CHIMERE RIFORMISTE INTORNO ALLA CRISI ECONOMICA

La lettura del saggio Come uscire dalla crisi e vivere meglio (autori vari, a cura di Andrew Watt, Andreas Botsch e Roberta Carlini, Edizioni dell’Asino, 2010) mi offre l’occasione di ribadire e precisare meglio (almeno si spera!) alcuni miei concetti intorno all’attuale crisi economica e alla natura sociale del capitalismo mondiale del XXI secolo. Non sono che glosse marginali che offro al lettore come contributo per una lettura critica dell’attuale momento storico. Il riformismo presuppone un capitalismo riformabile nelle sue «strutture portanti». Ancora nel XXI secolo il pensiero critico-radicale si vede costretto a confrontarsi con questa gigantesca balla speculativa. Ci vuole davvero molta pazienza!

Almeno un merito bisogna pur riconoscerlo al libro Come uscire dalla crisi e vivere meglio: quello di proclamare apertamente che secondo i suoi autori si tratta di riformare il capitalismo, e non di partorire un’ennesima chimera sociale, magari chiamata «socialismo». Detto questo, il testo non è, a mio modesto giudizio, che una collezione di luogocomunismi progressisti, più o meno statalisti, più o meno decrescisti. Analisi e ricette trite e ritrite offerte al lettore alla stregua di assolute e «rivoluzionarie» originalità. La modestia dottrinaria del «think tank» che ha collaborata alla stesura del libro appare in tutta la sua imbarazzante dimensione dai passi che seguono: «I libri di testo ci dicono che la funzione strategica del sistema finanziario è quella di indirizzare i capitali verso le attività più produttive … Se i profitti e i compensi nel settore finanziario crescono e continuano a crescere, questa è una prova a priori di inefficienza, non di efficienza» (Helene Schuberth, Per una finanza al servizio della società, in Come uscire…, p. 68). I libri «maledetti» insegnano invece che il sistema finanziario, nato nella sfera dell’accumulazione capitalistica come eccezionale strumento di concentrazione di capitali, si è col tempo in parte autonomizzato dal sistema industriale che pure lo ha generato. Questo non in virtù di chissà quale magagna antropologica («l’avidità insita nell’uomo!»), o in grazia di qualche errore di calcolo degli imprenditori (inseguire la chimera di «fare denaro a mezzo di denaro»), ma a cagione dei cambiamenti intervenuti nella stessa struttura industriale, nonché nel processo economico allargato in generale.

«Se i profitti e i compensi nel settore finanziario crescono e continuano a crescere» ciò non attesta affatto l’inefficienza del sistema economico capitalistico, ma, per un verso, ne conferma la natura sociale disumana (è infatti la ricerca del massimo profitto, e non il «Bene Comune», il motore di tutte le attività economiche); e per altro verso segnala un’increspatura in quella che nel moderno sistema capitalistico è diventata una tendenza storica. Alludo alla caduta tendenziale del saggio di profitto nella cosiddetta «economia reale». La concorrenza tra le grandi imprese industriali genera una rincorsa ai miglioramenti tecnologici e organizzativi che se rendono più produttivo il lavoro, innesca al contempo sempre più frequentemente una sofferenza nel saggio del profitto, schiacciato da una sempre più alta composizione organica del capitale (si tratta del rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione, scienza incorporata, e il capitale investito in capacità lavorativa). In termini marxiani, cresce la massa del profitto (a causa dell’aumentata produttività del lavoro per singolo «addetto»), e contemporaneamente si restringe, sempre in modo relativo e tendenziale (il solo assoluto che il capitalismo conosce è la ricerca del massimo profitto), il «margine di profitto», ossia il rendimento del capitale industriale complessivamente investito in una data produzione. La produttività del lavoro tende in date circostanze a non remunerare più nella giusta proporzione il capitale investito proprio per conseguire l’obiettivo della massima produttività.

Il circolo virtuoso dell’accumulazione capitalistica tende dunque sempre più spesso a farsi vizioso: di qui l’emigrazione di aliquote sempre più importanti di capitali verso la sfera finanziaria, la quale promette profitti più grassi e più facili. La stessa competizione industriale, basata su tecnologie sempre più sofisticate e costose, e che si dipana in un agone di respiro mondiale (di qui il sorgere e lo spadroneggiare delle multinazionali), nella misura in cui necessita di capitali sempre più ingenti, espande e rafforza il sistema finanziario, il quale da ancella dell’«economia reale» si è trasformato, alla fine del XIX secolo, in una funzione che sfrutta lo stesso capitalista industriale – come ebbe modo di rilevare già Marx dal suo osservatorio sociale privilegiato: la metropoli londinese. Detto questo, occorre osservare che sulla base del capitalismo del XXI secolo non ha alcun fondamento teorico ed empirico separare la «sfera industriale» da quella finanziaria, a causa dell’inestricabile e necessario intreccio che si è realizzato – e che deve realizzarsi sempre di nuovo – tra le due «sfere». Analogamente non ha alcun senso tracciare una differenza «ontologica», o etica, tra Finanza Buona e pratiche finanziarie speculative, e quindi cattive. Cattivo (disumano) è il capitalismo tout court!

Ad esempio, espandendo le funzioni creditizie, anche attraverso le prassi cosiddette speculative, il sistema finanziario dà modo alle industrie di poter contare su un’enorme domanda capace di pagare, la sola domanda che, come ricordava il solito Marx, interessa al capitale: il bisogno che non ha questa capacità semplicemente non esiste. Necessariamente. «”In un modello di bassi salari come quello Usa, il sostegno al consumo può venire solo dal credito”, dice un ex banchiere centrale europeo» (La Grande Crisi, p. 34, Il Sole 24 Ore Editore, 2008). Nel 1999, ossia nel momento in cui il ciclo espansivo iniziato agli inizi degli anni ’90 sembrò declinare, Bill Clinton firmò il Gramm-Leach-Bliley Act, considerato universalmente la più radicale riforma bancaria statunitense dalla depressione in poi. Si trattava di facilitare l’accesso al credito da parte di imprese e famiglie. L’anno successivo il Commodity Futures Modernization Act, che deregolamentava il trading dei cosiddetti derivati, completò il quadro legislativo teso a sostenere il consumo produttivo (industriale) e familiare. Sono anni nei quali nel Bel Paese ci si spertica, a «sinistra» come a «destra», in giubili nei confronti del Nuovo Verbo Economico declinato negli Stati Uniti. Il futuro «colbertista» Tremonti fu in quegli anni uno dei massi sacerdoti italioti della Santa Deregulation. Insieme a D’Alema.

Insomma, imputare l’odierna crisi economica al fallimento del «capitalismo finanziario» è quantomeno riduttivo, e quasi sempre politicamente tendenzioso. Infatti, alla ricerca di capri espiatori da sacrificare alle masse frustrate sull’altare di politiche «lacrime e sangue», le classi dominanti dipingono come buona e giusta l’«economia reale», e come cattiva e immorale l’economia finanziaria. Anche nel ’29 andò così: l’apparenza delle cose fa sì che il sistema finanziario appaia come l’inizio e la fine del Male.

Per quanto mi riguarda, preferisco parlare di capitalismo, capitalismo tout court, senza alcun’altra specificazione e aggettivazione, proprio per rimarcane il carattere necessariamente unitario e contraddittorio, per evidenziare l’intima connessione che insiste tra tutti i suoi momenti (produzione, commercializzazione, finanza, speculazione finanziaria, e via di seguito). Inutile dire che sul piano politico come su quello etico chi scrive non ha alcuna preferenza per nessuno di questi «momenti».

«Tutto ciò che possiamo fare è limitare tali rischi mediante un ridimensionamento delle attività delle banche. È questa l’idea sottostante alla cosiddetta “banca minima” che fu il principio essenziale del Glass-Steagall Act, introdotto negli Stati Uniti all’indomani della Grande depressione, e di simili provvedimenti legislativi in diversi paesi europei» (Paul De Grauwe, Il futuro delle banche, in Come uscire…, p. 34). Con quali risultati? Avete già capito: risibili. E «dialettici», come nel caso del Glass-Steagall Act: «I legislatori del New Deal che nel 1932 avevano creato il famoso Glass-Steagall Act non avevano previsto una crepa. Per assicurare maggiore stabilità al sistema finanziario, avevano creato normative separate per le banche commerciali e le banche d’investimento … La conseguenza ultima di questa situazione è stata che le finanziarie hanno soppiantato gradualmente le banche nel settore dei servizi finanziari. Inoltre, i soggetti debitori – imprese non finanziarie, industriali o commerciali – hanno cominciato sempre più a operare in prima persona, scavalcando le banche e rivolgendosi direttamente al mercato con le proprie promesse di pagamento» (S. Strange, Denaro impazzito, p. 56, Edizioni di Comunità, 1999). La dialettica sociale insegna che nella misura in cui esiste un bisogno reale, di qualsiasi genere esso sia, deve necessariamente prendere corpo la funzione (lo strumento) idoneo a soddisfarlo. Ricordiamoci il grande contributo che i banchi misericordiosi ispirati dal Pio Francesco d’Assisi diedero allo sviluppo di una più moderna funzione creditizia. La prassi sociale, come ben sapevano Adam Smith e Friedrich Hegel, conosce più di un’astuzia.

Da sempre mettere in qualche modo le braghe al capitale, soprattutto a quello finanziario, è stata la chimera inseguita dal pensiero statalista d’ogni tendenza politica. Il desiderio degli statalisti si è puntualmente rivelato non più che una pia illusione, peraltro quanto mai reazionaria sul piano politico-sociale nella misura in cui ha evocato – e continua a evocare – il Leviatano come il Sovrano che deve sorvegliare e punire i detentori di capitali ostili al fantomatico «Bene Comune». Del resto, il benecomunismo dei nostri giorni è il degno erede dello statalismo fascio-stalinista dell’altro ieri e del «cattocomunismo» di ieri. Si perde magari il pelo politico (troppi muri sono caduti sulla testa, nevvero?), ma non il vizio ideologico di considerare lo Stato, questo mostro a sangue freddo, un’entità sotto ogni rispetto superiore a confronto del «privato», sentina di tutti i vizi.

Pensare che si possa comandare al capitale il percorso che esso deve imboccare per rendere virtuoso il processo economico (ossia per alimentare sempre di nuovo la prassi che sfrutta la capacità lavorativa in vista del profitto), significa non aver capito nulla intorno alla natura storico-sociale del capitalismo. Il capitale va dove lo porta la ricerca del massimo e più immediato profitto, non dove lo porta il cuore o il bisogno sociale astrattamente considerato. Esso è estremamente selettivo, e lo è necessariamente. Ogni altra considerazione è da giudicarsi ideologica, ossia frutto di un pensiero che non parte dai dati reali della prassi sociale, i quali comunque non stanno alla superficie, ma nel profondo della struttura sociale; ma che muove da presupposti puramente ideali. Ad esempio, considerare il denaro (e analogo discorso vale per il mercato) una mera tecnologia economica, uno strumento neutro sul piano sociale, e non invece l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, significa appunto fare dell’ideologia.

Un esempio a suo modo esemplare di ideologia: «Con l’innovazione finanziaria è cambiata la funzione delle banche: prima trasformavano i rischi, adesso li espandono a tutta la collettività. Ma la finanza è un bene pubblico e in questa direzione va riformata: nel futuro sistema bancario gli istituti di credito dovranno svolgere un servizio pubblico in condizioni di trasparenza, senza commistioni con tecniche e strumenti tipici del “sistema bancario ombra”» (Helene Schuberth, Per una finanza al servizio della società, p. 62). Qui peraltro si rende evidente, alle spalle della stessa consulente della Banca nazionale d’Austria, come per bene pubblico si debba intendere il bene del Capitale. Buoni propositi di analogo tenore si leggono nella vastissima letteratura economica scritta dopo ogni crisi, finanziaria o «reale», almeno dalla fine del XIX secolo in poi. Con quali risultati è a tutti noto. La coazione a ripetere dei disastri economici non ci parla di una società che non è capace di imparare dagli errori, nonostante la straordinaria potenza della sua dotazione scientifica; né ci suggerisce di indagare in qualche magagna antropologica dei suoi associati: essa rimanda piuttosto alla radice di questa società, la quale vive letteralmente di valori di scambio, ossia di meri contenitori di profitti. Per questo scrivere che «Sarebbe necessario ricostruire tutto l’edificio su fondamenta nuove, basate sul sostegno allo sviluppo dell’economia reale» (Vincenzo Comito, Come cambiare il sistema finanziario, in Come uscire…, p.17), significa davvero avere la testa tra le nuvole, significa non capire che la madre di tutte le magagne si annida proprio nella mitica «economia reale».

Infatti, solo sulla sua base può prendere corpo il mostruoso sistema finanziario che conosciamo, «sistema bancario ombra» compreso. L’insaziabile fame di profitti che ossessiona il Capitale ha generato il sistema finanziario, una speculazione finanziaria sempre più spinta e, dulcis in fundo, l’Imperialismo moderno, la cui genesi storica è da ricercarsi proprio in quella esportazione di capitali che rappresenta al meglio la natura aggressiva della società che ha il profitto come misura d’ogni cosa.

La «Legge del valore» non regola solo la produzione delle merci e la proporzione in cui viene distribuito il lavoro sociale (com’è noto il capitale investe nei settori industriali più promettenti sul terreno della redditività); essa determina in modo più o meno diretto anche l’investimento di capitali in quelle sfere dell’economia che non hanno un rapporto diretto, e spesso nemmeno mediato, con la cosiddetta «economia reale». Il fatto che il capitale cerchi fortuna fuori della sfera che genera il fondamento di ogni tipo di profitto e di rendita (alludo, naturalmente, al plusvalore «smunto» ai salariati occupati nell’eticamente corretta «economia reale»), non contraddice quella «Legge» ma semmai la conferma in pieno, mettendo bene in luce come per il Capitale, a iniziare da quello industriale benedetto da politicanti, sindacalisti ed economisti progressisti, il solo valore che conta è quello «di scambio». I bisogni degli individui oggi sono mere opportunità di profitto.

La testa di chi raccomanda una stringente regolamentazione dei mercati finanziari è completamente immersa nell’ideologia, e la realtà non si fa certo scrupolo di smentirne sempre di nuovo le illusioni. Gli anni Trenta del secolo scorso hanno dato l’impressione che la politica si fosse infine ripresa lo spazio di iniziativa autonoma che l’economia le aveva sottratto, riducendola a sua ancella. In Italia e in Germania nacquero addirittura movimenti politici che non disprezzavano la prosa anticapitalistica. Com’è noto, Mussolini e Hitler amavano affettare pose «antiborghesi», con grande seguito popolare, peraltro.

Dopo l’ubriacatura del «liberismo selvaggio» (o laissez faire che dir si voglia) che aveva portato l’Occidente a infilarsi nel primo massacro mondiale e nella catastrofe economica del ’29, sembrava che il politico si fosse finalmente imposto sull’economico, dettandone le regole. Appunto, sembrava. La politica dirigista degli anni Trenta, culminata necessariamente nella Seconda Guerra mondiale (questa necessità oggi non è più negata da nessun serio economista in circolazione), al netto dei suoi disastrosi errori di valutazione, si mise completamente al servizio del Capitale, tentando empiricamente di implementare quelle misure economiche che parevano idonee a riattivarne il processo di accumulazione. «Si può ricordare, al riguardo, anche l’avvertimento di Keynes di non intaccare i salari nominali, ma di operare piuttosto, attraverso il salario reale, un necessario abbassamento del reddito degli operai … nella misura in cui la revisione keynesiana rimanda al di là della teoria classica, essa non rinvia a un futuro migliore, ma a un futuro fosco» (F. Pollock, La revisione keynesiana del liberismo economico, 1936, in Teoria e prassi dell’economia di piano, p. 198, De Donato, 1973). Fino a che punto fosco oggi lo sappiamo.

Mentre alcuni ritengono che un’«economia mista» che favorisca il settore pubblico rispetto a quello privato, possa fare aumentare rapidamente il PIL, altri sostengono esattamente il contrario. Entrambi i punti di vista non prendono in considerazione il solo fattore che conta ai fini dell’accumulazione capitalistica: la redditività dell’investimento. In assenza di questo dato dirimente del problema non c’è dirigismo statale che possa comandare all’accumulazione di alzarsi e di camminare.

Da oltre un decennio si parla, con accenti sempre più miracolistici, della Tobin tax, e naturalmente anche nel libro in questione vi compare come l’ultima parola del progressismo mondiale. Vediamo cosa ne pensava l’economista Susan Strange, universalmente considerata un’autorità in materia di finanza e di economia politica internazionale (morta nel 1998): «L’obiettivo dovrebbe essere quello di scoraggiare quelle transazioni speculative rese possibili dagli scambi di futures, senza deprimere gli investimenti esteri diretti di natura produttiva … Un dubbio che si pone è se chi vuole realizzare un profitto speculativo possa davvero essere trattenuto da una tassa del 5 per cento» (Denaro impazzitolo, p. 260). No, non può esserlo. Dal canto suo, un altro guro dell’economia mondiale, George Soros, da almeno un decennio auspica la creazione di una Banca Centrale Internazionale che agisca da vero e proprio prestatore d’ultima istanza per imprese e Paesi, sorvolando sulle implicazioni politiche di portata mondiale che una simile istituzione finanziaria necessariamente avrebbe. Lo vediamo in questi giorni a proposito della moneta comune europea e della crisi del debito sovrano nell’area del Marco, pardon dell’Euro… «È superfluo dire che le prospettive di istituire una banca centrale internazionale sono piuttosto remote, quantomeno nelle attuali condizioni politiche!» (G. Gilpin, Le insidie del capitalismo globale, p. 154, Università Bocconi Editore, 2001). Già, è superfluo.
Come ho cercato di chiarire, la chimerica illusione di poter far soldi con i soldi, senza sporcarsi le mani nell’onesto sfruttamento della capacità lavorativa, ha un solidissimo fondamento reale, non è affatto «campata in aria». Anzi, l’«apparenza ingannevole delle cose» sembra darle più di una ragione. Poi giunge la crisi e il gigantesco castello di carta si mostra per ciò che è sempre stato: una fittizia moltiplicazione di valori altrettanto fittizi, salvo quelli, davvero esigui in confronto ai valori derivati, generati nell’«economia reale». Anche la speculazione finanziaria si comprende nella sua effettiva genesi e nel suo intimo significato solo a partire dall’accumulazione capitalistica «reale», mentre chi la mette in relazione alla sola accumulazione monetaria ne coglie solo la dinamica di superficie.

Sulla base del modo di produzione capitalistico, il quale ha nel denaro «la merce universale, la merce “par excellence”», in quanto essa esprime immediatamente e violentemente il carattere sociale del lavoro; su questa base contraddittoria ed eterea (il lavoro sociale vale in quanto creatura astratta) l’autonomizzazione del capitale monetario è un fatto necessario, ancorché gravido di conseguenze non sempre gradevoli per gli stessi capitalisti e per la società in generale. «Fin quando il carattere sociale del lavoro si presenta come l’esistenza monetaria della merce, e quindi come una cosa estranea alla effettiva produzione, le crisi monetarie sono ineluttabili, a prescindere dalle crisi effettive o come aggravante di esse» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 1262, Newton, 2005). La crisi che si trascina ormai da quasi cinque anni nei paesi di più vecchia tradizione capitalistica ha esattamente questa natura bivalente: essa è stata generata a partire dal Sistema Finanziario, ma come sintomo di una difficoltà registrabile a livello dell’accumulazione capitalistica «primaria» (industriale).

La «componente finanziaria» della crisi ne ha poi ulteriormente ispessito la «componente reale», realizzando quel circolo vizioso caratteristico delle Grandi Crisi. Ad ogni modo, la chiave d’interpretazione e di soluzione del problema si trova, a mio avviso, nel processo di accumulazione «primario»: solo quando l’investimento produttivo (di plusvalore) incrocerà nuovamente il sentiero della redditività, il ciclo economico potrà superare l’attuale grave congiuntura, la quale necessariamente deve mettere sotto pressione anche il cosiddetto Welfare. Che quest’ultimo non abbia un immediato rapporto con il processo che produce la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica, è cosa che possono sostenere solo i ciucci della Scienza Economica. Nel capitalismo nessun pasto è gratis e la manna non cade dal cielo. Per questo la lotta contro la spesa pubblica improduttiva, contro le rendite finanziarie e contro tutti i ceti «parassitari» che a diverso titolo spillano plusvalore a detrimento dell’accumulazione capitalistica, si accende come non mai nei momenti di acuta crisi economica. Questa lotta per spartirsi una torta diventata improvvisamente troppo esigua non può non avere un suo puntuale riscontro nella politica interna e internazionale. Anche i proponenti di «finanziarie alternative, eque e solidali, nonché ecosostenibili» sono parte organica di questa lotta per il potere economico e politico (in una sola parola: sociale).

«La crisi ha ridotto il sistema finanziario a un campo di rovine. Pressoché nessuno dei fondamenti teorici e dei meccanismi di funzionamento del sistema ha retto alla prova. Sarebbe necessario ricostruire tutto l’edificio su fondamenta nuove, basate sul sostegno allo sviluppo dell’economia reale, nonché su una maggiore equità nell’allocazione delle risorse a livello territoriale, di dimensioni di impresa, di classi sociali. In assenza di una tale opera di rinnovamento, anche l’eventuale ripresa dell’economia reale non potrà poggiare che su basi precarie» (Vincenzo Comito, Come cambiare il sistema finanziario). Ma il capitalismo è «precario» per definizione! La sua mostruosa vitalità impone a tutti di vivere pericolosamente. A parte ogni altra considerazione sul solito piagnisteo equosolidale sulla demoniaca finanza.

Il riformismo presuppone un capitalismo riformabile nelle sue «strutture portanti». Ancora nel XXI secolo il pensiero critico-radicale si vede costretto a confrontarsi con questa gigantesca balla speculativa. Ci vuole davvero molta pazienza!

Annunci

7 thoughts on “CHIMERE RIFORMISTE INTORNO ALLA CRISI ECONOMICA

  1. Come sempre interessante…io che sono profana e che ho letto troppo poco non so come si possa affermare, come hanno fatto gli autori dell’opera, che “la funzione strategica del sistema finanziario è quella di indirizzare i capitali verso le attività più produttive”.
    Mi sembra un errore così madornale che non so se puo’ essere frutto di cattiva interpretazione (di che poi?) o di malafede.. Mah…

    • Grazie Valeria. Più che di cattiva interpretazione o di malafede si tratta, tra l’altro, di una concezione feticistica dei processi economici. Per farla breve e rimanere nel caso della finanza, si crede che essa sia uno strumento graziosamente inventato dalla società civile per farci tutti felici e contenti. Magari si ha il buonsenso di parlare di profitto, né sarebbe possibile il contrario; ma non si comprendono tutte le implicazioni sociali (a cominciare dallo sfruttamento di uomini e natura) immanenti in quel concetto. Si parla di «mercato» (anche finanziario) e non ci si rende conto di evocare una prassi sociale altamente disumana. Feticismo, appunto. E molto altro ancora!
      Ciao!

    • È Abbastanza interessante, non c’è dubbio. Non sottovalutare comunque la lettura, o rilettura, dell’ubriacone di Treviri, in arte Marx. Puoi fare delle belle scoperte!! Ad esempio, sul feticismo.
      Ciao Valeria!

  2. Pingback: LA COSA HA IL DIAVOLO IN CORPO! Alcune riflessioni intorno al carattere di feticcio della merce. « Sebastiano Isaia

  3. Pingback: L’IDEOLOGIA DECRESCISTA È IN PIENO SVILUPPO | Sebastiano Isaia

  4. Pingback: LA CATTIVA ECONOMIA DEI BUONI DI SPIRITO | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...