REALTÁ E LEGGENDA DELLA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E DEL DEBITO SOVRANO

Il processo di finanziarizzazione dell’economia capitalistica è un fenomeno sociale tutt’altro che nuovo, e basta riandare col pensiero ai “classici” libri di J. A. Hobson (L’Imperialismo, 1902) di R. Hilferding (Il capitale finanziario, 1910) e di Lenin (L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916), solo per citare pochi esempi, per capirlo. «L’inizio del secolo XX – scriveva Lenin – segna il punto critico del passaggio dall’antico al nuovo capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario» (L’Imperialismo, p. 227, Opere, XXII).

Lo stesso Marx colse il momento genetico del processo che trasformò le banche da modeste imprese di mediazione in potenti, e poi dispotiche (sul versante interno e internazionale, nella «sfera economica» come in quella politica) detentrici del capitale finanziario. Personalmente giudico molto importante proprio lo studio di quel momento iniziale perché da esso vengono fuori molti spunti di riflessione che aiutano a comprendere meglio la reale natura e dimensione della finanziarizzazione dell’economia quale si dispiega nei nostri critici tempi.

Da questo studio (che qui compendio in modo assai sintetico, solo per invogliare il lettore a cimentarvisi in prima persona) emerge in primo luogo l’intima connessione tra lo sviluppo del potere finanziario e il processo di crescita quantitativa e qualitativa di quella che, con linguaggio oltremodo ambiguo, gli economisti chiamano oggi «economia reale» – e, come diceva il Filosofo, tutto ciò che è reale è razionale: l’esatto opposto di quanto capita nell’economia capitalistica considerata nella sua irriducibile totalità.

Telaio jacquard - inizi XIX secolo

La dialettica dell’accumulazione capitalistica storicamente considerata ha visto il capitale usuraio e commerciale costituire la base finanziaria e organizzativa per il decollo del moderno capitalismo industriale, e quest’ultimo, in una fase piuttosto avanzata del suo sviluppo, porre le premesse di una rinascita, e quasi di una rivincita, delle «sfere» economiche non direttamente compromesse con la produzione di merci, diventata a un certo punto (in Inghilterra intorno al XVIII secolo) la leva di gran lunga più potente nella prassi economica.

Per un verso, l’accresciuta produttività del lavoro, resa possibile da un continuo rinnovamento della base tecnologica delle imprese e dall’implementazione di soluzioni organizzative nell’uso della forza-lavoro sempre più razionali (scientifiche), permise l’emancipazione di aliquote sempre crescenti di capitale dall’ambito immediatamente produttivo. Non bisogna dimenticare che produttività del lavoro equivale a produttività di plusvalore (incamerato dai più disparati detentori di capitali sotto forma di profitto, rendite, e quant’altro), che poi è il solo obiettivo che legittimamente sta a cuore ai capitalisti. D’altra parte, questo stesso processo di maturazione capitalistica innescò un tendenziale e relativo declino nel saggio del profitto, fenomeno che Smith e Ricardo non mancarono di cogliere, sebbene non ne comprendessero la reale natura. Questo fenomeno apparentemente inspiegabile diede un nuovo impulso all’emigrazione di capitali da una branca industriale all’altra, da una «sfera economica» all’altra, da un Paese all’altro, alla ricerca del miglior saggio del profitto. Va’ dove ti porta il profitto!

Per altro verso, proprio l’accresciuta dimensione quantitativa e qualitativa dell’«economia reale» abbisognava di una massa sempre più ingente di capitali da gettare nella fornace dell’accumulazione, esigenza vitale che a un certo punto fu possibile soddisfare solo ricorrendo alla «sfera finanziaria», capitali speculativi e financo «criminali» compresi. Il processo di concentrazione e di centralizzazione del capitale marcia con cadenza di risonanza nella «sfera produttiva» e nella «sfera finanziaria», con simbiotica relazione. (La cadenza di risonanza è quella che, ad esempio, fa crollare i ponti. Metafora crollista, dunque? Certamente. A patto che si ricordi che i ponti crollati sono rimpiazzati subito da ponti più stabili, ancorché non vaccinati contro la sciagura, la quale è sempre in agguato).

La finanziarizzazione dell’economia nella moderna società borghese prende corpo e si sviluppa quindi a partire dal processo che «smunge plusvalore» (Marx) nelle imprese industriali (agricoltura compresa, ovviamente) sparse ovunque sulla faccia del Pianeta, e non a caso nell’Imperialismo di Hobson si trovano perle come questa: «Sembra che gli investitori e gli imprenditori occidentali abbiano trovato in Cina una miniera di forza lavoro di gran lunga più ricca di ogni deposito d’oro o di altro minerale che possa aver guidato l’impresa imperiale in Africa e altrove … di tutte le ‘razze inferiori’ quella cinese è la più adattabile a scopi di sfruttamento economico dato che ha la maggior eccedenza di prodotto del lavoro in proporzione al costo di mantenimento della forza lavoro» (L’Imperialismo, pp. 253-257, Newton). Mutatis mutandis (pochissimo, per la verità), qui si parla più del 2011 che del 1902.

Come spesso ripeto, la radice storico-sociale della finanziarizzazione dell’economia viene allo scoperto soprattutto a causa di una forte scossa tellurica nella «congiuntura», ossia quando si inceppa il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, il quale rende possibile sempre di nuovo l’espandersi del colossale edificio finanziario e la stessa sostenibilità finanziaria degli Stati. Allora si scopre che «fare soldi con soldi» non significa affatto creare effettiva ricchezza sociale, ma spartirsi una succulenta pietanza cucinata dai salariati nell’«economia reale», e speculare sulla sua base di valore, moltiplicando sempre più parossisticamente valori (sotto forma di sofisticati «prodotti finanziari») scritti solo sulla memoria dei computer – e nel cuore dei possessori di titoli vari.

Come scriveva Marx, nel «sistema creditizio tutto si raddoppia e si triplica divenendo una mera chimera» (Il Capitale, III, p. 1234, Newton). L’alta produttività del lavoro, e la complessa articolazione sociale che questa stessa produttività rende possibile (più cresce la torta, più numerosi si fanno i commensali che se la contendono), celano, al contempo, il fondamento materiale della «mera chimera» e il rapporto sociale fondamentale che, come s’usa dire, «regge tutta la baracca». La manna non cade dal cielo della Finanza, più o meno «reale», «onesta», «eticamente sostenibile» e luogocomunismi dello stesso vile conio. Né essa cresce spontaneamente sul terreno della cosiddetta «fabbrica sociale», attraverso lo sfruttamento del General Intellect, il quale creerebbe «valore» semplicemente digitando su una tastiera di computer.

Nel XXI secolo la valorizzazione capitalistica passa ancora attraverso lo sfruttamento della capacità lavorativa dei salariati impiegati nel processo produttivo di merci, e ciò costituisce la più grande maledizione del capitalismo, la cui motivazione essenziale (realizzare profitti) non riesce proprio a emanciparsi dall’antiquata e faticosa dimensione industriale. Non perché gli uomini devono pur mangiare, coprirsi, viaggiare, ecc., ma perché la base del profitto (e della ricchezza sociale espressa nel Denaro: questa strapotente divinità!) rimane il rozzo plusvalore.

La stessa questione del debito Sovrano, con annesso discorso sul Welfare, è fondamentalmente un problema connesso profondamente con l’accumulazione capitalistica. L’allargamento e il restringimento della base finanziaria del cosiddetto «Sato Sociale» non  sono, non possono esserlo,  variabili indipendenti, magari rimesse al capriccio di furbi politici o di cinici ideologi. Quella che i progressisti di tutto il mondo chiamano «controrivoluzione liberista di Reagan e della Thatcher» non fu che una risposta del capitalismo e dell’imperialismo angloamericani a un grave stato di sofferenza nell’«economia reale» dei rispettivi Paesi, dovuto in gran parte alla cristallizzazione di strutture sociali parassitarie che rendevano impossibili le necessarie «riforme strutturali», rese urgenti soprattutto dall’agguerrita concorrenza globale del capitale giapponese. Più che fare cadere il «socialismo reale», la «guerra stellare» di Reagan servì in primo luogo a mobilitare capitale pubblico e privato al servizio del settore industriale più avanzato del Paese, in modo da schiodare l’economia americana dalla palude nella quale si trovava impantanata da oltre un decennio.

Nel capitalismo nessun pasto è gratuito, e checché ne pensino e dicano i feticisti dello Stato Sociale (che poi è Stato capitalistico tout court) il Welfare ha il suo limite insuperabile nell’accumulazione capitalistica, colta nella sua dimensione planetaria. L’aumento di produttività del lavoro (che “libera” lavoro), la crescita nella «prospettiva di vita» (quanti vecchi, in Occidente!) e l’ingresso nell’arena della competizione economica di Paesi come Cina, India, Brasile, ecc., stanno mettendo sotto pressione il vecchio sistema assistenziale in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. «Riformarlo» è tanto necessario (per il «Bene Comune», beninteso) quanto arduo. I problemi sociali connessi con questa realtà altamente contraddittoria possono venir rimandati, e il Bel Paese eccelle nella politica del posticipo; ma i nodi presto o tardi vengono al pettine. Solo se maturiamo una corretta visione del processo sociale colto nella sua totalità possiamo sperare di elaborare una corretta risposta politica alle esigenze del Dominio, le quali mettono sotto schiaffo individui, imprese, governi, Stati. Altro che «diktat dei mercati»!

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