SOTTO IL PELO DELL’ACQUA

Nella sua interessante inchiesta (pubblicata dall’Internazionale, 23/29 Dicembre 2011), Die Zeit parla di «Fine del Capitalismo». Ai tedeschi è sempre piaciuto scherzare con la catastrofe, forse per esorcizzarne la perenne imminenza – e immanenza. Nel 1930 Ferdinand Fried (pseudonimo di Ferdinand Friedrich Zimmermann, futuro programmatore economico del Nazismo) pubblicava La fine del capitalismo, e individuava nella «Filosofia del denaro» la causa del pervertimento economico ed etico che aveva portato la società capitalistica al tramonto. «Il ricco, l’uomo che ha molto denaro, sogna un paradiso della rendita fissa garantita; il povero invece, trova, come disse Max Weber, “la sua posticcia felicità nel grande emporio di merce» (La fine del capitalismo, p. 50, Bompiani, 1932). Fried si fece sostenitore del ritorno all’artigianato, perché «l’artigiano imprenditore produce una merce con amore e abnegazione», mentre il capitalista fa parlare solo il prezzo e insegue ossessivamente il profitto, prescindendo da qualsivoglia considerazione. L’artigiano «cerca di soddisfare un bisogno esistente», il capitalista «lavora lusingando le cupidigie che sonnecchiano nell’uomo». Naturalmente l’«americanismo», concetto equivalente a quello oggi di gran moda di «liberismo selvaggio», venne additato dall’intellettuale tedesco come il paradigma del nuovo capitalismo senz’anima e senza umanità che aveva portato la Civiltà Occidentale al disastro della Crisi di tutti i valori, non solo di quelli azionari.

Lo stesso anno John Maynard Keynes scriveva Prospettive per i nostri nipoti, un breve saggio “visionario” nel quale tra l’altro si legge quanto segue: «L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali» (tratto da La fine del “laissez faire” e altri scritti economico-politici, Bollati Boringhieri, 1991). In poche parole, uno dei maggiori esponenti della Scienza Economica individuava nel denaro un mero strumento al servizio dei «piaceri della vita», e non l’espressione più alta e peculiare dei rapporti sociali capitalistici, basati su quello sfruttamento del lavoro sociale da parte del Capitale che appunto nella forma denaro trova la sua naturale cristallizzazione. A ragione Marx individuò nel denaro come equivalente universale delle merci (e quindi come espressione-rappresentante del lavoro sociale astratto), nel denaro che tutto misura e che tutto compra, la quintessenza del feticismo (vedi La Cosa ha il Diavolo in corpo! e Denaro-Denaro-Denaro: feticismo al cubo).

Nelle Prospettive Keynes si augurava che, nel momento in cui «i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua», l’economia venisse sottratta alla cura di gente impreparata per diventare «un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso». Molto tempo è passato dalle previsioni dell’economista inglese, e la reputazione degli economisti presso l’opinione pubblica mondiale non è mai stata di così infimo conio. Solo il pensiero che essi possano mettere davvero le mani sulle leve del comando fa venire il mal di denti. Come ho più volte scritto su questo Blog, dove esiste il Denaro – forma suprema del Capitale – non può esistere l’Uomo, e viceversa. Si tratta, a mio avviso, di portare al potere «i piaceri della vita», e configurare l’intera esistenza umana (a partire dalla prassi economica) sulla base dei bisogni umanizzati. Certo, se uno pensa, con Keynes, «che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no», le mie Prospettive devono necessariamente apparire assurde.

Ottant’anni sono trascorsi dagli anni più bui della grande depressione seguita al crack del ’29, eppure il dibattito sull’attuale crisi economica internazionale sembra avvitarsi intorno agli stilemi concettuali appena richiamati. La prosa si è fatta più sofisticata e apparentemente meno intrisa di ideologia, ma al fondo i concetti masticati son sempre quelli, e la crisi viene spiega soprattutto tirando in ballo magagne rintracciate al di là del meccanismo dell’accumulazione. I mercati, scrive ad esempio Die Zeit, sono stati saturati dal crescente consumo finanziato col debito. Vero. Ma questa è solo una parte del discorso, è solo un pezzo della filiera del profitto e della crisi. La parte essenziale, il tratto iniziale della filiale, ossia il processo di produzione di valore attraverso l’uso sempre più intensivo e scientifico della capacità lavorativa, questo vero e proprio lato oscuro dell’economia non viene illuminato. E invece è proprio lì che bisogna puntare i riflettori, se si vuole comprendere la crisi nella sua essenza capitalistica, se si vuole cogliere ciò che accade «sotto il pelo dell’acqua». Infatti, il crescente consumo finanziato col debito privato e pubblico ha nel capitale industriare il suo più potente impulso, perché è soprattutto nell’interesse di quel capitale espandere sempre di nuovo i limiti del mercato. E lo fa in modo sempre più scientifico, ampliando mostruosamente – nell’accezione filosofica e non moralistica del termine – la capacità di consumo degli individui, ridotti a esseri bulimici che nella merce si identificano sempre più totalmente e necessariamente. Ingoiare fino a scoppiare! è l’imperativo categorico del Capitale, il quale ha un rimedio anche per chi fa indigestione e avverte tutto il disagio di una «condizione umana» interamente impigliata nel meccanismo sociale orientato verso il maggior profitto possibile. Infatti, mai così ricco di articoli in offerta speciale è stato il mercato delle religioni, della spiritualità, delle “filosofie”, dei rimedi farmacologici e psicologici, e così via. Ammacca e ripara. Qualsiasi bisogno capace di pagare non ha che da recarsi «nel grande emporio delle merci», materiali e immateriali. La stessa differenza proposta da Keynes tra «bisogni assoluti» (quelli connessi alla sopravvivenza fisica degli individui) e «bisogni relativi» (quelli legati al «desiderio di superiorità», ossia al prestigio, all’autopromozione, alla simulazione, al «consumo vistoso», ecc.) non regge più alla prova del Capitalismo del XXI secolo. Per la verità essa non aveva molto senso già all’epoca in cui l’economista britannico elaborava le sue teorie, e solo l’irruzione della depressione economica mondiale le conferì una qualche decorosa apparenza.

Zygmunt Bauman, teorico della Vita Liquida

Anche Zygmund Bauman, il teorico della Vita Liquida, batte i soliti tasti della critica al consumismo: «Consumare di più è la nuova religione», con ciò che ne segue anche in termini di sostenibilità ambientale, disagio esistenziale e quant’altro. Siamo passati dalla «società solida dei produttori, alla società liquida dei consumatori». Un tempo il profitto scaturiva «dall’incontro tra capitale e lavoro», oggi viene fuori dal consumo delle merci. «Il potere è il consumo» (intervista a Z. Bauman di Giuliano Battistin, Micromega, 8/2011). No caro sociologo di fama mondiale: il Potere Sociale che ci maltratta in ogni senso continua a chiamarsi Capitale, sans phrase, Capitale in quanto rapporto sociale che fa degli individui mere «risorse umane» da sfruttare come produttori e come consumatori, e delle merci puri contenitori di valori di scambio da realizzare. Consumare di più è sempre stata la «religione» imposta dal Capitale, e in ogni epoca troviamo i soliti intellettuali che se ne lamentano. Bisogna mettere il naso sotto il pelo dell’acqua. Ci si bagna, ma si comprende di più.

Ancora una volta Benedetto XVI ha ripetuto che l’errore fondamentale commesso dall’uomo, che spiega anche la crisi economica, è stato quello di aver voltato le spalle al Signore Misericordioso, e di aver guardato solo a se stesso. Ma la Scienza, la Tecnica e il successo economico non potranno mai parlare al cuore dell’uomo, il quale finisce per smarrire anche la strada della retta prassi economica. La mia “Teologia Politica” osserva invece che il mondo non sta pagando l’assenza di Dio, ma quella dell’Uomo. Mi creda Santità Eminentissima: se l’Uomo non esiste, tutto il peggio è possibile, anche la macellazione di ebrei, di cristiani e di atei nelle camere a gas, nelle città bombardate dalle fortezze volanti, nei gulag e ovunque la voce dell’Uomo non ha modo di farsi sentire. Per questo mi permetto umilmente di tradurre nei termini di una Rivoluzione Sociale la Trascendenza che Lei, dall’alto del Santissimo Scranno Romano, evoca Urbi et Orbi come rimedio impellente per salvarci dal materialismo di un mondo sempre più mercificato. Solo rapporti sociali umanizzati possono rendere del tutto superfluo, anzi inconcepibile, l’attuale Mondo-Merce.

«Mi sa tanto che finisco prima io!»

Alla fine della sua interessante inchiesta Die Zeit si domanda, del tutto retoricamente, se esiste un’alternativa al Capitalismo. C’è bisogno di svelare la risposta? Eccola, comunque: «Le alternative al capitalismo sono naufragate perché si sono rivelate meno efficaci di esso». Ovviamente la rivista tedesca si riferisce al «socialismo reale», il quale di reale aveva solo la sua natura sociale capitalistica. Ma a pensarla così siamo in quattro gatti. Pazienza!

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