ABOLIRE IL CAPITALISMO

Vasto programma...

Nel suo articolo di oggi Barbara Spinelli evoca già nel titolo il famoso saggio di Ernesto Rossi Abolire la miseria, scritto nel 1942 durante il suo soggiorno al confino di Ventotene. Abolire la miseria: vasto programma, avrebbe detto qualcuno. Ecco cosa scriveva Rossi: «Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale». Combattere la miseria significava per l’intellettuale casertano dare a tutti nutrimento, alloggio, vestiario, sanità, istruzione, affinché l’indigenza non precipitasse le masse in uno stato di frustrazione e disperazione, acqua nella quale nuotano i pesci della demagogia, del totalitarismo e della guerra. Nello stesso anno William Beveridge approntava il piano governativo del Welfare, con il quale la classe dominate inglese si pose non solo il problema di come gestire al meglio contraddizioni sociali diventate troppo onerose sul piano dello status quo, ma anche – e soprattutto – quello di supportare  il processo di accumulazione capitalistico in una fase critica della storia inglese.

Dalla marcia per il lavoro alla marcia contro il nemico del Bene Comune il passo è breve

Sotto questo aspetto è opportuno ricordare, a scorno dei «keynesiani 2.0», come Keynes non pose mai il Welfare nei termini dell’ammortizzatore sociale (ad esempio, come gestione non conflittuale del gap nord-sud nel caso italiano), bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto spontaneamente. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente – in quanto esponente di punta della classe dominante – si preoccupò della disoccupazione del capitale, per risolvere la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Su scala mondiale queste condizioni si realizzarono con l’ingresso della società capitalistica nella seconda guerra mondiale.

La crisi del Welfare si deve soprattutto al fatto che a un certo punto esso è stato usato come un ammortizzatore sociale, a partire dal quale si è generato un sistema sociale (politica inclusa) estremamente parassitario dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica, la quale, occorre ricordarlo, è la fonte originaria della ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica. Ecco perché il cosiddetto «neoliberismo» non rappresenta un ritorno indietro, come pensano i progressisti che teorizzano sacrifici «duri ma equi», ma è l’espressione più genuina della presente sofferenza del meccanismo capitalistico.

Giustamente Giuliano Ferrara ridicolizza il mantra progressista dell’equità, il quale nega l’evidenza di un modo di produzione che per svilupparsi deve creare squilibri e iniquità d’ogni sorta, che sta poi alla società nel suo complesso cercare di gestire nel migliore dei modi. Volere lo sviluppo economico senza le “magagne” che necessariamente esso comporta, come dimostrano i capitalismi più dinamici e virtuosi, significa condannarsi alla stagnazione e alla decrescita. Ecco come parla un esponente della classe dominante che non cerca di addolcire la pillola amara della prassi capitalistica con il luogocomunismo progressista. Marx scrisse la Miseria della filosofia proprio per dimostrare come fosse teoricamente ridicolo e praticamente chimerico separare il «lato buono» del capitalismo da quello «cattivo»: conservare il primo ed eliminare il secondo significa semplicemente «liquidare di colpo il movimento dialettico» (antagonistico) della società capitalistica. Senza considerare che il cosiddetto «lato buono», ossia lo sviluppo economico, si risolve nello sfruttamento sempre più intensivo della capacità lavorativa fisica e intellettuale.

Peraltro c’è da dire che il concetto marxiano di indigenza non ha un significato volgarmente materiale, ma esistenziale nell’accezione più radicale (sociale) del termine. E non può essere altrimenti, nella società nella quale tutti i bisogni, i desideri e i sogni devono incrociare il denaro e la merce. Quel concetto non ha nulla a che fare col pauperismo assoluto di carattere fisiologico (mancanza di alimenti, di alloggio, di vestiario, ecc.): per Marx, infatti, la miseria dei salariati cresce necessariamente perché sempre più produttivo si fa il loro lavoro. La miseria della quale egli tratta non ha mai il carattere assoluto che gli hanno attribuito i detrattori per meglio “confutarne” le «tesi palingenetiche». Anche se nelle crisi economiche devastanti il relativo tende a incrociare l’assoluto, e appunto di questa inquietante tendenza si fa voce Barbara Spinelli.

Sorrisi progressisti

La paura di perdere le briciole ottenute al prezzo di grandi sacrifici può innescare nelle masse un rigetto di quel progetto europeo che, secondo la Spinelli, rappresenta la sola àncora di salvezza per il Vecchio Continente. «Se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell’odio dell’altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che “muoiono così tardi”)» (B. Spinelli, Abolire la miseria, La Repubblica, 28 Dicembre 2011). La crisi di oggi non è una «sorta di guerra»: è la guerra tipicamente capitalistica, la quale non di rado, a causa della sua gravità e della sua dimensione geoeconomica, assume la forma dello scontro bellico tra Nazioni. La vita stessa all’interno di questa società disumana è una vera e propria guerra per la sopravvivenza, con lo scarto dei mal riusciti al reparto Controllo di Qualità. La Spinelli invoca «più Europa» senza capire che ciò deve tradursi necessariamente in «più Germania», e da vecchia militante progressista se la prende con gli slogan antieuropeisti della Lega e con l’antieuropeista «offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute». Le tasse sono belle, diceva la buonanima di Padoa-Schioppa. È proprio il caso di dirlo: miseria dei progressisti!

La Miseria si arrende!

Per Ernesto Rossi «la miseria non è il risultato necessario del sistema capitalistico, e proprio per questo occorre tenere i capitalisti lontani dalla tentazione di credere che la povertà di alcuni strati della popolazione sia la condizione dello sviluppo economico generale, oltre che delle loro private fortune. Per questo occorre trovare il coraggio di predisporre un programma per abolire la miseria» (Rassegna sindacale, n. 14, Aprile 2002) . Per come la vedo io, si fa prima ad abolire il Capitalismo. E non ne parliamo più!

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