saggio sul Grande Crollo: «Dopo il Grande Crollo venne la Grande Depressione che durò, con alti e bassi di gravità, una decina d’anni. Fino al 1941 il valore in dollari della produzione rimase inferiore a quello del 929 … Nel 1938 una persona su cinque era ancora disoccupata» (Il Grande Crollo, 1954, p.186, Boringhieri, 1972). Poi, per la gioia di Krugman, venne la guerra, e il capitalismo americano poté superare definitivamente il Grande Crollo e preparare il giro di vite imperialistico che abbiamo visto all’opera per oltre mezzo secolo. Questo, tra l’altro, a testimonianza di come il «Crollo definitivo e inevitabile del Capitalismo» sia tutt’altro che ineluttabile: senza rivoluzione sociale crollano inevitabilmente solo le illusioni dei crollisti per fede. Certo, il 2012 può riservarci qualche sorpresina…

Il Presidente F. D. Roosevelt firma un provvedimento del New Deal

Ultima citazione: «Lo Stato ha avuto già la funzione di ostetrico nella prima fase del capitalismo, è stato poi messo da parte, e gli viene oggi nuovamente in aiuto in una situazione di sempre più grave difficoltà … L’affinità tra il procedimento logico keynesiano e le teorie autoritarie si potrebbero dimostrare ulteriormente sulla base di molti particolari … Nella misura in cui la revisione keynesiana rimanda al di là della teoria classica, essa non rinvia a un futuro migliore, ma a un futuro fosco» (F. Pollock, La revisione keynesiana del liberalismo economico, 1936, in Teoria e prassi dell’economia di piano, pp. 164-198, De Donato, 1973). Il fosco futuro ci introduce alla scottante questione del debito Sovrano.

Leggo da un volantino redatto dal Movimento Studentesco Catanese (la stella come logo è già «tutto un programma»: e non è affatto bello!): «Dobbiamo definitivamente rifiutarci di pagare il debito. Per alcune ragioni. La prima, banale, è che non possiamo permetterci di pagare, non al prezzo di rinunciare alla nostra dignità». Scusate il settarismo, ma la cosa mi suona ambigua: «Nostra dignità» in che senso? «Dignità» come Nazione? Come Paese? O come «lavoratori»? In ogni caso si naviga nel mare delle classi dominanti. Quanto la questione puzzi maledettamente – naturalmente alle spalle dei bancarottisti – lo testimonia quest’altra frase: «L’Islanda, ad esempio, attraverso un referendum, ha deciso di non pagare il debito pubblico». Qui il Potere Finanziario e il Contropotere Finanziario (dall’«alto» e dal «basso») stanno preparando alle classi dominate un «futuro fosco».

La questione del debito Sovrano assume per le classi subalterne una consistenza socialmente rivoluzionaria solo se entra in gioco il problema del potere politico (altro che referendum!), un evento che oggi appare assai remoto. Porre oggi una simile questione significa legarsi al carro delle classi dominanti (o solo di alcune fazioni in lotta contro le altre) e degli Stati (o coalizioni di Stati) che competono sul mercato globale. Significa, in altri termini, continuare a indebolire le capacità di risposta di chi vive di salario.

Certo, a chi ha un famelico bisogno di miti e di illusioni (ieri: dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao, dalla Cuba di Castro e del Che al Nicaragua dei Sandinisti; oggi: dal Venezuela di Chávez alla «dignitosa» Islanda), non si può chiedere un serio sforzo di analisi e di riflessione intorno all’attuale crisi economico-sociale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...