IL REGIME DEL CAPITALE. DA MARX A MONTI

Lo confesso: ci sono libri che leggo solo per saziare il mio smisurato Ego. Infatti, al confronto col pensiero che li ispira, il mio, che pure non si distingue per intelligenza e originalità, appare come la feuerbachiana secrezione di un cervello geniale.  Anche mettendo sotto stretta vigilanza la magagna narcisistica di cui sopra, non c’è niente da fare: il confronto mi restituisce come un Gigante del Pensiero Sociale. So che a mia volta vengo usato per soddisfare l’altrui smisurato Ego, e non me ne lamento: chi con narcisismo colpisce…

E adesso cerchiamo di “quagliare”.

Mi sono approcciato al libro di Giorgio Cremaschi Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne (Editori Riuniti, 2010) vinto da quell’insana brama, e devo dire che l’aspettativa non è andata delusa. Tutt’altro! Un esempio: «Duemila anni dopo Cristo … il profitto viene posto ai vertici della piramide sociale» (p. 63). Qualcuno avverta Cremaschi, che pure, in quanto sindacalista, certe cose dovrebbe pur saperle, che nell’ambito del capitalismo il profitto è stato sempre ben saldo al vertice «della piramide sociale». Centocinquant’anni dopo Marx, Cremaschi scopre, nella Maligna Repubblica di Berlusconi e di Marchionne, la seguente filiera del Capitale: «Se c’è guadagno, c’è l’impresa, se c’è l’impresa c’è il lavoro, se c’è il lavoro c’è il salario e forse ci sono anche i diritti». Che scandalo! Ma da che capitalismo è capitalismo, le cose stanno esattamente così, e non potrebbero stare diversamente, e aver fatto credere ai lavoratori che nell’ambito della società basata sul profitto il lavoro salariato può costringere il Capitale a derogare ai suoi vitali (nel senso proprio della parola) interessi, magari appoggiandosi alla paternalistica benevolenza del Leviatano (vedi alla voce Debito Pubblico!), è una delle tante balle ideologiche progressiste che nel corso di questo mezzo secolo hanno avvelenato la classe dei salariati.

Il Lavoro Morto stuzzica la viva capacità lavorativa. «Non sei merce, ma prezioso capitale umano! Vieni a me, col sorriso sulle labbra!»

Nel corso della sua diuturna lotta, peraltro non priva di valore, contro «l’ideologia liberista della fine del lavoro salariato», la quale nasconde dietro la menzogna del lavoro autonomo sempre più diffuso la realtà di un’espansione planetaria del lavoro salariato (anche nei paesi a capitalismo avanzato come gli Stati Uniti), il nostro dirigente sindacale fa un’altra sconvolgente scoperta: «La distribuzione capillare delle merci, il consumismo, diventa importante come e più della produzione, i grandi centri commerciali prendono il posto delle fabbriche» (p. 32). Cremaschi fa scoperte che, evidentemente, non capisce. Infatti, «il consumismo» è una creatura generata in primo luogo dal Capitale industriale, il quale non dorme la notte (oggi la tecnologia lo permette: basta dislocare il processo produttivo allargato ai quattro angoli del mondo) per escogitare sistemi (dal marketing, la vera scienza sociale dei nostri tempi, alla ricerca tecnologica, al finanziamento del consumo produttivo e privato, ecc.) in grado di forzare sempre di nuovo la capacità di acquisto della gente, ridotta al rango di merce organica che produce e consuma merci. Il corpo degli individui ad alta composizione organica del XXI secolo è diventato un campo di battaglia commerciale. Ma già nella prima metà degli anni Quaranta Adorno e Horkheimer, per fare un solo esempio, parlavano di «Industria Culturale». Per Adorno era già allora scontato che «tutti i prodotti culturali, anche quelli non conformistici, siano incorporati nel meccanismo distributivo del grande capitale, che un prodotto che non rechi l’imprimatur della fabbricazione di massa, non possa raggiungere, in pratica, un solo lettore, spettatore o ascoltatore» (T. W. Adorno, Minima Moralia, p. 249, Einaudi, 1994). Nell’anno di grazia 2010 Cremaschi scopre «l’industria culturale»: che lungimiranza!

Fino a qual segno Cremaschi non capisca il vero significato delle sue scoperte, lo dimostra il suo rapporto con il lavoro salariato: Merce o non Merce, questo è il problema! Diamo la parola al vecchio ubriacone di Treviri: «L’operaio lavora sotto il controllo del capitalista, al quale appartiene il tempo dell’operaio … Dal punto di vista del capitalista il processo lavorativo è semplice consumo della merce forza-lavoro, da lui acquistata» (K. Marx, Il Capitale, I, p.219, Editori Riuniti, 1980). Il capitale ha come propria conditio sine qua non la natura mercificata (alienata, reificata e feticizzata) della capacità lavorativa. «Così Marx nell’Ottocento. La costituzione e il diritto del lavoro del dopoguerra antifascista si sono invece ripromessi, in certo senso, di smentire la teoria marxiana» (p. 38). Secondo Cremaschi questa «smentita» si vede soprattutto nell’Articolo 1 della Sacra Costituzione, là dove si afferma solennemente che la Repubblica democratica si fonda sul lavoro. Non c’è dubbio: sul lavoro salariato! Infatti, come sapeva lo «smentito» di Londra, la prassi del Capitale presuppone e crea sempre di nuovo il lavoro salariato; di più: è nello stesso concetto di Capitale che è radicato, sul piano storico e su quello sociale, il concetto di lavoro salariato.

Scrive Piero Ostellino: «Il lavoro è un diritto, ma ciò non toglie che esso rimanga, in economia di mercato, merce soggetta alla legge di domanda e offerta, generatrice (anche) di disoccupazione a seconda dell’andamento del ciclo economico» (Piero Ostellino, Il Corriere della Sera, 8 novembre 2011). Come sempre è dal «liberista selvaggio» che possiamo apprendere qualche brandello di verità intorno a questo mondo sussunto sotto le esigenze totalitarie dell’«economia di mercato». Analogo concetto ha espresso oggi su La Stampa Luca Ricolfi, il quale ha scritto che il nodo fondamentale da sciogliere nel nostro Paese è quello del costo dei fattori produttivi: «Produrre costa troppo», e ciò allontana i capitali nazionali e internazionali dalle attività produttive, le sole che possono innescare il superamento dall’attuale circolo vizioso che nel debito pubblico ha il suo fulcro. Per abbassare i costi di produzione, osserva giustamente Ricolfi, bisogna ristrutturare l’apparato industriale, l’organizzazione del lavoro, il sistema infrastrutturale e il Welfare, in modo da eliminare le magagne strutturali che impediscono al capitalismo italiano di sfruttare al meglio la capacità lavorativa.

Invece per l’ideologo Cremaschi, il «ritorno» del primato del profitto nei fatti economici rappresenta un retrocedere al capitalismo ottocentesco, se non addirittura al medioevo. Egli non riesce a concepire la normalità del comando capitalistico se non nei termini di un «fascismo aziendale». E sia! Ma allora «fascista» è l’intera società capitalistica, anche quella costituzionale e democratica che tanto piace al presidente della FIOM. A me sembra più corretto parlare di dominio totalitario dell’economia su tutto lo spazio esistenziale degli individui, ma non mi formalizzo: vada per fascismo sociale (democrazia parlamentare inclusa)! Marchionne si limita a fare il funzionario del Capitale nel nuovo scenario disegnato dall’ultima ondata di «globalizzazione capitalistica» (con l’ingresso nell’agone della competizione totale di Cina, India, Brasile, ecc.) e dalla crisi economica, la quale tra l’altro ha messo sotto stress la capacità dello Stato italiano di sostenere alla vecchia maniera l’economia del Paese. In un certo senso, con Marchionne finisce la Fiat corporativa sopravvissuta al fascismo, e quindi necessariamente il Sindacato corporativo e parastatale (CGIL in testa), che nel connubio tra grandi imprese e partecipazione statale ha trovato il suo più robusto sostegno, si sente mancare il terreno sotto i piedi.

«Il dovere della fedeltà, costi quel che costi, al capo dell’azienda e ai suoi principi è diventato la costituzione formale che ha sostituito in tanti luoghi di lavoro i principi della costituzione repubblicana» (G. Cremaschi, Ecco perché quello di Fiat è fascismo aziendale, Liberazione, 28 novembre 2011). Nient’affatto: trattasi di normale amministrazione capitalistica, tutelata dalla Costituzione Repubblicana e dal Diritto di questo Paese, nel quale, se non sbaglio, domina ancora quella che con pudore liberale Ostellino chiama «l’economia di mercato». In un suo libro di successo Fausto Bertinotti, teorico del «divorzio tra democrazia e mercato», si domanda: «Chi comanda qui?» Il Capitale, come sempre, come nei mitici – o famigerati – anni Sessanta e Settanta. L’ideologia «comunista» (in realtà statalista) di Bertinotti e Cremaschi è vecchia, anzi decrepita e maleodorante, perché esprime una congiuntura del capitalismo internazionale superata da almeno un trentennio. I tempi della politica e dell’ideologia in Italia sono di una lunghezza  esasperante, e anche questo si spiega con la complessa struttura sociale del Paese, diviso in almeno tre «aree capitalistiche»: Nord, Centro e Sud.

Anni ruggenti. Come gli attuali!

Come per ogni luogocomunista progressista che si rispetti, Cremaschi individua nel craxismo degli anni Ottanta «la svolta liberista internazionale che si impossessò della politica italiana» (p. 97). In realtà il «craxismo» rappresentò il tentativo, appoggiato soprattutto dalla parte più dinamica e competitiva del capitalismo italiano (quella che poi sosterrà la Lega e Forza Italia), di mettere «l’Azienda Italia» nelle condizioni di competere sul mercato internazionale venuto fuori dalla «Rivoluzione Liberista» promossa dal «binomio del Demonio» Reagan-Thatcher. Questo tandem «Controrivoluzionario» a sua volta fu necessitato soprattutto dall’irresistibile ascesa del capitalismo giapponese, che costrinse gli Stati Uniti e l’Inghilterra a ristrutturare il loro apparato industriale e finanziario, nonché il loro Welfare, ancora influenzato da sclerotiche prassi keynesiane. La pace e il consenso sociali hanno un costo che alla lunga diventa insopportabile: è la legge dell’accumulazione capitalistica, bellezza, e tu non puoi farci niente! Salvo «lotta di classe», beninteso! Solo in parte il «craxismo» riuscì a spezzare i «lacci e lacciuoli» dell’anchilosata struttura capitalistica italiana, e alla fine rimase schiacciato nel gioco «partitocratico» amministrato soprattutto dalla DC e dal PCI. Tutto questo non è affatto acqua passata, ma ci parla dell’attuale vicenda politico-sociale.

INDIGNARSI DI MENO, CAPIRE DI PIU’!

«Il capitalismo occidentale sta divorziando dalla democrazia, se si vuole salvare la seconda bisogna mettere in discussione il primo» (G. Cremaschi, Se il capitalismo divorzia dalla democrazia, Liberazione, 21 novembre 2011). Abbiamo capito: Cremaschi vuole meno capitalismo privato e più capitalismo di Stato, il quale rappresenta il solo orizzonte sociale e politico che i «comunisti italiani» (ossia i nipotini dello stalinismo italiano, da Gramsci in poi) riescono a concepire. Nel momento in cui il «Governo di responsabilità nazionale» ci chiede di versare lacrime e sangue sull’altare del supremo «Bene Comune» chiamato «Paese», faremmo cosa massimamente utile a noi stessi se abbandonassimo precipitosamente ogni illusione costituzionalista e democraticista, e organizzassimo i nostri interessi di salariati e di «classe media» sempre più declassata, almeno con la stessa «coscienza di classe» e con la stessa aggressività dimostrata dal «nuovo padronato» guidato da Marchionne e da Berlusconi. Pardon, da Monti. Meno indignazione e più «coscienza di classe», per favore!

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