DECRESCITA. MA DI CHE COSA? OVVERO: LA «DECRESCITA» NON CI SALVERÀ NEANCHE L’ANIMA!

CRESCERE O DECRESCERE? È QUESTO IL PROBLEMA?

Una cosa ho almeno imparato da Marx: se si desidera penetrare teoricamente un problema, per porlo correttamente a livello della riflessione politica, occorre contestualizzarlo sul piano storico e sociale. Ecco perché dinanzi a concetti quali sviluppo (e relativa ideologia sviluppista) e decrescita (con annessa ideologia decrescista) mi viene da chiedermi: ma sviluppo di cosa, decrescita di che? Cos’è che deve svilupparsi ovvero decrescere? So già la risposta degli opposti partiti: «ma l’economia, è così evidente!» Già, l’economia. Ciò che si agita sotto i miei occhi ha la maligna tendenza a non farsi vedere dal sottoscritto. Forse è per questo che non mi appago di quella risposta e pongo un’altra domanda: ma di quale economia parliamo?

Qui mi arrogo il diritto alla risposta: dell’economia capitalistica. Non vedo in giro nel vasto mondo nessun altro tipo di economia diversa da quella capitalistica, anche se in certi Paesi viene chiamata «economia sociale di mercato», e in altri, evidentemente più creativi e bizzarri, «socialismo di mercato». Quando parlare di Capitalismo suona male, appare politicamente scorretto, si usa tirare in ballo il Mercato, come se i due concetti non coincidessero sul piano storico e sociale almeno da due secoli, quantomeno nelle metropoli capitalisticamente più vecchie. E già abbiamo messo i piedi nel piatto.

Marino Badiale e Massimo Bontempelli intendono «costruire un terreno di confronto costruttivo fra il pensiero di Marx e il pensiero della decrescita», e, soprattutto, anelano a «un buon uso del pensiero di Marx» (Marx e la decrescita, 9 marzo 2010, Sinistrainrete). Molto bene. L’impegno è lodevole, non c’è che dire. Tuttavia, non mi sembra che ancorando la prospettiva rivoluzionaria di Marx alla dimensione del capitalismo, piò o meno «sviluppista», più o meno «decrescista», più o meno «equo-solidale» ed «ecosostenibile», si faccia un buon uso del suo pensiero. Insomma, il pensiero degli autori del breve saggio rimane del tutto al di qua dei confini che tracciano l’odierno regime storico-sociale. La questione dello sviluppo e della decrescita viene assunta insomma come qualcosa di scottante attualità nell’ambito della società capitalistica, la quale evidentemente viene concepita come la sola possibile da qui all’eternità.

Esagero nella critica? Può darsi. Ma come debbo interpretare i passi che seguono: «La prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti le lotte che, anche se i loro attori possono non averne coscienza, vanno nella direzione della critica dello sviluppo. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese»? L’interesse generale del Paese, al netto dell’ideologia pattizia nata con la borghesia, corrisponde all’interesse delle classi dominanti, o quantomeno alle loro fazioni più forti in un dato momento. Ad esempio, non è affatto detto che la «fazione verde» della classe dominante, quella interessata a sviluppare nuove tecnologie, nuove fonti energetiche e nuovi prodotti «ecosostenibili», non riesca a imporsi sulla «fazione nera», interessata al mantenimento delle “vecchie” tecniche produttive, delle “vecchie” fonti energetiche e dei “vecchi” prodotti.

 

SIAMO IN BILICO

«La proposta di basare un nuovo anticapitalismo sull’idea della decrescita non ha alternative reali. Inoltre, quella della decrescita è un’idea-forza perché consente di ottenere una ridistribuzione della ricchezza sociale che le lotte salariali non sono più in grado di ottenere. Infatti, lottare contro le grandi opere a favore di una capillare manutenzione del paese significa lottare anche per un aumento di posti di lavoro. Lottare contro il consumo distruttivo di territorio a favore di un suo uso funzionale ai bisogni della comunità significa per una politica di estesi servizi pubblici». Ancora una volta viene fuori un aspetto dirimente: il punto di vista dei Nostri è il punto di vista del Paese, il quale è il punto di vista delle classi dominanti. Dalla marxiana «prospettiva di classe» alla togliattiana prospettiva nazionale corre un abisso che io lascio volentieri ai due di cercare di colmare. Auguri! Ma viene anche fuori il loro benicomunismo (l’ideologia del «Bene Comune», le cui banali parole stanno in bocca al Santissimo Padre come ai suoi acerrimi nemici di estrema sinistra) e la loro attrazione fatale per il capitalismo di Stato, sotto forma di rivendicazione di «una politica di estesi servizi pubblici». Il rapporto tra accumulazione capitalistica (in sofferenza in Italia come in altri Paesi occidentali) e crisi del debito pubblico evidentemente gli sfugge.

«Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo di viluppo». A cosa si allude scrivendo «odierno meccanismo di sviluppo»? Al capitalismo tout court, ovvero a un «meccanismo di sviluppo» che potrebbe essere sostituito con un altro nell’ambito dello stesso capitalismo? La scelta è tra «capitalismo selvaggio» e «capitalismo ben temperato»? Proprio questa ambiguità di fondo non permette di conferire «un carattere di radicale contestazione dell’attuale ordinamento economico e sociale», obiettivo che invece gli autori dicono di voler conseguire. L’errore concettuale più marchiano che essi commettono è quello di concepire lo sviluppo (capitalistico) sostanzialmente come «accumulazione di realtà fisiche sul territorio», mentre esso è sostanzialmente, in radice, saccheggio di capacità lavorativa fisica eintellettuale (il lavoro – salariato – di cui parla l’Art. 1 della Costituzione italiana), sfruttamento del «capitale umano» basato sui rapporti sociali che lo Stato, in tutte le sue articolazioni burocratiche (Trimurti Sindacale compresa) e in tutte le sue fenomenologie politiche (Stato democratico, Stato autoritario, Stato totalitario), è chiamato con Diritto e legittimità a difendere. Vedere nelle cose solo materia, e non i rapporti sociali che le rendono possibili: Marx avrebbe parlato di «concezione volgare e feticistica» della prassi sociale. E pure io, se mi è consentito.

Il «capitalismo decrescista» è un non senso sociale, un ossimoro, un’idiozia dottrinaria. Tenere a stecchetto il Mostro significa decretarne la morte, e pensare che il Dominio Sociale Capitalistico accetti di suicidarsi è quantomeno bizzarro, per rimanere nell’eufemismo e non tranciare giudizi troppo politicamente scorretti. La «decrescita» non riuscirà a salvarci neanche l’anima! Solo ancorando la riflessione sulla possibilità di una comunità realmente umana alla necessità del superamento del capitalismo tout court, del capitalismo in quanto peculiare regime storico-sociale (e non solo nella sua accezione meramente economica), i concetti di «sviluppo» e «decrescita» (magari sintetizzati nel concetto di prassi umana: puramente e semplicemente) possono acquistare una reale e dirompente dimensione critica e politica.

Fare uscire l’umanità dal capitalismo attraverso la decrescita è una chimera – non un’utopia, il cui concetto rimanda a qualcosa che ancora non c’è, ma che potrebbe esserci.

Per quanto riguarda la distinzione tra Marx e marxismo sono talmente d’accordo con Badiale e Bontempelli che personalmente da anni ricuso di definirmi un «marxista» e lascio agli altri il giudizio intorno al mio punto di vista. Sullo stalinismo, che in qualche modo pesa ancora come un macigno anche sul loro pensiero, rinvio al mio saggio di prossima pubblicazione Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924).

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