BRUCIARE CIBO, SPECULARVI SOPRA: NULLA È PIÚ “NATURALE” SULLA BASE DEL CAPITALISMO DEL XXI SECOLO

In un interessante reportage dedicato all’irruzione della finanza speculativa nel mercato delle materie prime alimentari, Der Spiegel denuncia lo sconvolgimento dei «prezzi reali di mercato dei generi alimentari» causato appunto dalla finanziarizzazione, soprattutto in chiave speculativa, di quel «delicato mercato» (Le quotazioni della fame, pubblicato su Internazionale, 10 Ottobre 2011).

In attesa del ruttino

Secondo fonti della FAO, ben il 98 per cento dei capitali investiti nel mercato delle materie prime alimentari sono espressi in titoli, e una gran parte di essi sono generati da operazioni finanziarie speculative, ossia tese a «trasformare somme di denaro in somme ancora più grandi». Insomma, siamo alla denuncia della Cornucopia, la quale dal mito sembra essere passata nella realtà delle contrattazioni borsistiche; si stigmatizza insomma il denaro che feconda se stesso, mentre rende sterile l’economia reale, dalle cui fatiche gli individui dovrebbero trarre sostegno materiale e morale. L’uomo lavora con fatica, la donna travaglia con dolore. Amen! Il Diavolo della speculazione finanziaria ha però messo la sua nodosa coda nel più sacro dei mercati: quello che rende possibile la sopravvivenza di tutti noi.

In attesa della Morte

Per lunghi anni, scrive Der Spiegel, i prezzi delle materie prime alimentari scaturivano dalla legge della domanda e dell’offerta, mentre nell’ultimo decennio è la speculazione finanziaria che li fissa, gettando nella fame e nella disperazione milioni di individui. Le rivolte del pane in Tunisia e altrove sono il sintomo di questa maligna situazione. Naturalmente il settimanale tedesco individua in una più accentuata responsabilizzazione etica da parte degli operatori economici e in un maggior ed efficiente controllo da parte delle istituzioni politiche internazionale e nazionali la via d’uscita da questa scabrosa situazione. Prima che sia troppo tardi.

Accountability e global governance: è il mantra del politico cool e corretto dei nostri tempi. Praticamente sono i sermoni che il Vecchio Continente ascolta da due secoli, e sempre come se l’ultimo fosse della serie: «O ci fermiamo a questo punto, o finiamo nel baratro!» L’ironia della storia è che nel baratro ci siamo già da un bel po’, ma non ne abbiamo contezza.

Biodiesel. Rispetta la Natura. È il Capitale che ride!

Ma è davvero la bronzea legge della domanda e dell’offerta che nel buon tempo antico fissava il prezzo delle materie prime? A mio avviso no. Infatti, la base di quel prezzo, la struttura di valore su cui cresceva ogni tipo di prezzo (concorrenziale, monopolistico, oligopolistico, speculativo, ecc.) è costituita dal lavoro: in termini marxiani, dal «lavoro morto» (macchinario e materie prime, sostanzialmente), dal «lavoro vivo» (capacità lavorativa fisica e intellettuale) e dal pluslavoro esercitato a titolo gratuito dai lavoratori e base di quel profitto che rappresentava la sola ragion d’essere della produzione capitalistica e di ogni altra attività promossa dal capitale. Per quanto possa sembrare inverosimile, le cose stanno così anche ai nostri giorni, nel momento in cui tra quella struttura di valore e il prezzo di mercato sembra non esservi più alcun rapporto. Certo, se lo si cerca sul terreno dell’empiria e della fenomenologia, il nesso tra la «legge del valore» e il prezzo di mercato necessariamente deve sfuggire all’analisi.

Cosa lega la struttura di valore definita in termini marxiani al prezzo di mercato reso obeso dalla gigantesca bolla speculativa che pure non può fare a meno di ancorarsi in qualche modo a quella base «reale»? Il profitto. Il capitale non solo brama profitti, ma li vuole sempre crescenti, sempre più pingui: si può biasimarlo per questo? Certamente no. È come se criticassimo un pesce finito in padella perché cerca disperatamente di raggiungere il suo ambiente naturale: non ne ha forse tutti di diritti?

Naturalmente non tutti la pensano così. Scrive ad esempio Raj Patel: «Anche se i raccolti sono abbondanti, milioni di persone soffrono ancora la fame. La causa non è la crescita demografica: si produce cibo a sufficienza per tutti. Ma l’economia della produzione agricola tende a dimenticare le esigenze dell’alimentazione» (Per avere un sistema alimentare democratico bisogna riscrivere le regole del sistema finanziario, The Nation, da Internazionale, 12 Ottobre 2011). E deve farlo necessariamente, perché il motore dell’economia capitalistica non è costituito dai bisogni, ma, appunto, dal profitto. L’esigenza del profitto ha sempre la meglio sulle «esigenze alimentari» della gente: è, questo, un cinismo per così dire oggettivo (che fa impallidire l’hegeliana astuzia della storia) che non ha a che fare con l’antropologia, ma con i rapporti sociali vigenti nella Società-Mondo del XXI secolo. Di buono, nella riflessione di Raj Patel, c’è il suo rifiuto delle imperanti tesi neomalthusiane e catastrofiste basate sulla sovrappopolazione assoluta e sui cambiamenti climatici.

Se, come egli osserva, «aumenta la percentuale di colture destinate non all’alimentazione umana o animale, ma alla produzione di biocarburanti per far circolare le automobili», cosi che «Più di un decimo della produzione mondiale di cereali secondari (diversi dal grano e dal riso) è usata per produrre combustibili e, secondo le stime dell’Ocse, entro i prossimi dieci anni un terzo delle coltivazioni di canna da zucchero sarà trasformato in biocarburanti invece che in dolcificanti», ebbene tutto ciò non ha altra spiegazione se non quella da me proposta. È il capitalismo bellezza, e i bisogni umani non possono farci niente, niente! Salvo allearsi con il Punto di vista Umano, dalla cui prospettiva si vede una terribile verità: mai la merce sfamerà un uomo. E non sto parlando di alimentazione…

Ancora Patel: «Ma c’è solo una cosa peggiore del bruciare il cibo: specularci sopra. Come fa notare l’economista Jayati Ghosh, una delle conseguenze del Commodity futures modernization act (Cfma), una legge statunitense del 2000 che deregolamenta i prodotti finanziari, è che alla fine del 2007 gli scambi di future sulle materie prime hanno raggiunto i novemila miliardi di dollari». Nonostante la distruzione di una parte di quella ricchezza fittizia (fatta di «bolle di sapone di capitale nominale», per dirla con Marx) causata dalla crisi finanziaria che proprio nel 2007 è iniziata «ufficialmente», la bolla speculativa che come un mostro si erge sopra il mercato delle materie prime alimentari conserva la sua inquietante dimensione.

Presto, datemi il collo di un operaio!

In effetti, «I prezzi dei generi alimentari non subivano aumenti rilevanti da più di trent’anni ed eravamo arrivati all’assurdo solo un decennio fa nel ritenere comunemente che ormai si pagava un prezzo “politico” per gli alimenti vista la sovrabbondanza di prodotto garantita da quella che fu definita “La rivoluzione verde”. Superato il picco del 1974, i prezzi continuano a declinare fino al 2005 nonostante qualche oscillazione. Eppure nel corso del 2007 i prezzi degli alimenti di base hanno subito improvvisamente un incremento del 40% e tali aumenti vertiginosi sono proseguiti nel corso dei primi mesi del 2008. Il prezzo del frumento è aumentato del 77%, quello del riso (alimento base per i paesi asiatici) del 20%, ma nei primi mesi del 2008 è balzato al 150% (mai registrato un incremento del genere), mentre il prezzo del granoturco (alimento base in America latina) è raddoppiato rispetto a due anni fa. Ad esempio sul mercato di Chicago i futures sul prezzo del grano rappresentano normalmente l’equivalente di 20 raccolti annuali, ma nel 2007-2008 siamo arrivati all’equivalente di 80 raccolti» (Antonio Pagliarone, Fame e speculazione, da Fisica/mente.net).

Nel momento in cui, per un verso la speculazione sulle materie prime alimentari garantisce rendite che fanno impallidire e vergognare gli striminziti profitti industriali (sempre relativamente parlando, si capisce), e per altro verso la politica e la tecnologia rendono possibile la creazione di nuovi prodotti finanziari utili alla bisogna, non si capisce perché sempre più ingenti capitali non dovrebbero percorrere la strada della minor resistenza, della minor fatica e del maggior risultato. Sarebbe innaturale se ciò non accadesse, e ciò tanto più quando il processo di accumulazione «reale» del capitale nei paesi a più vecchia tradizione capitalistica (Giappone compreso) ha imboccato da almeno dieci anni a questa parte il circolo vizioso dei profitti sempre più esigui.

Forzare, sospendere, superare la «legge del valore», sostituendola con una nuova legge fondata non più sullo sfruttamento del lavoro, ma sul gioco d’azzardo finanziario è il sogno segreto del Capitale, che alcuni teorici peraltro prendono sul serio al punto da farne una teoria, inscrivendo così la loro scienza nell’ambito del pensiero feticistico.

Sorto storicamente sulla base dello sviluppo capitalistico, come espressione della crescente produttività del lavoro e come risposta del capitale industriale alle esose pretese del capitale produttore d’interesse di vecchio stampo, il sistema finanziario ha fin dall’inizio esibito la tendenza ad autonomizzarsi nei confronti della cosiddetta economia reale, al punto che già Marx, negli anni ’70 del XIX secolo (e ovviamente a partire dal capitalismo allora di gran lunga più evoluto: quello inglese), poté descriverne la fenomenologia e spiegarne le cause più essenziali (vedi soprattutto il Libro Terzo del Capitale).

California 1936. Non c’è più la fame di una volta!

La fame di profitti (di qualsivoglia genere e natura) trova nell’economia «reale», che pure genera la loro insostituibile materia prima (il plusvalore), una base troppo ristretta: a mio avviso è in questa dirompente e insuperabile contraddizione, che si rende evidente soprattutto nei momenti di crisi economica, che dobbiamo individuare il filo conduttore in grado di guidarci nell’analisi e nella critica del capitalismo.
Ecco perché non ha alcun senso, sul piano della teoria, ed è estremamente pericoloso sul piano della prassi, condannare il Sistema Finanziario e salvare il Sistema Industriale, il quale rimane alla base del processo economico capitalistico colto nella sua inscindibile e contraddittoria totalità. «La critica superficiale, che al giorno d’oggi si dà arie di “socialismo”, che vuole la merce ma combatte il denaro», e la cui «sapienza riformatrice si rivolge contro il capitale produttore d’interesse» trascurando di «affrontare la produzione capitalistica reale» (Marx, Storie delle teorie economiche, III), mostra la sua impotenza su entrambi i piani.

Bruciare cibo, specularvi sopra: nulla è più “naturale” sulla base del capitalismo del XXI secolo.

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