SI FA PRESTO A DIRE “SINDROME DI STOCCOLMA”! La scabrosa verità difesa da Natascha Kampusch

Adattarsi è l’unica reazione giusta, perché assicura la sopravvivenza. Il panico lasciò il posto a un certo pragmatismo (Natascha Kampusch, 3096).

 

 

La drammatica vicenda di Natascha Kampusch, la bambina austriaca rapita nel 1998 alla periferia di Vienna da Wolfgang Priklopil, e rimasta in sua balia per la bellezza – si fa per dire – di 3096 giorni in una squallida cantina sotterranea di Strasshof, mi apparve subito degna di considerazioni non banali di vario genere. Considerazioni sociologiche, filosofiche e psicologiche, in primo luogo. Ciò che soprattutto mi colpì fu la ritrosia dell’ex prigioniera ormai donna di aderire agli schemi e agli stilemi concettuali già confezionati dai media, dai sacerdoti della salute mentale, dai politici e da quanti a vario titolo si occupano di dare un senso a un mondo che fa del nonsenso la sua cifra peculiare.

Natascha resisteva, e con ostentata ritrosia, dinanzi alle domande suggestive, per usare il gergo dei tribunali, che le suggerivano risposte scritte su un copione mille volte usato in analoghe circostanze. «Non hai che da recitare la tua comoda parte di vittima. In fondo non è difficile!» E invece no! Con grande scandalo la Vittima si rifiutava di collaborare con il grande esorcismo nazionale, di aderire a un mondo ancora una volta preconfezionato, e scappa, come fece quel 24 agosto del 2006 per sottrarsi al suo rapitore, un paranoico della disciplina, dell’ordine e della pulizia. Addirittura fa capire che se c’è stato del sesso, ebbene non le fu estorto con la forza. La Vittima tendeva pericolosamente a trasformarsi in Mostro, e questo il copione non l’aveva previsto. «Tranquilli: trattasi di Sindrome di Stoccolma. Tutto è sotto controllo, la poverina imparerà a recitare la parte. Con le buone o con le cattive».

Sindrome di Stoccolma! La parola all’«esperto»: «Paradigmatico della Sindrome di Stoccolma il film di Liliana Cavani: Il Portiere di notte … Un ruolo di slave, la schiava e il dominatore. Si incatena al letto di lui, un legame indissolubile, oltre il tempo ed oltre la ragione, un legame indissolubile tra la vittima e l’aguzzino che va oltre il presente e il futuro, ma che si alimenta solo del passato, della dolcezza del passato che cancella la sua tragica drammaticità» (Gilberto Gamberini, psicoterapeuta. http://www.gilbertogamberini.it). L’irrompere della normalità (l’amore, non in generale, ma come lo sperimentiamo nella società disumana) nell’abisso dell’orrore totale fa paura perché la sua stessa possibilità rende difficile la comoda interpretazione di quell’orrore secondo il canone del «Male Assoluto» come Altro dalla società che pure l’ha reso possibile.

«Oggi, anni dopo la mia fuga, ho imparato a formulare certe frasi con cautela. Ad esempio, che nel Male, almeno per brevi istanti, è possibile la normalità, sì, addirittura la comprensione reciproca» (p. 198). La parola al metaforico esperto: «Che assurdità! Tra Carnefice e Vittima non può esserci un solo istante di normalità e, men che meno, di comprensione! Da parte della povera vittima può esserci morbosità, malattia, una ferita rimasta aperta, un’elaborazione non ancora conclusa, un residuo di masochismo, ma non certo vero affetto nei confronti del suo carnefice. E voi che cercate di rendere complessa una storia semplicissima sappiate che ogni sorta di relativismo etico e di approfondimento sociologico giustifica il Carnefice!» E poi, male cha vada, si può sempre riscaldare la minestra della Sindrome di Stoccolma. Il Kurier racconta che «alla notizia del suicidio del suo rapitore Natascha è scoppiata a piangere»? Tranquilli: si tratta della Sindrome di Stoccolma. Come funziona bene! 2 + 2 continua a fare 4: non tutto è fuori dal nostro sempre più indebolito e aleatorio controllo. Qualcosina ancora capiamo. Forse.

Ma Natascha non ne vuole sapere di spiegazioni standardizzate e rassicuranti. La sua complessa esperienza, elaborata intellettualmente, psicologicamente ed emotivamente fin nel dettaglio (c’era in gioco la sua vita, dopotutto), non si prestava a facili interpretazioni, e non andava gettata in pasto alla canea che fa del dolore altrui il proprio squallido mestiere. Natascha non ha voluto sacrificare la verità sull’altare della comodità, e poi della notorietà, con annessi successi economici. Mai si è prestata a recitare il ruolo della povera vittima, la cui sensibilità, intelligenza, emotività e desideri sono stati obliterati dal Mostro di turno. Sarebbe stato come gettare al vento un prezioso lavoro durato otto anni. Otto lunghi anni di vita, sebbene in condizioni a dir poco particolari. Ma particolari fino a un certo punto, e anche questo la Kampusch l’ha capito benissimo, come si evince dal suo 3096 (Bompiani, 2010).

«Il pubblico la preferirebbe vittima rassegnata, ma lei rifiuta il ruolo passivo: “Nessuno può dirmi che cosa devo sentire. Sono una donna libera e non dipendo dai capricci dei media” (colloquio di Alessandra di Pietro con Natascha Kampusch, pubblicato su Gioia, 05/2011). Ciò che soprattutto infastidisce Natascha sin da principio è la leggenda metropolitana della «Sindrome di Stoccolma», che pure avrebbe potuto far sua per rendersi più facile la vita mentendo, se non a se stessa, al pruriginoso pubblico dei mass-media (al quale anche chi scrive appartiene, beninteso) e agli Specialisti di casi criminali desiderosi di confermare quanto prima le loro stereotipate teorie. Sindrome di Stoccolma? Troppo facile, signori, troppo rassicurante! C’è del lavoro da compiere se si vuole afferrare la verità, anche quando essa rende ridicola quella parvenza di logica razionalità per mezzo della quale cerchiamo di far tornare i conti: 2 + 2 = 4. Di là il Mostro, di là la Vittima; a un polo tutto il Male, al polo opposto tutto il Bene. Le cose, anche quelle che ci appaiano di facile lettura, sono sempre più complesse, più profonde e, soprattutto, più inquietanti di come ci si mostrano prima facie. «Niente è solo nero o solo bianco. E nessuno è soltanto buono o cattivo. Ciò valeva anche per il rapitore … La “Sindrome di Stoccolma” è una diagnosi che io rifiuto decisamente, perché rende la vittima due volte vittima. Questo giudizio la priva dell’autorità di interpretare la propria storia; gli avvenimenti più importanti della sua esperienza vengono così liquidati come le aberrazioni di una sindrome … Avvicinarsi a un criminale non è una malattia. Crearsi un bozzolo di normalità nell’ambito di un crimine non è una sindrome. Al contrario. È una strategia di sopravvivenza in una situazione senza via di uscita, ed è più fedele alla realtà di qualsiasi piatta categorizzazione dei criminali in bestie sanguinarie e delle vittime in agnelli indifesi, davanti alla quale la società si ferma volentieri» (3096, p. 182).

L'umanità al tempo della società disumana

Nella complessa strategia di sopravvivenza di Natascha c’è un irriducibile, e non so dire quanto istintivo, elemento critico, consistente nel suo sforzo di capire le ragioni del sequestratore, che lei intuisce essere a sua volta una vittima di un mondo che esuberava dal loro ristretto cerchio stregato tracciato da Priklopil il 24 marzo del 1998. Cosa aveva fatto quel mondo a Wolfgang? «Deve essersi crucciato molto perché non riusciva a tenere in pugno le redini della sua vita, sebbene si fosse attenuto sempre alle regole; tanto che un giorno aveva deciso di infrangere una grossa regola e di rapirmi. Ma sebbene in questo modo fosse diventato un criminale, conservò la sua fede nelle regole, nelle istruzioni per l’uso e nelle strutture, in modo quasi religioso» (p. 183). La caratterizzazione del carceriere fatta da Natascha, mi ha fatto ricordare lo spassosissimo personaggio creato da Carlo Verdone per il suo Bianco rosso e Verdone, il marito e cittadino modello che tiranneggiava la moglie Magda con la sue manie igieniche e disciplinari. Sapeste quanti ne conosco di questi religiosi dell’ordine e della disciplina! Qualitativamente il «criminale» Priklopil non era diverso da questa “umanità” che si sente persa senza la bussola delle Istruzioni per l’uso, senza punti di riferimento tracciati a terra, sul proprio corpo e sulla propria anima. Ecco «perché le persone che vivono in mezzo a noi possono uscire dalla carreggiata così, senza che nessuno se ne accorga» (p. 201). Forse Priklopil aveva preso troppo sul serio l’ideologia che ci vuole tutti cittadini ligi al dovere e ai rigori della Legge. Forse un eccesso di normalità alla fine l’ha fatto «uscire dalla carreggiata». Forse

Il processo di adattamento per regressione di Natascha («La mente della ragazzina di dieci anni ritornò allo stadio di una bambina di quattro o cinque anni che accetta il mondo intorno a sé così come è») ricorda quello di coloro cha hanno avuto a che fare con le cosiddette istituzioni totali: carceri, caserme, ospedali. Ci si mette a completa disposizione di regole insindacabili stabilite dall’Autorità, le quali organizzano l’esistenza del coatto fin nei minimi dettagli. Ci si affida al Sovrano in modo totale, con cieca obbedienza, perché dall’osservanza delle regole dipende in ultima analisi la salvezza del recluso, del paziente, della recluta, della vittima. Come la Kampusch, si regredisce «interiormente». Per legittima difesa, perché in fin dei conti «adattarsi è l’unica reazione giusta, perché assicura la sopravvivenza», e perché «il panico» dinanzi a un mondo sconosciuto e malvagio possa lasciare «il posto a un certo pragmatismo». Senza «un certo pragmatismo» non si può sopravvivere (vivere è un altro discorso). Ma di quale Istituzione Totale sto parlando? Foucault, che di questo tema si intendeva molto, scrisse che «Negli eccessi dei “supplizi”, è investita tutta una economia del potere (Sorvegliare e Punire). Io aggiungo che l’Eccezione mette in luce la radice della Regola. Ecco la mia risposta.

Sindrome di Taranto.

Si regredisce «interiormente» per sopravvivere, dunque. «Mi sentii piccola, in balia di qualcun altro e libera da ogni responsabilità. L’uomo che mi aveva rinchiuso lì sotto era l’unico adulto presente e, di conseguenza, la persona investita di autorità e che avrebbe saputo cosa fare» (p. 58). Questo vero e proprio saggio di filosofia politica mi chiama in causa, perché anch’io sperimentai quel tipo di deresponsabilizzazione nel momento in cui misi piede nella caserma militare di Taranto, nel lontanissimo 1983. Mi sentivo sequestrato dallo Stato, tolto violentemente dal mio mondo familiare e messo come un soldatino di plastica in un mondo sconosciuto e ostile; eppure mi sentivo alleggerito da ogni responsabilità, perché per la prima volta i miei giorni si sarebbero dipanati lungo un sentiero già stabilito, da altri, secondo una scala gerarchica quasi infinita (persino la recluta arrivata in caserma il giorno prima aveva potere su di me, in quanto più “anziano”). Mi si chiedeva solo di stare alle regole. Un certo pragmatismo – e non poca fortuna – rese l’incombenza abbastanza gestibile. Ma alcuni miei amici di sventura, evidentemente meno “pragmatici”, si lasciarono sopraffare dal panico, e non ci fu giorno che non li vidi piangere e implorare i “superiori” di spedirli a casa, come elementi inabili alla leva.Forse gli attacchi di panico che fanno soffrire sempre più persone hanno a che fare con un momentaneo indebolimento del «pragmatismo». È un’ipotesi, sia chiaro.

«Natascha ha vissuto nel suo mondo. Deve imparare come rapportarsi con il nostro mondo, deve imparare a costruire nuove relazioni, anche con la sua famiglia», (dichiarazione dell’avocato Monika Pinterits raccolta da Die Presse a pochi giorni dalla fuga della ragazza). Ho il sospetto che Natascha si abituerà molto in fretta al «nostro mondo». Me lo fa credere la consapevolezza che viene fuori dai passi che seguono: «Questa società ha bisogno di criminali come Wolfgang Priklopil, per dare un volto al Male che vi risiede e per scinderlo da se stessa. Ha bisogno delle immagini delle segrete nelle cantine per non dovere guardare alle tante case e giardini, dove la violenza mostra il suo volto conformista, piccolo borghese. Usa le vittime di casi spettacolari come il mio per non sentirsi responsabile delle tante vittime dei crimini di tutti i giorni … Crimini come quello da me subito, permettono di stabilire il contrasto stridente, bianco e nero, che sta alla base delle categorie del Bene e del Male sulle quali si regge la società. Il rapitore deve essere una bestia, in modo che possiamo rimanere dalla parte del bene. Bisogna arricchire il suo crimine di fantasie sado-maso e di orge selvagge [sotto questo profilo 3096 mi ha deluso non poco…], in modo che si allontani il più possibile dalla nostra vita … E la vittima deve essere una persona distrutta e rimanere tale, in modo che l’esternazione del Male sia possibile. Una vittima che non accetta questo ruolo, personifica la contraddizione esistente nella società. E questo nessuno desidera vederlo. Perché allora ci si dovrebbe confrontare con se stessi» (pp. 200-201).

Anziché frugare con plurimi pruriti nella mia eccezione cercate piuttosto di illuminare a giorno la vostra normalità: ecco cosa ci invita a fare la Kampusch, sfidando peraltro l’Esorcista e lo Psicoanalista, convinti che il Male si sia impossessato della povera creatura. La verità vi acceca? Sentite l’impellente necessità di cavarvi gli occhi per non correre il rischio di aprirli per sbaglio? Allora aspettatevi ogni sorta di Eccezione. Chiedersi con indulgenza e coscienza critica cosa la società disumana fa agli individui significa acquistare capacità di analisi e comprensione verso un’umanità altrimenti incomprensibile e francamente odiosa.

2 pensieri su “SI FA PRESTO A DIRE “SINDROME DI STOCCOLMA”! La scabrosa verità difesa da Natascha Kampusch

  1. Si fa presto a dire “sindrome” (sans phrase) a proposito delle strategie di costruzione e mantenimento dell’identità.

    Lo psicoanalista belga Paul Verhaeghe propone un ottimo studio a proposito dell’argomento che causticamente intitola “On Being Normal and Other Disorders” (Karnac Book, 2008), in cui attacca spietatamente la bibbia della “normalità” in uso presso la gran parte degli psicoterapeuti odierni, il “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders IV” (DSM-IV).

    È il terrore di scivolare in un socialmente insostenibile “relativismo etico” che s’impossessa dell’eriksoniano Gamberini nella sua difesa della “normalità”. Così, laddove la Kampusch riconosce (a posteriori) l’attuazione di una propria strategia che chiama “di sopravvivenza”, lo psicoterapeuta vede una “deviazione”.

    Ma se proprio sentiamo il bisogno di riferirci ad una “norma”, questa non può essere che – come giustamente osservi nella tua eccellente riflessione – quella dell’adattamento, avendo cura però di evitare le trappole insidiose dell’evoluzionismo.

    A ciò è strettamente legato il tema della “(auto)difesa” a cui fai cenno, che invito ad immaginare non come la protezione di un nucleo identitario momentaneamente nascosto/protetto per mezzo della regressione, un nucleo che può tornare alla luce intatto dopo la fine dell’evento traumatico, ma come una vera e propria plasmatura ex novo del soggetto. Ossia, la Natascha Kampusch prima del rapimento è differente dalla Natascha Kampusch dopo il rapimento: nel mezzo c’è una Natascha Kampusch durante il rapimento. Lo stesso vale per il suo carceriere.

    Infatti, contrariamente a quanto suggerito dal senso comune, ciascuno di dei due protagonisti non è il medesimo individuo che attraversa diverse fasi della propria esistenza, ma tre differenti soggetti i quali, di volta in volta, ricostruiscono ex post la loro identità, grazie anche a modelli ideali (ruoli) che il contesto permette loro di immaginare.

    Come si può dunque ricondurre ad una “norma” valida per tutti, la fluidità sempre cangiante del processo di identificazione individuale, quando gli stessi termini “id-entità” (medesimezza) e “in-dividuo” (non-divisibile) sono ingannevoli?

    Questo rende fuorviante il ricorso ad un concetto come quello di “normalità” parlando delle strutture psichiche, a meno che con “normalità” non ci si riferisca al “dover essere” – nel caso della protagonista, prima, durante e dopo la prolungata esperienza traumatica.

    Forse, in accordo con il DSM-IV, la Natascha Kampusch prima del rapimento era una bambina “normale” che viveva una vita “normale” in una “normale” famiglia austriaca. A seguito del rapimento, la giovane mette in atto una “normale” regressione come reazione al trauma, che sviluppa in una “normale” sindrome di Stoccolma. Con la sua liberazione, ci si attende pertanto che la Kampusch attraversi tutte le “normali” fasi post-traumatiche. In caso ciò non avvenisse nella maniera prevista dal manuale, ci sono fior di psicoterapeuti pronti, con la parola o con la chimica, a ricondurre il soggetto nei binari del “normale” decorso della “sindrome”.

  2. Il giorno che gli psicologi e soprattutto gli psicanalisti diranno qualcosa lontanamente sensato, forse gli asini cominceranno realmente a volare: bambina, 24 ore su 24 con il suo carnefice, e si parla di devianza, di assurdità, di sindrome di stoccolma? La devianza è quella degli psicanalisti che cercano di dare una spiegazione psicologica ad un evento gravissimo.

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