IL COLLABORAZIONISMO DELLA CGIL. DA DI VITTORIO ALLA CAMUSSO

Giorgio Primo.

Il rituale discorso presidenziale di fine anno alla Nazione ha colpito un bersaglio preciso: la CGIL e la fazione (largamente maggioritaria) del PD che si riconosce nella tradizione del PCI e del “glorioso” sindacato di sinistra. Napolitano non avrebbe potuto essere più chiaro: il sindacato deve ritrovare lo spirito di costruttiva collaborazione che caratterizzò l’azione politico-sindacale di Di Vittorio e di Luciano Lama. Naturalmente il Presidentissimo non nega la natura nazionalcollaborativa della CGIL della Camusso, ma punta piuttosto i riflettori sulla necessità di mutarne la prassi collaborativa, adeguandola ai tempi.

Su Europa di oggi Franco Marini, l’ex segretario della Cisl, ha puntellato la posizione «riformista» del Presidentissimo: il vecchio modo di «fare sindacato» andava bene nel mondo di ieri, non in quello altamente dinamico, competitivo e pieno di incognite di oggi. Stessi concetti ha espresso nei giorni scorsi e ancora oggi il direttore del Riformista Emanuele Macaluso, il quale ha fin troppo facile gioco con l’arrampicatore sugli specchi Landini, che un minuto dopo il discorso quirinalizio di capodanno si è affrettato a dire che «le parole di Napolitano non vanno strumentalizzate». Infatti: basta ascoltarle, e si capisce bene chi Giorgio Primo intendeva colpire. «Dice Landini: “Negli anni Cinquanta dovevi avere un impiego per alzarti oltre la soglia della povertà, oggi puoi essere povero anche lavorando. In quei tempi richiamati come esempio di eroica povertà la situazione sociale era meno drammatica”. Come si fa a dire che negli anni Cinquanta la situazione sociale era meno drammatica di oggi? Nella città di Landini, Reggio Emilia, la lotta contro la chiusura delle Reggiane si concluse con cinque operai fucilati. In quegli anni non c’era cassa integrazione, c’era solo la disoccupazione. Nel Sud furono uccisi braccianti e contadini che lottavano per il lavoro e la terra e, dopo quel gran movimento, l’Italia conobbe un’emigrazione biblica, dal Sud al Nord d’Italia e verso l’Europa. Nessuno dubita, almeno lo spero, che oggi in Italia si presenti un’inedita e grave questione sociale che mette in discussione il lavoro e il domani dei giovani. Ma dire, come fa Landini, che la situazione negli anni Cinquanta era meno drammatica di oggi, significa non avere una visione storica dei problemi di oggi e di ieri» (Il Riformista, 4 gennaio 2012). Non c’è dubbio alcuno. È tipico dei nipoti di Togliatti e dei figli di Berlinguer di dipingere l’Italia post fascista, fino all’avvento del «famigerato craxismo», nei termini dell’idillio politico-sociale: «In quegli anni i lavoratori esercitavano una forte egemonia su tutta la società italiana». Una leggenda metropolitana dura a morire.

Il vecchio leader siciliano del PCI invita la Cgil non a cambiare pelle, ma a ritrovare anzi l’intelligenza politica che dopo la seconda guerra mondiale consentì a quel sindacato di recitare un ruolo attivo e proposito nella società italiana, diventandone un fattore di innovazione e di sviluppo. Bisogna insomma cambiare strategia di collaborazione, adeguandola ai tempi. E bisogna farlo urgentemente, affinché dall’attuale crisi economica si esca «da sinistra», e non da «destra».

Naturalmente l’esempio per tutti i «riformisti» del Bel Paese è il Sindacato Tedesco, forte e legittimato perché serve il Capitale nel modo più consono alla «locomotiva tedesca», peraltro libera dai pesanti vagoni del debito sovrano che rallentano la marcia dei «Paesi Fratelli» dell’Unione Europea. «Quando in Germania il sindacato accettava di lavorare di più per salvare le aziende e senza aumentare gli stipendi o di non farsi pagare gli stipendi per uno o due mesi, i sindacati italiani urlavano che qui non era applicabile la stessa politica. Ora l’occupazione è al massimo storico in Germania, mentre in Italia è la disoccupazione a volare. A Roma, i sindacati sono di nuovo in piazza a dire che non vogliono venire a patti e intanto hanno perso sulla Fiat» (Ha vinto il sindacato tedesco, da Stay Behind, 3 gennaio 2012). Ha vinto il Capitale Tedesco, con annesso Sindacato dei Lavoratori, il quale, se non ha una matrice anticapitalistica, è un fattore importante nell’accumulazione capitalistica, ossia nella competitività delle aziende e del Sistema Paese. Dicono i sindacalisti italiani: «Noi vorremmo praticare la linea sindacale dei colleghi tedeschi, ma non abbiamo il loro stesso peso nelle scelte aziendali. Come loro, anche noi vorremmo sederci nei Consigli di Amministrazione delle imprese!» Ecco di che si tratta. Il Sindacato Italiano lamenta un difetto di collaborazione: non sono messi nelle condizioni di servire al meglio il Capitale e il Paese! E questa è l’altra faccia della medaglia che mostra la relativa arretratezza del capitalismo italico.

In effetti, la Fiom di Landini non rappresenta affatto un «sindacato di classe», come sostengono alcuni commentatori politici di “destra” e di “sinistra”, quanto piuttosto «un passato che non vuole passare», ossia la vecchia «concertazione» tripartitica (Stato, Confindustria, Sindacato) che ha gestito la politica del lavoro e del Welfare nel corso di oltre cinquant’anni, e che ricalcava lo schema corporativo del ventennio fascista. Il segretario del sindacato dei metalmeccanici dà insomma voce alla preoccupazione dei tre sindacati nazionali di perdere il ruolo politico che hanno avuto in passato, servendo al meglio soprattutto gli interessi del grande capitale, molto “compromesso” con il denaro pubblico (commesse pubbliche, finanziamenti statali a fondo perduto, Cassa Integrazione, ecc.). In un certo senso la Fiom è un fossile vivente, sopravvissuto alla cosiddetta Prima Repubblica, quella «fondata sul lavoro» (come del resto ogni altro regime capitalistico passato, presente e futuro, dalla Cina agli Stati Uniti), ma non è detto che questa organizzazione non possa ancora recitare un ruolo importante, anche in chiave direttamente politica. E pure di questo la “pasionaria” Camusso e il salumiere Bersani devono prendere atto nel loro difficile slalom progressista.

Dal lato padronale l’iniziativa «eversiva» di Marchionne ha messo all’ordine del giorno una «mutazione genetica» nelle relazioni tra capitale e lavoro, e non a caso Mario Monti lo ha in forte simpatia, anche se adesso non può più esternarla apertamente, questa simpatia, per salvare le apparenze progressiste dell’operazione antiberlusconiana. Quando Monti dice che bisogna mettere mano al mercato del lavoro e al Welfare, non per compiacere i tedeschi (dei quali comunque si sente un sorvegliato speciale, e non lo nasconde: anzi!), ma per rendere più moderno e produttivo il Sistema Paese, egli afferma l’ABC di una realistica politica economico-sociale, che politici, di «destra» e di «sinistra», e sindacalisti affettano di prendere col beneficio del dubbio solo per recitare dinanzi all’opinione pubblica il ruolo assegnatoli dal copione democratico.

«Collaborare al Bene Comune. Certo. Ma come?»

Scrive Sergio Romano a proposito di concertazione: «La concertazione è stata per molti anni il totem intoccabile della democrazia consociativa, la formula magica che avrebbe garantito al Paese la pace sociale. Per la verità vi sono stati momenti eccezionali (durante gli «anni di piombo» e il governo Ciampi del 1993, per esempio) in cui il metodo è servito a sbloccare situazioni pericolose. Ma abbiamo fatto troppa esperienza di concertazione, nel corso degli anni, per non conoscerne gli inconvenienti … Se abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e accumulato un enorme debito pubblico, lo dobbiamo anche alla concertazione. Oggi il denaro per le compensazioni è finito, i compromessi a spese dell’Erario non sono più possibili e i tempi non sono dettati da Bruxelles, ma dalla necessità di correggere il più rapidamente possibile, nell’interesse del Paese, gli errori commessi in passato. Il sindacato ha funzioni importanti e deve essere in condizione di esercitarle con la massima libertà. Ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese» (Il Corriere della Sera, 4 gennaio 2012). Dal punto di vista dell’interesse del Paese Sergio Romano ha ragione da vendere. Si tratta di vedere quale punto di mediazione troverà la dialettica tra vecchio e nuovo, nella quale la Cgil, Fiom compresa, gioca un ruolo molto importante. Un fatto è sicuro: i vecchi compromessi al ribasso (sempre dal punto di vista del «Bene Comune», sia chiaro) oggi hanno poca possibilità di successo.

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