ARTE, LIBERTÀ E VERITÀ

Scrive Matteo Antonin: «Può l’arte essere autenticamente rivoluzionaria? Può in qualche modo smuovere le coscienze, guidare le masse, portare messaggi, essere di ispirazione a movimenti politici o ideologici? E nel caso che un’arte popolare e rivoluzionaria sia possibile, come potrebbe sottrarsi al contempo a quel processo di reificazione che la inserisce, in quanto oggetto fruibile ed acquistabile, all’interno dei meccanismi economici di quello stesso sistema che cerca di combattere?» (Arte e rivoluzione in Benjamin e Adorno).

Lo scritto che segue è un capitolo di un mio studio del 2006 (Eutanasia del Dominio), che “socializzo” come contributo alla riflessione intorno all’importante questione sollevata da Antonin.

Arte, libertà e verità

Certamente l’arte ha molto a che fare con la libertà. Se l’opera d’arte fosse, in sé e per sé, libertà, espressione immediata di essa, ebbene dovremmo concludere che non può darsi arte nella società che nega in molti modi – molti dei quali non solo sfuggono completamente alla consapevolezza degli individui, ma si palesano ai loro occhi sotto forma di «libero arbitrio» – la libertà, almeno nell’accezione che di quest’ultima abbiamo cercato di elaborare in queste pagine, e cioè come emancipazione degli individui dal cieco dominio delle potenze naturali e sociali. Dovremmo giungere alla seguente bizzarra conclusione: mai vera arte è stata possibile negli ultimi quattromila anni di storia, in quanto mai è esistito su questa terra il «regno della libertà». Ma questa tesi suona falsa anche senza un’approfondita riflessione critica intorno al concetto di opera d’arte nel suo necessario rapporto con i processi storici e sociali. Eppure il legame intimo tra arte e libertà è anch’esso qualcosa di innegabile. In effetti, l’arte ha sempre avuto a che fare con la libertà in modo assai mediato e complesso, e cioè come espressione del bisogno di libertà, ovvero come dolore per la sua mancanza o negazione, nonché come prodotto della concreta – e relativa – libertà di cui hanno goduto e godono alcune classi sociali a discapito di altre. Arte, dunque, come gioia di vivere nella pienezza del dominio sociale, ma anche come espressione del dolore causato da quest’ultimo, come anelito di libertà, come speranza , come rivolta – il più delle volte praticata inconsapevolmente – dell’individuo, in quanto essenza particolare irriducibile all’universale, contro il dominio della totalità sociale che lo vuole sussumere sotto di sé completamente, dalla testa ai piedi, senza residui – se non sotto forma di scarti umani. Per definire questa peculiare accezione del concetto di arte in quanto tentativo del particolare di liberarsi dalle pretese totalitarie del motivo conduttore dominante (le «leggi del mercato», i canoni estetici dominanti, gli imperativi etici dominanti, le mode, ecc.).

Adorno usò il termine «dissonanza», con un chiaro riferimento alla musica. «Un criterio per stabilire la verità della musica è di stabilire se essa abbellisce l’antagonismo che si afferma anche nel suo rapporto con gli ascoltatori, cadendo così in contraddizioni estetiche più che mai senza speranza, ovvero se affronta l’esperienza dell’antagonismo nella propria costituzione. Le tensioni interne alla musica sono l’apparenza, ignara di sé, di tensioni sociali. A partire dalla rivoluzione industriale, tutta la musica patisce dell’inconciliabilità dell’universale col particolare, dell’abisso esistente tra le sue forme tramandate, estensive, e ciò che in esse avviene di specificamente musicale … In essa si manifesta musicalmente la divergenza tra interesse generale e individuale, mentre l’ideologia ufficiale vuole che entrambi armonizzino. La musica autentica, come del resto ogni autentica arte, è sia criptogramma dell’opposizione inconciliata tra il destino del singolo e la sua destinazione umana, sia rappresentazione della connessione sia pure problematica degli antagonistici interessi singoli con una totalità, sia infine della speranza di una conciliazione reale» .

Qui viene alla ribalta un altro importante concetto legato all’opera d’arte, quello di verità: essa è autentica nella misura in cui non chiude gli occhi dinanzi al pessimo presente, non pretende di poter riconciliare su una tela, su un pentagramma, su dei fogli di carta ciò che la società disumana non può riconciliare. Sotto questo aspetto l’arte diventa prassi critica dell’esistente, a prescindere dalle intenzioni immediate degli artisti, dalle loro manifeste concezioni del mondo: infatti, quando è autentica, l’opera d’arte in qualche modo sfugge sempre al controllo razionale del proprio autore, tende a oggettivarsi come realtà autonoma, assai più «figlia dei tempi» che del suo autore concepito nella sua – impossibile – autonoma soggettività. Da questo punto di vista le opere di Tolstoj e di Dostoevskij sono emblematiche. E difatti Hegel osservava che prim’ancora che nel pensiero, la dialettica è nelle cose stesse . Ma, anche qui, il concetto di verità deve essere concepito e formulato in termini problematici, in quanto spesse volte nella menzogna può annidarsi la verità, e viceversa. Ad esempio, se ogni pretesa di autonomia e di emancipazione accampata dagli artisti si rivela falsa e ideologica quando si arresta al mero esercizio artistico, pure in essa si esprime qualcosa di profondamente vero, e cioè il bisogno di libertà e di felicità dell’individuo. Quindi ancora una volta occorre ricorrere alla riflessione critica per capire se e come, per quali contorte vie un’opera d’arte è legata alla verità, e può dunque venir legittimamente definita «autentica» da questo peculiare punto di vista critico. Per questo, se è illusorio credere nell’arte come forma di vita alternativa rispetto alla realtà dominate, parimenti ideologico, e quindi falso, appare il punto di vista di chi, ponendosi dinanzi all’opera d’arte in termini immediatamente politici, pretende dall’artista un intento coscientemente critico, se non addirittura «rivoluzionario».

L’arte come manifesto politico sembra essere il lato speculare della concezione kantiana dell’arte come produzione e contemplazione della pura e disinteressata bellezza. I concetti di mediazione, di riflessione critica, di atteggiamento «pratico» nei confronti dell’opera d’arte vanno perciò sempre mantenuti fermi, giacché tanto il suo produttore quanto il suo consumatore non vi si approcciano in modo spontaneo, «puro», scevro dai condizionamenti sociali, ma anch’essi unicamente come prodotti sociali, “portatori” di concezioni, di emozioni, di esperienze, di interessi, di valori e quant’altro che portano il marchio della cosiddetta «epoca». Anche l’istinto, che pare conservare una tetragona aura naturale, è storicamente e socialmente mediato – «educato» –, non è qualcosa che rimanda direttamente alle nostre cosiddette radici naturali.
Continua

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9 thoughts on “ARTE, LIBERTÀ E VERITÀ

  1. Ciao,
    mi fa moltissimo piacere che tu abbia voluto riprendere i temi da me proposti sulla “Rotta” e approfondirli….
    Appena avrò un attimo di tempo lascerò un commento al tuo interessante contributo….grazie e ciao.
    matteo – La Rotta per Itaca

  2. Cercare di riflettere sul rapporto tra arte e verità è davvero complesso…e ti ringrazio ancora di aver curiosato sulla “Rotta” e di aver rilanciato la discussione….
    Per Adorno, come spieghi qui molto bene, in campo artistico “il tentativo del particolare di liberarsi dalle pretese totalitarie del motivo conduttore dominante” si risolve in una dissonanza, in un’arte talmente difficile e criptica da restare – a mio giudizio – alla lunga sola. Magari pura e vera, ma sola.
    Una verità rimasta sola, senza nessuno che possa coglierla, è davvero verità? O comunque, serve a qualcosa?
    Al contrario, continui scrivendo: L’arte “è autentica nella misura in cui non chiude gli occhi dinanzi al pessimo presente”, ma diviene “prassi critica dell’esistente”: io credo che la critica dissonante di Adorno alla lunga sia talmente arroccata su se stessa da allontanarsi dal “pessimo presente”….
    Che poi nella dissonanza colui (ma solo lui!) che ha gli strumenti possa cogliere una critica feroce delle contraddizioni insite nella società è un altro discorso, ma la verità e libertà di questa arte solipsistica mi sembra comunque in un certo senso incompleta….
    ciao, Matteo

    • Carissimo, il limite che tu imputi ad Adorno, e che per certi versi condivido, va guardato alla luce della tragedia sociale che lo vide protagonista. Solo così, penso, possiamo comprenderne il reale significato. Per un verso la guerra mondiale, i campi di sterminio, il desiderio degli individui di lasciarsi rapidamente alle spalle le macerie materiali e “spirituali”, per ritornare quanto prima a «vivere normalmente», ossia senza interrogarsi sulle profonde radici sociali che avevano generato quella catastrofe, e che promettevano di crearne altre in futuro. Per altro verso il cosiddetto «Comunismo» che non prometteva nulla di buono sul piano della prospettiva della liberazione dal Dominio: tutt’altro! Per legittima difesa Adorno e Horkheimer teorizzarono la sospensione della prassi nell’ambito della «teoria critica». Un errore concettuale, certo, ma quale «prassi» i due avevano allora dinanzi? Quella ultrareazionaria dello stalinismo internazionale. Prendendo congedo dalla prassi essi intesero mettere al riparo quella teoria dall’omologazione stalinista, e questo lo considero un grandissimo merito, fondato però su una cattiva interpretazione del «fenomeno-stalinismo», associato in qualche modo al pensiero marxiano, sebbene in una sua variante particolarmente volgare. «Per questa prassi – illiberale e antiumana – ha preso partito il materialismo arrivato al potere politico non meno del mondo che esso un tempo voleva mutare. Esso incatena ancora la coscienza invece di comprenderla e di mutarla a sua volta. Apparati terroristici dello stato si barricano, divenendo istituzioni stabili, dietro il potere frustro di una dittatura (ormai perdurante da cinquant’anni) del proletariato da tempo amministrato … Ciò che, nell’attesa della rivoluzione imminente, voleva liquidare la filosofia, era già allora rimasto dietro ad essa, impaziente con la sua pretesa … Il materialismo diventa ricaduta nella barbarie, che voleva impedire; lavorare contro questa tendenza è uno dei compiti meno indifferenti di una teoria critica» (T. W. Adorno, Dialettica negativa, p. 254. Einaudi 1970). Nella misura in cui, per un verso il «materialismo storico» di Marx non aveva nulla a che spartire con il «materialismo dialettico» diventato l’ideologia di Stato dell’Unione Sovietica; e per altro verso il cosiddetto «Socialismo reale» non era che un capitalismo (più o meno di Stato) assai agguerrito sul piano dell’agone imperialistico (provo a dimostrarlo nel saggio Lo scoglio e il mare), quella posizione di Adorno ha un po’ il significato di gettare «il bagno col bambino dentro», per usare le sue stesse parole.
      Allora non si trattava certo di sospendere la prassi, ma di elaborarne una coerente alla teoria che si poneva in assoluta contrapposizione con «il resto del mondo», un mondo sempre più atomizzato e massificato, e sussunto sotto le imperiose leggi del calcolo economico. Più facile a dirsi che a farsi, non trovi? Tanto più per un intellettuale accusato da cani e porci di non voler sostenere la «causa del proletariato»: e meno male, considerato che in quella «causa» militavano i figli di Stalin (e poi i nipoti, sotto forma di maoismo)!
      Elaborare un punto di vista radicalmente critico sul mondo è, a mio avviso, la sola prassi autenticamente rivoluzionaria possibile nell’attuale situazione storica che vede le classi subalterne di tutto il pianeta completamente stregate dal punto di vista delle classi dominanti. Come spezzare questo cerchio stregato? Rispondere a questa domanda, anche riflettendo sul significato che l’arte ha oggi, e sulla possibilità di un’arte rivoluzionaria nel XXI secolo, non significa fare della pura teoria, ma piuttosto pensare molto “praticamente”. D’altre parte, io concepisco la prassi come una forma trasformata della teoria, e viceversa. Dico questo per illuminare meglio la posizione di Adorno e Horkheimer a proposito della «prassi».
      Una volta Lenin disse che i marxisti avrebbero fatto bene a costruire “una sorta di associazione di amici materialisti della dialettica hegeliana”, intendendo con ciò significare che solo i «marxisti» potevano scoprire il lato fecondo di quella dialettica, e avvantaggiarsene sul piano politico. Estendo questa perorazione al pensiero critico di Adorno e Horkheimer, il quale, con tutti i limiti che, come vedi, sono lungi dal misconoscere, ritengo possa essere fecondo nello sforzo teorico e pratico cui accennavo sopra. Ad esempio, la loro critica del «tardo capitalismo», a partire dalla cosiddetta «industria culturale», offre molti spunti di analisi per quanto riguarda la Società-Mondo del XXI secolo.
      Grazie per l’attenzione, Matteo, e alla prossima!

  3. Pingback: -La decima vittima- | valeriagaudi

  4. Ciao Sebastiano, scrivevo altrove, dopo aver terminato la lettura del capitolo da te scritto, e riferendomi in particolar modo alle ultime riflessioni: “…e forse speculare a questo fiaccamento era il sentimento che assaliva il cosiddetto uomo dell’età della pietra, quello che incideva nelle caverne, l’uomo schiavo della natura perchè non poteva in alcun modo difendersi da essa. Quel tipo di uomo che faceva riferimento chiaramente sempre ad un tipo di relazione sociale, sembra facesse assai uso di mescalina…o meglio dell’ Amanita muscaria, il fungo da noi conosciuto perchè usato nelle rappresentazioni delle favole, quello con con la cappella rossa ed i pallini bianchi!

  5. In particolare nel libro di Fulvio Gosso, Il sogno sulla roccia, l’autore, partendo dall’articolo considerato rivoluzionario, scritto negli anni ’80 del ‘900 dall’archeologo sudafricano Lewis-Williams nel quale si rileggevano i segni dell’arte rupestre neolitica, facendone risalire l’esecuzione sotto stati di alterazione di coscienza indotta non necessariamente dall’utilizzo di sostanze, ma anche da respirazione alterata o da danze frenetiche e suoni fino al raggiungimento di stati di trance, andrebbe ad analizzare il fenomeno delle coppelle, piccole vaschette emisferiche di 5, 10 e 15 cm ricavate probabilmente per primitiva incisione e successiva lisciatura, a volte collegate tra loro da canaletti e diffuse sulle Alpi occidentali, nei paesi baltici e scandinavi; queste coppelle sarebbero il perfetto negativo della coppa di un fungo psicoattivo, l’Amanita muscaria e si pensa che siano state utilizzate ritualmente sia per la sua essiccazione (che avrebbe consentito ai principi attivi di trasformarsi ed esaltarsi) che per la sua conservazione…. Non so se puo’ interessarti o se già lo hai letto! Ciao!

    • Ciao Vale! Il libro di Gosso non lo conosco, il tema che tratta in parte sì. Tutto quello che “cade” nella rubrica Prassi sociale umana, considerata in tutta la sua multiforme e complessa portata, mi interessa eccome! Di grande interesse è il modo in cui in ogni epoca l’umanità ha cercato di espandere le proprie capacità materiali e spirituali (qui la distinzione è puramente formale, essendo “materia” e “spirito” inestricabilmente connessi l’una all’altro e tetragoni, sul piano concettuale, a qualsivoglia gerarchizzazione ontologica). Scienza, arte, religione, cultura, “farmacologia”, gioco: tutte le strade che conducono a quel risultato sono state percorse e ripercorse sempre di nuovo. Sperando di non aver scritto troppe banalità (causa calo glicemico dovuto all’ora, diciamo), ti ringrazio per l’attenzione e ti saluto con un grande CIAO!

  6. Pingback: -Delirio.0- | valeriagaudi

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