SULLA VIOLENZA NELLA LOTTA POLITICA

I recenti fatti romani e greci hanno rimesso il problema della violenza al centro della riflessione nella parte politicamente più sensibile del movimento di opposizione sociale alle misure di «austerity» e sacrifici. Ecco alcuni brani tratti dal mio Angelo Nero come contributo teorico e politico a questa feconda riflessione di scottante – è proprio il caso di dirlo! – attualità.

Critica della cieca violenza

«La violenza, come la lancia di Achille, può guarire le ferite che ha inflitto», scriveva Sartre nella sua esaltata introduzione al libro di Frantz Fanon I dannati della terra (1961). Niente di più falso. La violenza, in grazia della sua dimensione «ontologica», non ha questo potere benigno. Se messa nelle mani di un Soggetto politico che agisce con piena coscienza per estirpare le radici del Male, la violenza può diventare necessaria al conseguimento di alcuni fondamentali obiettivi, ossia quelli che concorrono alla realizzazione della comunità umana, la sola che può guarire le ferite che il dominio sociale ha inflitto agli individui nel corso dei secoli.
A ragione Hannah Arendt criticò come «convinzione assolutamente non marxista» la nota idea maoista secondo la quale «il potere nasce dalla canna del fucile» . Infatti, il potere sociale nasce in primo luogo dalla canna fumaria delle industrie, come peraltro dimostra ampiamente la storia del moderno imperialismo, dall’Olanda all’Inghilterra, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Giappone alla Germania. È su questa base materiale che si struttura ogni forma di potere, e sono in primo luogo le classi dominate che hanno tutto l’interesse a conoscere questa profonda verità, per non lasciarsi irretire dai soliti demagoghi pronti a scatenare la «Rivoluzione» per conseguire obiettivi tutt’altro che rivoluzionari. Da sempre i dittatori sanno quale immenso fascino ha tra le masse l’esercizio della violenza a fini pseudorivoluzionari, e puntualmente essi si sono serviti di questa conoscenza, ad esempio per far «sparare sul quartier generale» (Mao) quando ci si vuole sbarazzare dei nemici.

Nei confronti degli esaltati ideologi della violenza, concepita come un momento decisivo, dirimente, del processo storico, ho sempre nutrito un forte sospetto, e financo una franca ostilità. Non perché in generale ricusi alla violenza la sua oggettiva funzione in quel processo, e giudico indigente sul piano della teoria e della prassi chi prova a negare questo inconfutabile dato di fatto (che tuttavia va compreso in tutta la sua dolorosa verità, e non accettato acriticamente); piuttosto perché ho sempre visto in chi avverte il bisogno di sfoggiare un atteggiamento aggressivo una debolezza teorica, politica e psicologica di fondo, celata appunto dietro frasi e pose iper rivoluzionarie, ossia pseudorivoluzionarie. È tipico del pensiero debole e superficiale affettare pose muscolose e falsamente radicali. La psicoanalisi, oltre che filosofia, sa di cosa parlo.

Bisogna dunque diffidare di chi pone costantemente in evidenza la necessità della violenza nella lotta politica, e che mostra di non aver compreso la sua funzione ancillare nei confronti dell’elaborazione teorica e politica cui è chiamato ciò che definisco il Soggetto Storico della Rivoluzione. Chi affetta un approccio apologetico e superficiale con il problema della violenza nello scontro politico, ed esibisce un impaziente desiderio di menar le mani, mostra tutta la sua inconsistenza esistenziale, e probabilmente coltiva una certa indifferenza per coloro che dovranno sperimentare il suo «manganello rivoluzionario».

Dall'alto l'uomo è invisibile

Proprio perché rappresenta una questione di grande significato storico, sociale e politico, il tema della violenza merita quindi di venir approcciato in termini critici e problematici, e sottratto alla speculazione “filosofica” dell’intellighenzia radical-chic, intimamente intrisa di idee piccolo-borghesi. La violenza da sempre è stata monopolizzata dalle classi dominanti, e quando si è trattato di versare sangue in nome della patria, della civiltà, della democrazia, della libertà e persino della «Rivoluzione», alle classi dominate, usate come meri strumenti di offesa e di conquista, è stato richiesto il maggior contributo. Questo solo fatto credo basti a giustificare l’atteggiamento critico, serio e vigile che propongo.
Disporre della vita degli altri a cuor leggero, seppure per conto della «causa rivoluzionaria», non solo rinnova la coazione a ripetere del dominio sociale borghese, ma getta un’inquietante ombra sull’intera concezione del mondo dei “rivoluzionari”, i quali in quella guisa mostrano di non essere per niente tali. Solo la classe dominante può permettersi il lusso di sorvolare – ma sempre fino a un certo punto – sulla contabilità dei morti e dei feriti, anche perché il più delle volte essi provengono dalle classi subalterne. Ma il soggetto che ha come obiettivo «supremo» la costruzione della Comunità mana, deve avvertire tutta la pesantezza, la sofferenza e la drammaticità della cosa.
Non si tratta, insomma, di rigettare sul piano della teoria e della prassi la violenza, ma piuttosto di assumerne coscientemente tutta la portata storica, sociale, «esistenziale», così che nel calcolo dell’efficacia rivoluzionaria possa contare anche il problema di come spargere meno dolore possibile. Questa «economia di violenza e di sofferenza» non deve riguardare solo gli appartenenti alle classi dominate, ma anche il nemico di classe, perché l’obiettivo fondamentale da perseguire non è la vendetta nei suoi confronti, né la sua sofferenza (che comunque si dispiegherebbe oggettivamente, soprattutto nel caso in cui la rivoluzione sociale fosse vincente), ma la conquista del potere e la costruzione della nuova società.

Il Soggetto che si proclama rivoluzionario non solo non ha alcun interesse ad alimentare sentimenti ciecamente vendicativi tra le masse, ma deve anzi penetrarli criticamente, perché da sempre le classi dominanti hanno sapientemente alimentato e coltivato questi sentimenti, per catturare il consenso dei dominati. Occorre comprendere che la rivoluzione sociale è parte integrante di quel processo che deve costruire le fondamenta della nuova società.
Affrontare in modo serio e non apologetico il problema della violenza nella lotta politica in generale, e nel processo rivoluzionario in particolare, consente di porre le basi teoriche e politiche da cui lanciare le frecce critiche contro la superstizione che vuole il monopolio della violenza essere saldamente nelle mani delle classi dominanti, secondo l’ideologia pattizia e contrattualistica che presenta lo Stato come il più alto momento di equilibrio degli interessi sociali, nonché come camera di compensazione delle tensioni che si sviluppano sempre di nuovo nella «società civile», anziché come organizzazione politica suprema delle classi dominanti, quale esso è nella realtà. Non un principio astratto desunto meccanicamente dalla prassi storica, ma una penetrante critica della società classista deve condurci a ritenere la violenza rivoluzionaria come una dolorosa necessità: «Questa è la semplice verità, una verità sgradevole e rozza, un’autentica verità necessaria».

Il diritto moderno condanna sul piano ideologico l’uso della violenza controrivoluzionaria solo perché intende stigmatizzare ed esorcizzare l’esercizio della violenza rivoluzionaria da parte delle classi dominate. Naturalmente si predica bene fino a che non giunge il momento di razzolare. Gli storici del diritto tendono a dimenticare, ad esempio, come il massacro dei comunisti spartachisti nella Germania del 1919 avvenne nell’ambito di un regime pienamente Costituzionale, nel cui seno le forze progressiste (la socialdemocrazia, in primis) giocavano un ruolo fondamentale.
Assai opportunamente Jacques Derrida ha posto i riflettori sul termine tedesco Gewalt, un concetto «così difficilmente traducibile», che significa «”violenza” ma anche “forza legittima”, violenza autorizzata, potere legale, come quando si parla di Staatsgewalt, il potere di Stato». Con ciò balza agli occhi quanto il linguaggio della filosofia occidentale più profonda esprima bene l’inestricabile legame che da sempre unisce la violenza al potere.
Apparirà allora meno azzardata e bizzarra l’dea, che sosterrò tra poco, secondo la quale l’espansione dei diritti (dai diritti cosiddetti «umani» a quelli sociali e civili) genera necessariamente l’espansione del Diritto, ossia del dominio sociale colto nella sua complessa e violenta totalità.

Scrive Sergio Cotta: «La violenza si presenta quale destino insuperabile dell’uomo, di cui prender coscienza senza cedere a paure eccessive o a illusorie speranze. Forse nessuno ha sottolineato con la radicalità di Nietzsche questo destino di violenza in tutte le sue forme: dalla brutalità alla volgarità plebea, dalla massiccia imposizione materiale a quella, sottile ma non meno coartante, del conformismo … D’altronde, pur non giungendo a questa radicalità, Freud è tuttavia perentorio: “non c’è speranza nel voler sopprimere le tendenze aggressive degli uomini” ha scritto nella sua nota risposta a Einstein». Io condivido questo pessimismo radicale, con un’aggiunta personale: la violenza è intimamente e inscindibilmente connessa con la condizione umana, pardon, con la condizione disumana. Ogni idea riguardante il superamento della violenza nel seno della società violenta – perché la vigente società è «ontologicamente» violenta, è violenta «in sé», con assoluta necessità – è un inganno che colpisce in primo luogo colui che la coltiva.

7 pensieri su “SULLA VIOLENZA NELLA LOTTA POLITICA

  1. Ho letto l’articolo, anche se devo rileggerlo ancora, tuttavia mi sembra di poter azzardare almeno una sintesi, tipo che:
    “La violenza necessaria è uno strumento che porta al conseguimento di una precisa idea di società”, mi sembra che questo sia il Comunismo, o sbaglio?

    • Non sbagli. Si tratta di capire di che «Comunismo» parliamo. Dopo il tanto blaterare di «socialismo reale» e «comunismo» dei tempi passati nominare la cosa non ha molto senso. Bisogna passare dal nome della cosa al suo concetto. È per questo che io preferisco parlare di Comunità Umana. Ma, ripeto, non ne faccio una questione nominalistica ma di chiarezza concettuale. Ciao. Grazie per l’attenzione.

  2. Sai Sebastiano è vero che sembra non avere senso poichè troppo recenti sono ancora gli avvenimenti storici che si sono svolti sotto l’egida del Comunismo o/e troppo criminalizzata questa parola e troppo poco approfondite le origini dalle quali è nata questa idea (!). Quindi comprendo e condivido le tue perplessità nell’adoperarla. La mia grande difficoltà nell’accettarla risiede proprio nel metodo mediante il quale dovrebbe realizzarsi ossia la conquista del potere.
    Non penso che con quel metodo si vada da nessuna parte e credo (per quel che conta) che sia necessario partire, per chi ne ha le possibilità, da una profonda messa in discussione dei nostri stili di vita ereditati e da una profonda e quotidiana messa in discussione delle relazioni di potere e delle basi sulle quali si fondono (in tutti gli ambiti). Questo non è risolutivo a niente, ma certo non si puo’ parlare oggi di una coscienza di popolo o di classe che è esigua e marginalissima… Molti guardano alle esperienze sudamericane, non a caso, a quelle esperienze che provengono da un senso vissuto della cultura che non è stato ancora distrutto…
    Noi qui da che partiamo? Da quale senso se anche “tra di noi” ci mangiamo l’un l’altro e mettiamo in moto sempre gli stessi meccanisimi di prevaricazione e di sopraffazione?
    Scusa le chiacchiere, se ritieni di non voler rispondere fai pure, per me è sempre un’occasione di riflessione…

    • Altro che chiacchiere, Valeria! Appena posso ti scrivo la mia riflessione su quanto hai scritto. A prestissimo!
      PS: il mio prossimo saggio LO SCOGLIO E IL MARE cerca di spiegare perchè la Rivoluzione d’Ottobre del ’17 cessò di vivere, come progetto politico-sociale, nella seconda metà degli anni Venti. Vedrai che lo stalinismo, e poi il maoismo, nulla avevano a che fare con il comunismo (di Marx, e sicuramente con la mia Comunità umana). Ecco perchè non sono alla ricerca di pseudo «nuovi esperimenti sociali». Ciao!

    • Più che una perplessità, nell’uso del termine «Comunismo» (e la stessa cosa va estesa al termine «Marxismo»), la mia è una presa di distanza critica dal nome della cosa per poterne meglio penetrare il concetto. Non solo dicendo «Comunismo» non abbiamo ancora detto nulla di sostanziale, ma dopo la mostruosità dei cosiddetti «Comunismi realizzati» (in realtà non più che stati totalitari-imperialisti a capitalismo di Stato) corriamo il rischio di evocare un inferno che nulla a che vedere ha con l’eccezionale concetto che sta alla base di quella parola.
      Ai tempi di Marx e di Lenin il Comunismo evocava la possibilità del superamento rivoluzionario del capitalismo in vista della Comunità Umana (un’associazione di uomini liberi che, proprio perché tali, non hanno bisogno di sviluppare nemmeno i concetti di Capitale, Stato, Politica, ecc.: figuriamoci la prassi!); ai nostri tempi, dopo decenni di stalinismo, maoismo, castrismo, togliattismo e cacchismo vario, quella stessa parola è la metafora della miseria materiale, morale, psicologica, esistenziale, in una sola parola sociale degli individui, salariati in primis. Di qui la mia “storica” battaglia contro ogni tipo di falso comunismo – compreso quello in salsa latinoamericana.
      E siccome a volte, per confutare il dogmatismo altrui si corre il rischio di cadere nella Scolastica, da qualche anno alla dimostrazione dell’inesistenza oggettiva del Comunismo nei Paesi sedicenti comunisti, preferisco il seguente argomento: «Lascia perdere se l’Unione Sovietica o la Cina erano, come tu sostieni e invece io nego, Paesi comunisti, più o meno «reali»; rispondi piuttosto a queste domande: quei Paesi attirano la tua passione politica? Vorresti un mondo simile a quelle società? Oppure il modello di Comunità Umana che ti prospetto, attraverso la critica del capitalismo, ti alletta di più, sorride di più alla tua concezione della storia, della società, del presente, del passato e del futuro? Lascia perdere se ciò che dico è o non è in armonia con quello che ha scritto Marx: ti piace il mio punto di vista o no?» Insomma, lungi da me affettare pose da «vero e unico comunista e marxista» e sciocchezze simili. Ti scrivo queste cose per cercare di mettere in luce il mio atteggiamento nei confronti della scottante (?) questione «comunista» e «marxista».
      Per quanto riguarda la questione del Potere, non vedo come la si possa eludere. L’assunzione del Potere politico da parte delle classi subalterne e di tutti gli individui che “sentono” di non aver più nulla da difendere in questa società è un calice amaro che i rivoluzionari del futuro non potranno e non dovranno evitare di bere. La Comunità Umana non è un frutto che cade dall’albero appena giunto a maturazione. Magari! A mio avviso, da sola la «Rivoluzione Culturale» non può nemmeno scalfire la radice del Male, le cui radici sono fortissime e profondissime. Per quel che concerne il problema della «violenza rivoluzionaria» troverai qualcosa nel mio Angelo Nero. La mia lettura del cosiddetto «socialismo reale» mi consente di affrontare questi temi senza peli sulla lingua e, soprattutto, senza avvertire il disagio generato dalla chilometrica coda di paglia che stalinisti e maoisti più o meno ex non riescono a nascondere, per quanti sforzi facciano.
      Ma questo riguarda appunto il futuro, e non necessariamente, peraltro. Oggi non solo le classi subalterne sono ad anni luce di distanza dalla «Coscienza di Classe», ma sono completamente stregate dal modo di pensare delle classi dominanti. Chi oggi vuole fare politica rivoluzionaria deve, a mio avviso, assumere la coscienza di questa tragica verità e iniziare a diffondere tra la gente più sensibile un punto di vista autenticamente critico-radicale su tutto ciò che c’è tra Terra e Cielo. Chi pensa che una simile prassi sia rinunciataria, non comprende fino a che punto è forte il dominio sociale e fino a qual segno sono deboli le classi che lo dovrebbero contrastare. Da sempre l’illusione «rivoluzionaria» è stata il miglior viatico per frustrazioni, sconfitte e disastri politici.
      Sono stato lungo e di ciò mi scuso. Invece ti ringrazio per avermi sollecitato questo momento di riflessione. Ciao!

  3. Grazie Sebastiano, solo ora leggo il tuo commento.
    Grazie a te per la chiarezza e semplicità delle tue parole.
    Quel punto di vista di cui parli, quello appunto critico-radicale che metta in discussione quanto c’è, è sempre piu’ raro in ragione, appunto, della debolezza di pensiero autonomo delle classi subalterne e, con maggiore colpa, in ragione di chi quella coscienza pensava di averla e, pur di non perdere visibilità, continua a porsi come portatore di tesi rivoluzionarie.
    Per quanto riguarda i paesi latino americani dovrei informarmi di piu’.
    Saluti..

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...