LA COSA HA IL DIAVOLO IN CORPO! Alcune riflessioni intorno al carattere di feticcio della merce.

L’occultista trae le estreme conseguenze dal carattere
di feticcio della merce: il lavoro minacciosamente
oggettivato lo investe e lo aggredisce, dagli oggetti,
con una miriade di ceffi demoniaci.

T. W. Adorno, Minima moralia

In diversi “pezzi” dedicati alla crisi economica, o, più precisamente, alla critica delle concezioni teoriche e politiche che hanno avuto modo di manifestarsi a proposito dell’attuale crisi economica, ho accennato al carattere feticistico di queste stesse concezioni. (Rimando solo all’ultimo “pezzo” Chimere riformiste intorno alla crisi economica). Qui di seguito cercherò di approfondire, sebbene in modo breve, rapsodico e asistematico, una questione che, a mio avviso, è incardinata al cuore della teoria critico-radicale della società capitalistica. Qui ricordo solamente che per Marx, dalla cui opera ricavo il fondamentale concetto di feticismo della merce, la critica delle categorie economiche scolpite sul marmo dalla Scienza Economica è innanzitutto la critica della società borghese tout court. Infatti, nel pensiero marxiano la dualistica distinzione tra «struttura» e «sovrastruttura» è bandita a favore del punto di vista della totalità, il quale conosce una sola «struttura»: la società colta nella sua vivente, compatta, complessa e contraddittoria unità.

1. La Cosa ha il Diavolo in corpo!


Ho letto per la prima volta i formidabili passi marxiani sul «Carattere di feticcio della merce e il suo arcano» poco più che adolescente. Non essendo mai stato un tipo dotato di una particolare intelligenza, va da se che allora non compresi praticamente niente di quello che avevo sotto gli occhi, sebbene intuivo che la musica scritta sullo spartito doveva avere un suono bellissimo e una straordinaria potenza evocativa.
E difatti rimasi profondamente colpito dagli enigmatici passi marxiani, tant’è che la mia fervida immaginazione post adolescenziale, sempre alla ricerca di immagini da associare ai concetti, non perse tempo a riferirli a un film che pochi anni prima mi aveva piacevolmente sconvolto: L’Esorcista!

L’associazione Dominio-Demonio allora mi apparve puramente formale, richiamata più che altro da alcune coincidenze per così dire estetiche; solo in seguito, in grazia di un background teorico appena appena meno indigente, compresi tutta la portata dottrinaria e politica di quell’analogia, tutto il suo fondamento storico e sociale.

Ma veniamo ai passi marxiani: «… Il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare» (K. Marx, Il capitale, I, p. 103, Editori Riuniti, 1980). Possibile? La Cosa ha dunque il Diavolo in corpo! È quel che allora balenò nella mia dura testa di legno, ancorché ancora ricoperta da una più che lussureggiante capigliatura e particolarmente sensibile a ogni sorta di eccitante suggestione intellettuale. In che senso Marx mi parla di «capricci teologici», di «cosa sensibilmente sovrasensibile», di «carattere mistico della merce?» di «forma fantasmagorica»? Assai precocemente mi ero liberato dall’ingombrante presenza di Dio, e adesso proprio Marx mi costringeva a misurarmi con arcani che avevano un forte sapore teologico. Senza contare la straordinaria metafora del morto (il «capitale costante», ossia le macchine e le materie prime) che vampirizza il vivo («il capitale variabile», vale a dire la viva e operante capacità lavorativa): altri titoli di film dell’Horror, un genere cinematografico che ho sempre amato (capite adesso?) mi ronzavano in testa: La notte dei morti viventi, o Dracula il vampiro, ad esempio. Che ci fanno spettri, vampiri, zombie, demoni e ogni sorta di mostruose presenze all’interno di un discorso così limpidamente scientifico?

L’ipotesi di un delirio alcolico da parte dell’ubriacone di Treviri non la presi nemmeno in considerazione, semplicemente perché allora alcuni particolari scabrosi della sua vita privata mi erano ignoti. Sfornito di più sofisticati strumenti interpretativi, e voglioso di arrivare in fretta alla fine del mitico libro, lasciai cadere la cosa, la quale mi suggeriva l’idea di un lampo che con troppa rapidità appare e scompare, senza lasciare il tempo all’occhio di catturare l’essenziale nella scena troppo brevemente illuminata. Tic-tac: luce-buio. Buio pesto!
Ritornai a riflettere sulla scottante questione diversi anni dopo, sotto l’egida di un testo che rappresentò molto per la mia formazione teorica: Storia e Coscienza di classe di Lukács. In particolare alludo al saggio intitolato La reificazione e la coscienza del proletariato (1920), dal quale cito i passi che seguono: «Non a caso entrambe le grandi opere della maturità di Marx che si accingono a presentare la società capitalistica iniziano con l’analisi della merce. Infatti, non esiste problema che non rimandi in ultima analisi a questa questione e la cui soluzione non debba essere ricercata in quella dell’enigma della struttura della merce … L’essenza della struttura di merce consiste nel fatto che un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’”oggettualità spettrale” che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparentemente conclusa e razionale, ogni traccia della propria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini … Questo trasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato e disumanizzante del rapporto di merce» (G. Lukács, Storia e Coscienza di classe, pp. 107-108, 1988).

Qui il comunista ungherese si limitava a ripetere il Marx del Capitale connettendolo, del tutto legittimamente, al Marx dei Manoscritti Parigini del 1844. Tuttavia, dopo un lungo periodo di oblio del «Marx giovane» nella riflessione teorica degli epigoni, l’operazione lukácsiana appariva originalissima, e facilmente prestava il fianco alla critica del «marxismo ortodosso», che difatti puntualmente arrivò, tanto dal versante socialdemocratico, quanto da quello «comunista». La sua opera del 1922 fu bollata come «eretica» perché troppo impregnata di «umanesimo» e di «idealismo», secondo il giudizio che ne diede Zinoviev nel 1924 per conto dell’Internazionale Comunista. Segno evidente, questo, della pessima qualità teorica del «materialismo dialettico» che era penetrato nel reparto d’avanguardia del proletariato internazionale, con tutto quello che ciò necessariamente implicava sul terreno dell’iniziativa politica.

Continua

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4 thoughts on “LA COSA HA IL DIAVOLO IN CORPO! Alcune riflessioni intorno al carattere di feticcio della merce.

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