INNOCENTI EVASIONI… A chi giova il Grande Fratello Fiscale?

Com’è verde la mia tasca!

«Pagare tutti per pagare meno» è da sempre il mantra del cittadino onesto e ben disposto verso il Bene Comune, pregevole categoria sociologica verso la quale sono, come sa chi bazzica dalle mie parti, “antropologicamente” renitente. Diciamo che sono un cittadino diversamente onesto… D’altra parte, sul piano fiscale ho davvero poco da temere, per mancanza di materia prima pecuniaria; per cui non è il volgare interesse materiale – ahimè! – che mi fa parlare contro il Regime Fiscale passato, presente e futuro.

Quel mantra è soprattutto popolare presso il «popolo di sinistra», avvezzo al culto del Leviatano sin dalla nascita, grazie ai sacerdoti dello Statalismo di osservanza «comunista», e poi «postcomunista». «Ricorda Compagno che lo Stato siamo noi!» Non c’è dubbio: «lo Stato siamo noi» nel senso preciso che siamo noi a finanziarlo, attraverso tasse e balzelli di vario, e molte volte persino grottesco, tipo. Non solo lo Stato rappresenta gli interessi generali della classe dominante (prerogativa che a volte lo pone contro gli interessi che fanno capo a singoli gruppi e a singole fazioni di quella classe: proprio la scottante questione fiscale genera questa “dialettica” intercapitalistica); ma come se non bastasse il potere materiale, ideologico e morale dei dominanti fa sì che i dominati assumano il loro punto di vista sullo Stato. Alludo all’ideologia pattizia secondo la quale lo Stato democratico sarebbe uno strumento socialmente neutro posto al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza sociale: come Dio, il Sovrano tratta il ricco e il povero  alla stessa stregua.

Terrorismo fiscale. A chi giova?

E l’onesto cittadino aderisce con piacere a questa «religione civile», non per un difetto di intelligenza, ma in grazia di una grave indigenza sul piano della Coscienza. Così, invece di “indignarsi” dinanzi alle terroristiche campagne televisive anti evasione fiscale («L’evasore non è un tipo furbo, ma un ladro!», «Chi evade le tasse ruba anche te: digli di smettere! Anzi: denuncialo!»), il buon uomo applaude rumorosamente, forse perché ha qualche peccatuccio fiscale da farsi perdonare… «Oggi non ho chiesto al panettiere lo scontrino fiscale per quelle due pagnotte: Dio come mi sento ladro!» Mutuando una vecchia canzone di Vasco Rossi do un consiglio al cittadino onesto alle prese con il senso di colpa fiscale: fottitene dell’etica della responsabilità, ha fatto più vittime Kant del petrolio! L’etica della responsabilità rappresenta il manganello del Sovrano che ci minaccia da dentro, dagli abissi della «Legge Morale», e che ci obbliga a essere complici di una realtà che ci nega sempre di nuovo libertà e umanità.  Sennonché, il Leviatano è sempre affamato, e bisogna sfamarlo!

M’indigno!

L’ex Cavaliere Nero di Arcore soleva dire che se la pressione fiscale supera una «certa soglia naturale», il contribuente si sente moralmente legittimato ad evadere il fisco. Per questa ovvietà risaputa da sempre e in ogni parte del mondo, il Gran Puttaniere riceveva puntualmente le reprimende dei fiscalmente corretti: «Qui si istiga al ladrocinio!» Eppure la teoria economica e, soprattutto, la prassi parlano il rozzo linguaggio dello Statista meneghino. Per la teoria, basta leggere Giulio Einaudi, tanto per non scomodare personaggi di più alto lignaggio scientifico; per la prassi, basta chiedere agli artigiani, ai lavoratori autonomi, alle piccole e medie imprese, e via di seguito. Appena la Guardia di Finanza ed Equitalia si muovono, centinaia di partite iva vanno in malora. Che la pressione fiscale ha raggiunto in Italia livelli assai critici, lo riconoscono tutti, anche perché la magagna è vecchia quanto la Repubblica «nata dalla resistenza». Il «miracolo economico» postbellico in una non trascurabile misura è stato reso possibile anche dalla vasta area (industriale e commerciale) di evasione ed elusione fiscale verso la quale lo Stato mostrava una certa paternalistica comprensione. Bassi salari e «lavoro nero» hanno fatto la fortuna del capitalismo italiano negli anni Sessanta e successivamente, come nel caso dei distretti industriali del Nordest. La stessa agricoltura italiana è riuscita a mantenersi competitiva in certi settori solo grazie all’evasione fiscale e al lavoro nero, anche nell’accezione “razziale” del concetto. Quando Craxi, negli anni Ottanta, decise di far pesare anche «l’economia sommersa» nel calcolo del PIL, si scoprì che il Bel Paese stava davanti all’Inghilterra nella classifica dei Paesi più industrializzati del mondo: dopo il Mundial madrileno, un’altra gran bella soddisfazione per i colori nazionali!

Insomma, per la scalcinata struttura capitalistica italiana, l’evasione fiscale non è stata, e non è, un’aberrazione, ma uno dei modi in cui l’Azienda Italia ha fatto fronte alla competizione sistemica con ben più organizzati ed efficienti capitalismi. Ma due anime agitano da sempre il Leviatano tricolore: una brama ficcare le orribili zampe del mostro in ogni tasca e in ogni forziere, alla ricerca di risorse con le quali finanziare un Welfare sempre più costoso e insostenibile, nonché una macchina burocratica sempre più obesa e inefficiente; l’altra, più “filosofica”, è ben cosciente che tirare troppo la corda fiscale equivale a strozzare migliaia di «soggetti economici» che fanno “muovere” il PIL e danno occupazione, ancorché «nera» o non del tutto in linea con i parametri della legalità. La crisi del debito pubblico costringe l’anima riflessiva al silenzio, anche perché la politica deve in qualche modo saziare il «bisogno di equità» della gente sempre più torchiata dallo Stato. La classe dominante sa come alimentare l’invidia sociale dei nullatenenti e individuare il capro espiatorio da sacrificargli sull’altare del «Bene Comune». Va bene i sacrifici, purché siano equi!

Lei è fiscale, s’informi!

L’onesto contribuente crede davvero che l’Evasore sia il suo nemico mortale (a pari merito con lo Speculatore e il Banchiere), e collabora attivamente con il Leviatano al giro di vite nella sua macchina che tutto controlla e sanziona. È il caso dell’introduzione del denaro elettronico per le transazioni superiori ai mille euro. È stato osservato che nei Paesi più sviluppati il denaro cartaceo non circola quasi più, è roba sorpassata, buona per l’elemosina ai barboni, o per comprare un gelato ai bimbi. Certo, chi aspira a un capitalismo più moderno e fiscalmente irreprensibile ha ragione da vendere nel farlo notare. In effetti, oggi la lotta all’evasione fiscale ha tre target: 1. calmare la rabbia della gente tartassata, la quale ha bisogno di credere che tutti pagheranno la crisi (soprattutto «i ricchi»), e che domani, regolati i conti con gli evasori, il peso fiscale che grava sui «contribuenti onesti» inizierà a diminuire; 2. drenare risorse da destinare alla famelica macchina statale e 3. contribuire alla ristrutturazione del capitalismo italiano, la cui concorrenzialità sconta limiti molteplici e di vecchia data. Uno di questi limiti è rappresentato dalla stessa macchina statale, la cui struttura elefantiaca e le cui funzioni burocratiche da tempo non favoriscono i settori più produttivi, innovativi e dinamici del Paese, ma anzi ne frenano la spinta concorrenziale. Più che la lotta all’evasione fiscale, il vero problema è la lotta alla spesa pubblica improduttiva, la quale incide assai negativamente sul meccanismo di ripartizione del plusvalore smunto ai lavoratori.

Scriveva Ashoka commentando le «considerazioni finali» di Mario Draghi del giugno 2010: «Facciamo bene attenzione a ciò che ha appena detto Draghi. La manovra serve a ridurre la crescita della spesa pubblica a “solo” l’1% mentre nei dieci anni precedenti questa è invece cresciuta in media del 4,6%. Non solo ma sempre nello stesso periodo, in cui i governi in carica hanno propagandato la favola di un disimpegno dello Stato dalla vita dei cittadini, di sacrifici da fare per contenere la spesa pubblica nei parametri, giudicati eccessivi, imposti dal trattato di Maastricht, della privatizzazione di servizi prima forniti dallo Stato, di tagli e sforbiciate a sanità, istruzione e ricerca, bene proprio in quest’ultimo decennio il peso dello Stato nell’economia è aumentato di 6 punti in rapporto al PIL. Che cosa vuol dire? Che mentre ci raccontavano la favoletta del “pagare tutti per pagare meno” il conto da pagare continuava a salire inesorabilmente, come un parassita che lentamente divora il suo ospite» (Pagare tutti per pagare meno?,  dal sito Usemlab, economia e mercati, 5 giugno 2010). Il «parassita» ha i mesi contati?

Il Quarto Reich Tedesco è democratico, non nazista.

Mario Monti ha quindi ragione quando dice che i sacrifici bisogna farli per il bene del Paese, e non per che ce li chiede l’Europa (leggi: la Germania). Semmai, il bastone tedesco deve servirci da sprone: dobbiamo diventare un po’ tedeschi per meglio fare gli interessi dell’Azienda Italia. «Non ci conveniva diventare tutti Lombardi venti anni fa?», domanda con qualche ragione il leghista. Ecco perché sbaglia completamente l’analisi della situazione chi vede nel Governo Monti non più che un servo sciocco della BCE e del Sistema Finanziario Mondiale. Si pecca in superficialità e ingenuità.

Del fisco me ne infischio!

Per come la vedo io, lavoratori e classe media tartassata sbagliano di grosso se si lasciano coinvolgere nella patriottica gara a chi è più fiscalmente onesto: si tratta, all’opposto, di battersi contro il torchio del Capitale e del Leviatano, almeno con la stessa coscienza e determinazione che l’uno e l’altro esibiscono nell’opera di sfruttamento e di scuoiamento dell’onesto cittadino.

Ribellarsi all’oppressione padronale e fiscale non è giusto, è necessario! La richiesta di «maggiore equità» nella somministrazione dei sacrifici è finalizzata, per un verso a spezzare la già fragile capacità di resistenza delle classi subalterne, e per altro verso a mobilitarle nella lotta intercapitalistica (ad esempio, quella che vede gli «onesti» capitalisti industriali contrapporsi agli interessi degli «avidi e irresponsabili» speculatori). È la stessa «logica dei sacrifici» che va respinta al mittente, senza peraltro avventurarsi in scivolose «contromanovre finanziarie» che fin troppo facilmente prestano il fianco alle strumentalizzazioni di questa o quella fazione capitalistica, di questo o quel partito «responsabile e onesto». La strada che mena ai sacrifici  duri ma «equi e solidali» è asfaltata con tante buone intenzioni.

Leggere il mondo a testa in giù!

Nel suo ultimo saggio Sabino Cassese mette in luce la robusta continuità politico-istituzionale e sociale tra le diverse vicende storiche del Paese: tra la situazione postunitaria e quella preunitaria, tra il fascismo e lo Stato liberale, tra la Repubblica Democratica e il fascismo, tra la cosiddetta «Seconda Repubblica» e la «Prima». Egli lamenta una statualità debole, perché troppo invischiata in una prassi compromissoria che ha fatto dell’elusione, dell’evasione e della deroga al Diritto e all’etica il suo tratto distintivo. «In Italia è la società che domina lo Stato. Lo Stato è assente» (L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, 2011). Nient’affetto: ovunque nel mondo il Sociale domina sul Politico, il quale non può fare a meno di esprimere, in una forma più o meno adeguata, la situazione reale della «società civile», ossia la struttura di classe di un Paese e i conflitti sociali che in esso prendono corpo – a cominciare da quelli che nascono nello stesso seno delle classi dominanti intorno alla spartizione del bottino e alla direzione politico-ideologica dello Stato. Ciò che Cassese, sulla scorta di un astratto modello giuridico, sociale ed etico, registra come «statualità debole», in realtà è stato il modo in cui le classi dominanti e i gruppi politici dirigenti di questo Paese hanno cercato di esercitare e amministrare il loro potere a partire da rendite di posizione assai consolidate e radicate nel «Paese profondo», rispetto alle quali neanche alcuni settori delle classi subalterne sono, per così dire, innocenti: basti pensare ai lavoratori impiegati nello Stato, nel parastato e nelle grandi imprese assistite dal denaro pubblico. Quanto robuste e difficili da smantellare siano queste rendite parassitarie, lo testimonia la prima «manovra» montiana, la quale ha eluso l’enorme questione del costo dello Stato e del Welfare.

Ma le esigenze dell’accumulazione capitalistica spingono sempre più fortemente nella direzione di una radicale e drammatica ristrutturazione della società italiana, e il Diktat tedesco dà grande forza a questo «programma riformista». Quando la pannelliana Rita Bernardini, esponente di punta del solo partito che in Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di una «radicale» ristrutturazione della società italiana (in campo economico, politico, istituzionale, ecc.) afferma che «La più grande equità è quella di non far fallire il Paese» (La Stampa, 8 dicembre 2011), esprime esattamente la verità dal punto di vista del Paese, ossia delle classi dominanti. Manca ancora, e sempre più tragicamente, la verità elaborata a partire dal punto di vista delle classi subalterne.

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