IL GENIO DELLA GERMANIA…

«La Germania ama le altre Nazioni, ma le castiga per il loro bene!» (Reinhold Soeberg, teologo dell’Università di Berlino, 1915).

Gian Enrico Rusconi, che di cose tedesche si intende, ha scritto che «Quando si parla della Germania, i tono drammatici sono d’obbligo» (La Stampa, 27 novembre 2011). Non c’è dubbio. Io stesso ho parlato della Germania nei termini di una «Potenza fatale», ossia di un Sistema Sociale che per oggettive condizioni storiche, sociali e geopolitiche deve, a volte suo malgrado, recitare un ruolo che non raramente tracima nel tragico, con tanto di sangue sparso copiosamente sulla scena. «È la Germania, bellezza, e tu non puoi farci niente!» A dire il vero qualcosa le Potenze concorrenti hanno fatto, tanto nel 1918 quanto nel 1945, ma alla fine lo Spazio Esistenziale Tedesco si è ricomposto nella sua continuità geopolitica e nella sua potenza sistemica.

La Bismarck

Inutile far finta di niente, ha scritto recentemente Sergio Romano, un teorico della realpolitik più scabrosa (per il politicamente corretto, sia chiaro): una Questione Tedesca è all’ordine del giorno. «Dai primi decenni dell’Ottocento la Germania è una prodigiosa accumulazione di energie morali e materiali: un grande pensiero filosofico e storico, una galoppante rivoluzione industriale, una impressionante serie di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, una straordinaria fioritura di talenti artistici nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema e nelle arti visive. Nel 1914 il Paese ha impiegato questa ricchezza per un «assalto al potere mondiale» (come fu definito dallo storico Fritz Fischer) che si è concluso con una umiliante sconfitta. Negli anni Trenta, dopo il fallimento della Repubblica di Weimar, ha cercato di raggiungere lo stesso obiettivo con nuovi mezzi, nuove strategie, una micidiale overdose di nazionalismo razziale. E il fallimento è stato ancora più catastrofico di quello del 1918. Il terzo atto della storia tedesca comincia alla fine degli anni Quaranta. Il Paese analizza le ragioni della sconfitta, rinuncia al sogno del potere mondiale, s’impegna a espellere dal suo corpo sociale i virus dell’arroganza razziale, chiede perdono alle sue vittime e investe tutte le sue energie in un progetto economico fondato sulla necessità di evitare gli errori del passato: l’arroganza guglielmina, la fragilità economica della Repubblica di Weimar, la follia hitleriana. La conquista della grandezza economica e il trionfo del marco sono esattamente l’opposto dei progetti precedenti. Sono obiettivi di pace, non di guerra. Ma vengono perseguiti con gli stessi metodi del passato: coesione e disciplina sociale, rispetto delle regole, rigore intellettuale e soprattutto una programmazione accurata, diligente, inflessibile. Niente protegge il popolo tedesco dalle sue ricorrenti angosce romantiche quanto il sentimento di agire per realizzare un progetto minuziosamente concepito e preparato» (Corriere della Sera, 27 novembre 2011).

Qui Romano si muove lungo un solco politico-culturale ben arato. Due soli esempi. «L’uomo è lo scopo principale delle società democratiche. Invece per i tedeschi lo scopo della società è l’istituzione organizzata: il reggimento, l’esercito, la scuola, la società anonima di sfruttamento, lo Stato. L’individuo non c’entra quasi nulla. Si vive non per sé, ma per la ditta, per l’associazione, per lo Stato» (Franco Caburi, La Germania alla conquista della Russia, pp. 4-5, Zanichelli, 1918). Mutatis mutandis, questi concetti sono stati scritti anche a proposito del Giappone, e in qualche modo essi calzano a pennello per l’attuale Cina. Un’altra citazione: «Tutto il pensiero tedesco mi è apparso fasciato di acciaio e pronto all’incendio … Per quanto alta e potente la scienza teutonica ha un sapore barbarico, mentre la sapienza latina sia pur povera e modesta riluce di una iridescenza divina» (Ernesto Bertarelli, Il pensiero scientifico tedesco, la Civiltà e la Guerra, p. 3, Treves, 1916). Qui siamo addirittura allo scontro tra le Civiltà, e scommetto che molti cittadini dell’Europa Meridionale sottoscriverebbero subito le parole di Bertarelli: «La Civiltà Occidentale è nata in Grecia e a Roma, non certo nelle fredde e barbariche selve tedesche!»

Sulla scorta di Max Weber, Romano individua nel principio dell’organizzazione e nel principio di autorità la radice del «male oscuro» che fa della Germania una perenne spina piantata nel cuore stesso del Vecchio Continente, la cui ferita va ogni tanto in suppurazione, infettando l’intero organismo europeo. Ma le cose, a mio avviso, non stanno così. «La conquista della grandezza economica e il trionfo del marco» non  sono affatto l’esatto «opposto dei progetti precedenti», non sono «obiettivi di pace» che contrastano ogni scenario di guerra, come crede l’ingenuo ex ambasciatore, ma rappresentano invece quel fondamento sociale che genera sempre di nuovo una «Questione Tedesca».

1939, invasione della Polonia.

Per questo ha ragione il Wall Street Journal di ieri (Tutta colpa della Germania) quando scrive che «Per imporre la parità di bilancio la Germania non manderà la Wermacht a Roma e ad Atene», ma si limiterà a farle «vivere secondo le regole tedesche», perché la ragione è dalla parte del più forte, anche se (oggi!) ha un esercito ridicolo in confronto alla sua Potenza Sistemica. E ha ragione Die Welt, quando fa notare che verso la Germania, «un elefante al cuore dell’Europa», i Paesi europei lanciano segnali contraddittori: per un verso essi pretendono dalla Cancelliera di ferro una maggiore responsabilità, e l’abbondono delle «vecchie chiusure egoistiche»; e per altro verso stigmatizzano i suoi «diktat» che lederebbero la Sovranità e la dignità nazionali, nonché «l’esercizio della democrazia», come mostra il caso di Papandreu e di Berlusconi. Ma la Merkel lavora per il Re di Prussia, non certo per un fantomatico Re di Bruxelles: l’Europa o sarà tedesca, o non sarà! Analogamente, l’Italia del XXI secolo o sarà «Padana» o non sarà. «I tedeschi – scrive il WSJ – hanno il merito di dire la verità», e la verità è che chi ha più filo, più tesse.

Zono invine arrifato, ja!

Siamo arrivati al punto che persino la Polonia critica l’inezia tedesca intorno alla scottante questione dell’Eurobond: attenzione a non strofinare troppo la lampada della Responsabilità Tedesca!

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