RIVOLUZIONE ETICA…

Interessante intervista di Mattia Feltri a Giuseppe De Rita, il sociologo – cattolico, come egli tiene sempre a precisare – italiano più ascoltato dai politici nostrani. Con la fine di Berlusconi, dice oggi il presidente del Censis a La Stampa, declina il «soggettivismo etico» nato in Italia alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi nei successivi decenni a spese dell’etica comunitaria, la quale ha sempre avuto nella Chiesa e nei grandi partiti di massa (PCI e DC, in primis) la sua fonte più generosa e naturale. A suo tempo Don Milani non mancò di denunciare l’inquietante «svolta etica», ma rimase pressoché inascoltato.

Con il «soggettivismo etico» trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (Cosa resta del Padre?).

Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi», non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo». A giudicare dall’elogio del cattostalinismo della cosiddetta Prima Repubblica che segue, la critica coglie perfettamente il bersaglio (beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Recalcati): «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio).

Che quel che resta di Massimo Recalcati sia Giuseppe De Rita? Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante .

5 pensieri su “RIVOLUZIONE ETICA…

  1. ..e pensare che quando io mi permetto di criticare la teoria edipica di Freud mi dicono che non v’è n’è bisogno in quanto superata! Per fortuna continuo imperterrita nel dire cose che, a fine discorso, sembrano banali, ma che, secondo me, non lo sono!!!

  2. Mi piace molto quest’idea comica che sta prendendo piede tra la folla disorientata secondo cui il Deus Otiotus ha finalmente sollevato le sue Divine Natiche dal trono, dimesso il suo apparato provvidenziale e stia in questo momento rimboccandosi le maniche per rimettere ordine personalmente nel pasticcio combinato dalle sue gerarchie celesti e terrestri.

    Che altro gli restava da fare? Se gli uomini non vogliono acclamare il Padre ed assumersi la buona amministrazione del Bene Comune, che sia Egli stesso ad imporsi nella funzione di οἰκονόμος (“colui che governa la casa”).

    Ma è davvero così? Sparisce davvero la politica quando fa posto al Dio Tecnocratico? O è piuttosto nel suo eclissarsi dietro le spalle del Padre che la sua presenza si fa più forte?

    È forse banale da parte mia esemplificare una complessa dialettica partendo dalla sua manifestazione più grossolana, sottolineando cioè che “la frusta senza fronzoli” del cosiddetto “governo tecnico” non fa solo il gioco dell’economia, ma anche quello degli schieramenti politici. In particolare di quelli che aspirano alla maggioranza.

    Questi, contrariamente a quanto si pensa, non è che non vogliano le elezioni perché temono di perderle, ma perché hanno paura di vincerle. Ciò li costringerebbe ad attuare quelle misure che, oltre a renderli estremamente impopolari, dimostrerebbero che entro la cornice della democrazia borghese la differenza tra destra e sinistra appartiene solo al campo delle direzioni geografiche.

    Agli occhi del pubblico, anche di quello meno superficiale, Il governo dei tecnici è invece il Governo Inoppugnabile dell’Autorità (e chi è chiamato a formarne uno lo sa bene: hai sentito come risuonavano profondi i titoli professionali e accademici che precedevano i nomi dei ministri durante la lettura della lista da parte di Monti?). Il suo ruolo è strettamente clinico: “A causa di una svogliata prevenzione lei ha contratto un morbo chiamato Crisi. Occorre pertanto che si sottoponga ad un trattamento doloroso ma necessario. Le precauzioni non sono mai troppe, caro signore: lo rammenti per il futuro – se avrà la fortuna di sopravvivere, naturalmente…”.

    Chi può dire di no a una tale autorevole prescrizione da parte dell’illustre primario del reparto di patologia economica, per di più basata sul “dato oggettivo”, quando l’alternativa è l’abisso della degenerazione o, peggio, della morte?

    È a questo abisso senza fondo né principio (senza “Legge”) che si riferisce Massimo Recalcati quando parla del “godimento” lacaniano. Poi però, con un abile gioco di prestigio, scambia quest’ultimo con l’edonismo consumistico che caratterizza la società contemporanea di cui tutto si può dire tranne che sia privo di “Legge”.

    Siamo ben chiari su un punto: l’edonista non fa “quello che vuole”. Sottoposto alla macchina della verità della dialettica l’imperativo categorico dello pseudo-godimento consumistico (o “soggettivismo etico”, se si preferisce) non ci metterà molto a confessare fino all’ultima delle sue “precauzioni”. Ci mostrerà un immenso uni-verso di regole di gran lunga più strette di quelle imposte dall’autorità “esterna”. Per averne prova basta fissarsi sulla rigida disciplina, morale e fisica, a cui si sottopone l’edonista per modellare la propria immagine in accordo all’ideale d’uomo o di donna che ammira.

    E questo vale anche per i casi più estremi, quelli in cui la ragione o le ideologie sembrano eclissarsi.

    Claudia Boscolo, in uno dei suoi stimolanti “Dieci inequivocabili segni della scomparsa dell’umanità” (http://tinyurl.com/c7f8tl4), attribuisce una qualche valenza “an-archica” (attinente cioè all’abisso senza legge del godimento) a quel gesto estremo dello psicotico che si è cavato gli occhi in chiesa durante una messa. L’obiezione che le ho mosso consisteva nel ribaltare la sua valutazione assumendo che quell’automutilazione non rappresentava l’abbandono al vortice della pulsione di morte (come nella storia del protagonista di “A Descent into the Maelström” di Poe, ad esempio), bensì, al contrario, il rifiuto della vista di quel vortice senza fine operato attraverso la più radicale invocazione di un “centro di gravità permanente” proprio presso l’altare di un Dio Padre rivelatosi non più abbastanza efficiente in tale funzione. “”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

    Ed è esattamente sulla base di questa considerazione che possiamo finalmente ribaltare il concetto tradizionale di “ideologia” ormai abusato da complottisti e poliziotti di ogni specie, ed ottenere cosi un’importante indicazione per la prassi politica. Da “velo che occulta un’orribile verità”, occorre riformularla termini di “alibi che spaccia l’esistenza di una orribile verità dietro il velo”. Spiacente di dover dare la brutta notizia, ma la “orribile verità” è davanti ai nostri occhi – se non la vediamo non è perché si cela, ma perché ci siamo cavati gli occhi.

    • Grazie per l’eccellente intervento, Maurizio, che condivido in toto, soprattutto nella puntualizzazione della differenza che corre tra il discorso del capitalista di Lacan e la sua traduzione in salsa recalcatiana. Per quanto riguarda la frusta senza fronzoli, si commette sempre l’”errore” di feticizzare lo strumento e di non vedere il Sovrano che lo impugna. È già pronto il capro espiatorio da additare alle masse fustigate a sangue, e l’alibi della prossima crisi di governo: «il governo dei tecnici ha sospeso e commissariato la politica!» La Lega è già in campagna elettorale, insieme a Giuliano Ferrara: «Solo il Popolo Sovrano può legittimare il governo della Nazione! I tecnocrati hanno ucciso la democrazia!» Intanto non si può sorvolare sull’italica genialità politica: dopo il Fascismo, ecco L’Arco Costituzionale, poi le Convergenze Parallele e il Compromesso Storico; oggi siamo al Governo d’Impegno Nazionale, la cui «forte caratura tecnica», per dirla con il salumiere Bersani, celebra l’apoteosi dell’iniziativa politica possibile nella vigente contingenza nazionale e internazionale. Carl Schmidt sosteneva che lo Stato d’eccezione generava nuovo Diritto e ristabiliva il primato del politico sul sociale. Egli si faceva molte illusioni liberali intorno alla società del XX secolo, la cui dimensione totalizzante e totalitaria lasciava davvero pochi margini per simili nette distinzioni concettuali. Non parliamo poi della Società-Mondo del XXI secolo!
      La più surreale delle ambiguità politiche è chiamata a colmare un apparente vuoto, il quale invece, a ben guardare, squarciando l’illusione del velo dietrologico e confortante di cui parli, è un assoluto pieno. È il pieno del Dominio Sociale, la cui astuzia dialettica è pari alla sua sempre più accecante disumanità. A proposito di «evidenze accecanti»: se non erro, l’occhio «cavato», al contrario dell’occhio semplicemente chiuso, non coglie nemmeno il bagliore del lampo. Tutto ciò è terribilmente confortante, non trovi?

      • Centro! L’occhio cavato elimina una volta per tutte il pericolo di poter cogliere quel lampo di eternità che in rare circostanze emerge dall’abisso del godimento, quel bagliore che nell’istante in cui ci rivela l’insopportabile assenza di un principio trascendentale della ragion pratica, ci obbliga alla “decidere”, a volteggiare senza rete nel trapezio che penzola sul vuoto. Per usare il vocabolario del post-maoista francese: cavarsi gli occhi previene la possibilità di testimoniare l’erompere dell'”evento” nella vita ordinaticcia del verme in veste da uomo.
        A quel punto poco importa quanto ambigua, assurda o ridicola sia la finzione in cui la creatura strisciante torna a ritrarsi, perché la sua considerazione sarà sempre: “È merda, però tiene caldo”.

  3. Pingback: SOGNANDO BERLINGUER. Massimo Recalcati e i «falsi miti edonistici del capitalismo». | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...