ANALISI LOGICA DELLA SITUAZIONE

A quattro anni dalla sua entrata in scena, la crisi economica internazionale non sembra proprio intenzionata a togliere il disturbo. Anzi, col passare del tempo sembra averci preso gusto, a impazzare sulla scena sociale, e mese dopo mese non smette di sorprenderci con le sue inquietanti performance. Nata ufficialmente – e apparentemente – come crisi finanziaria, essa ha ben presto mostrato il suo aspetto industriale, e da ultimo ama vestire i panni del Debito Sovrano, sempre sul punto di trascinarci nel baratro del default. Considerata la sua dimensione sociale, la sua profondità strutturale e la sua durata, la crisi economica doveva necessariamente investire la sfera politico-istituzionale dei diversi Paesi, mettendo a dura prova vecchie categorie, quali l’autonomia del politico, la democrazia, lo Stato-Nazione.

Un altro keynesiano che piange sulla democrazia versata…

Chi ha in pugno lo scettro del Sovrano, la Politica o i «Mercati»? In Europa comanda «il Popolo», attraverso i suoi rappresentanti democraticamente eletti, ovvero, nell’ordine, la Germania «prussianizzata», la Banca Centrale Europea, i soliti – e fantasmagorici – «Mercati», la Tecnocrazia? Regge ancora il concetto e la prassi dello Stato-Nazione nel mondo globalizzato del XXI secolo, sempre più rigato da interessi e da potenze (economiche, politiche, sistemiche) sovranazionali?

A parere di chi scrive, chi continua a parlare genericamente di «Mercati» svela tutta la sua abissale incomprensione del meccanismo economico-sociale chiamato capitalismo. I «Mercati», di qualsivoglia natura essi siano, non sono mere tecnologie economiche al servizio dell’umanità, salvo «errori», «aberrazioni» e «abusi», sempre possibili nel mondo concreto: (l’imperfezione umanizza la tecnica, si dice); essi sono soprattutto la fenomenologia di peculiari rapporti sociali radicati nel processo di formazione e di distribuzione della ricchezza.

CHE PAURA!

Chi, invece, versa calde lacrime sulla democrazia (o sulla politica tout court) «sospesa» o «commissariata» dai cosiddetti poteri forti nazionali e transnazionali, mostra la sua ingenuità e le sue illusioni rispetto a un regime sociale che da sempre è stato dominato dai funzionari (economici, politici, ideologici, spirituali, ecc.) del Capitale. Quest’ultimo, a sua volta, non è un demoniaco complotto finanziario, non è la Spectre né lo Stato Imperialista delle Multinazionali, ideologico concetto tornato di moda presso alcuni vecchi tromboni nostalgici dell’estremismo «Rosso» (in realtà solo Rozzo!) degli anni Settanta; esso è, in radice, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, qualcosa di immateriale che viene prima del denaro e delle merci, e che rende possibile l’esistenza dell’uno e delle altre. In questo peculiare senso Marx scrisse che «il capitale è una potenza sociale, non è una potenza personale».

A differenza di quanto sostengono i tifosi del capitalismo di Stato e del dirigismo vetero o post keynesiano, l’attuale crisi economica non sancisce il fallimento delle «politiche neoliberiste» sponsorizzate dalla «bieca destra reazionaria»; la crisi è infatti immanente al concetto stesso di Capitale, e la prassi capitalistica degli ultimi due secoli conferma questa fondamentale nozione. Espansione e contrazione, creazione e distruzione di valori («capitale umano» compreso): è così che la bestia respira, e per vederla rantolare ci vuole ben altro che un crollo dei suoi meccanismi puramente economici.

Nel momento in cui lo strapotere degli interessi economici (cristallizzati nella forma-denaro e nella forma-merce) annichilisce qualsiasi barlume di umanità e di autonomia degli individui, i quali esercitano il loro cosiddetto «libero arbitrio» dentro i confini di uno spazio esistenziale che somiglia a una prigione; in questo contesto la democrazia mostra la sua reale dimensione storica e sociale, la sua natura di forma politico-ideologica del dominio sociale vigente. Con o senza democrazia gli individui in generale, e le classi subalterne in particolare, non hanno alcun potere reale, e la loro «libertà politica» si estrinseca nella periodica e sempre più rituale “scelta” del personale politico che deve amministrarli, condurli, controllarli e, se del caso, reprimerli.

È soprattutto in tempi di crisi economica acuta, quando le potenze sociali si scaricano con particolare brutalità sulle classi che vivono di salari e sul ceto medio declassato e impoverito, che gli individui intuiscono di non aver mai contato niente per ciò che concerne l’essenziale nella vita di un Paese, di essere stati solo dei numeri, dei codici fiscali, delle risorse economiche («capitale umano») da sfruttare o da scartare, secondo la «congiuntura economica». Le illusioni coltivate ingenuamente e ostinatamente nel corso di una vita mostrano tutta la loro vacuità, ed evaporano come gocce di acqua gettate sul fuoco. Ed è precisamente a questo punto che la crisi economico-sociale si apre alla possibilità di eventi radicali, fecondi di nuova storia. Altro che passaggio dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica»!

Certo, si tratta di vedere il senso, la direzione e la natura di quegli eventi; ma si tratta anche, e per chi scrive soprattutto, di avere voce in capitolo su quel senso, su quella direzione, su quella natura. Ciò che scrivo su questo Blog non ha altro significato se non quello di dare forza a questa eccezionale possibilità, a prescindere da quanto distante sia oggi l’Avvento dell’Evento, se mi è permesso civettare con la teologia. Anche perché solo pensarla, questa possibilità, rappresenta ai nostri tempi quasi un miracolo. Ciò che comunque è certo, è che i corifei della democrazia e i teorici del «conflitto sociale» come esercizio della «vera democrazia» avvelenano sempre di nuovo i pozzi dell’iniziativa autonoma delle classi subalterne e di chiunque avverta in qualche modo il disagio di vivere nella Civiltà a misura di Capitale.

Evidentemente depresso dalla crisi economica internazionale, nel suo intervento alla tavola rotonda organizzata la scorsa settimana da Altra Mente e dall’Associazione Rosa Luxemburg (povera Rosina!) per discutere sul «perché la Sinistra europea ha perso», un “post comunista” si è lasciato scappare il seguente lamento: «Il comunismo ha perso. Se adesso perde anche il capitalismo, cosa ci resta?» Ai nipoti, più o meno “critici”, di Stalin, Mao, Togliatti e Berlinguer consiglio una bella eutanasia di gruppo (che costa pure meno: in tempi di crisi…); agli altri ho da comunicare una bella notizia: il Comunismo, in quanto comunità umana, non ha perso semplicemente perché non ha mai giocato. Per dirla con l’ex Cavaliere Nero di Arcore, il Comunismo non è mai sceso in campo.

A Natale puoi regalarti questa eccezionale verità storica comprando Lo Scoglio e il mare. Come dice la nota canzoncina che allieta i cuori dei consumatori (e i profitti delle aziende), A Natale si può capire di più, a Natale puoi, se vuoi!

 

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