DOPO LA PRIMAVERA (ARABA) VIENE L’AUTUNNO?

Qualcuno può illuminare la mia opaca, ancorché esigua, intelligenza? Ecco in quale labirinto concettuale essa erra senza niuna possibilità di uscirne: se nella primavera di quest’anno le masse arabe sono state protagoniste (almeno stando ai mass media) di una «Rivoluzione», in Tunisia, Egitto e altrove, oggi a cosa assistiamo in quelle contrade africane? Alla «Controrivoluzione»?

Ad esempio, i continui massacri di cristiani copti in Egitto, si configurano come momenti più o meno contraddittori del «processo rivoluzionario», ovvero come sintomi inequivocabili della imminente «Controrivoluzione»?

E soprattutto: perché l’intellettuale «di sinistra» sente il bisogno di inventarsi almeno una «Rivoluzione» (alla quale puntualmente segue una «Controrivoluzione»), in un luogo qualsiasi del vasto mondo, almeno ogni due, tre anni? Al quarto, è già in astinenza: «Moltitudine delle mie brame, chi è il più rivoluzionario del Reame?»

Scriveva Bernard-Henry LÉVY: «Il motore di questa rivoluzione non è stato evidentemente il proletariato. Né sono stati i nuovi o i vecchi poveri. No. Sono gli internauti. Coloro che utilizzano Twitter, Facebook, e Youtube … Rivoluzione nella rivoluzione. Ieri si usava prendere d’assalto la televisione. L’altro ieri, i Palazzi d’Inverno. Oggi è giunto il tempo di una e-rivoluzione, la prima del genere, a cui la gioventù tunisina dà dignità. Anche per questo, per aver portato a tal punto di eccellenza una nuova forma di resistenza, le diciamo grazie» (La lezione in cinque punti della rivoluzione tunisina, Corriere della Sera, 20 Gennaio 2011). E intanto la «gioventù rivoluzionaria» tunisina non smette di sognare l’Europa, e non pochi «rivoluzionari», armati naturalmente di telefonini, sfidano lo Stretto di Sicilia per giungere sulle sponde del Vecchio Continente.

La verità è che la sola rivoluzione oggi possibile in tutto il Mondo Arabo è quella promossa dal processo sociale capitalistico, il quale spinge le classi sociali di quell’area meno compromesse con lo status quo a spezzare i vincoli materiali, politici e ideologici che ne frenano il pieno dispiegamento. Oggi le masse arabe, gioventù internettizzata compresa, sono oggetti della storia, non soggetti, e non è abbellendo la realtà che si può comprenderla. Nell’ambito di questo processo oggettivo si svilupperanno nuclei di resistenza operaia e proletaria? Nasceranno pensieri autenticamente rivoluzionari? Sperarlo non costa niente. Capovolgere la realtà è politicamente delittuoso.

«I poderosi movimenti popolari che sconvolgono il Mondo Arabo, sono abbastanza potenti da abbattere il tiranno di turno, ma del tutto disarmati di fronte alle forze organizzate che finiranno per incanalarne l’energia e dirigerla verso i propri obiettivi … Anche da questo punto di vista la tecnica non offre chance di rovesciamento automatico dei rapporti di forza fra élite e classi subalterne, ma favorisce, tutt’al più, l’ascesa di élite alternative» (Carlo Formenti, Felici e sfruttati, p. 148, Egea, 2011).


Mi sa tanto che alle classi subalterne del Pianeta toccherà ancora in sorte la fatica di dare l’assalto al metaforico Palazzo d’Inverno. «Che trivialità! Ma allora, Steve Jobs è morto invano?» Se ne faranno una ragione, le Moltitudini…

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