POTENZA E STRAFOTTENZA DEL CAPITALE

Alla ricerca di libri interessanti e a basso costo, mi sono imbattuto nel supplemento di Repubblica D del 17 dicembre. La patinatissima rivista settimanale offriva roba pesante: Heidegger e la filosofia della crisi, di Gianni Vattimo. Comprato! Prima di cestinarla, ho compulsato la rivista, praticamente un contenitore di pubblicità dei migliori brand internazionali: si inizia con Cartier, si passa a Fendi, si prosegue con Dior, segue a ruota Gucci… Tra l’altro, sono marchi altamente «semiotici», ossia capaci di promettere al «consumatore» non solo una soddisfazione di carattere materiale, o genericamente sociale, ma anche un abito immateriale che ne rivesta il carattere e persino l’anima, finendo per trasfigurane l’intera personalità. Non si offre un vestito, o un profumo, ma uno status, una condizione, un carattere, persino una dignità culturale, perché un certo gusto deve far sospettare a chi ci guarda chissà quale nostra ricchezza e raffinatezza interiore, non solo intellettuale. Il profumo Baiser Volé di Cartier, ad esempio, deve evocare nel «consumatore» e nel suo interlocutore presupposti esistenziali degni di essere invidiati. Non si arriva a quel nouveau parfum per grazia ricevuta: c’è «tutto un percorso» dietro, una vita ricca di relazioni, di buone letture, di viaggi, di eccellenti cene nei migliori ristoranti, e magari di visite ai più prestigiosi musei. La lista dei significati è lunga, e ognuno può arricchirla come meglio crede il proprio inappagato desiderio.

Ogni tanto, un articolo interrompe la réclame, giusto per dare una “dignità” editoriale al contenitore. Ed ecco apparire, dopo 210 pagine di straripante e ammiccante marketing, l’austera faccia di Umberto Galimberti: ho trovato la sua rubrica delle lettere. Un classico. A dimostrazione di quanto potente e strafottente sia il Capitale, e di quanto paradossale possa essere la realtà, chiamo in causa proprio la rubrica del bravo giornalista, il cui titolo è per l’occasione «tutto un programma»: E se oggi l’alienazione fosse più radicale di quella segnalata da Marx? La risposta è, hegelianamente parlando, già nella cosa stessa, ossia nella rivista che contiene la rubrica di cui si parla: è difficile, infatti, trovare un “saggio di alienazione” più alto, una prova così scandalosamente evidente. Pacchiana, oserei dire. Se così posso esprimermi, l’alienazione che Marx penetrò criticamente ai suoi tempi appare un gioco da ragazzi, se confrontata con quella del XXI secolo. A scanso di equivoci, non ne faccio una questione di «coerenza etica», non sono così banale, né nutro nei confronti della progressista rivista un atomo di illusione. Qui si tratta di un tema ben più profondo e radicale: di alienazione, appunto. Con i suoi concetti necessariamente correlati di reificazione e di feticismo.

Ma facciamo parlare la cosa, sotto forma di lettore. Ecco la sconsolata riflessione che la signora Allegra Salvadori sottopone al giudizio di Padre Galimberti: «Ho pensato al perché diamo così tanta importanza alle relazioni e a quanto queste condizionino i nostri momenti, le nostre giornate e alla fine, le nostre vite … Mandiamo un sms e attribuiamo al tempo di risposta del nostro interlocutore una graduatoria di stima nei nostri confronti: risponde subito = ci tiene; risponde tardi = non conto granché; non risponde = non esisto. Pensiamo a noi stessi come a dei prodotti da vendere, da collocare, brand positioning, strategie, marketing, tutto per sopravvivere a questo mondo competitivo dove non conta ciò che hai fatto per una vita, ma ciò che hai fatto in un attimo. Manager di noi stessi in un’azienda aperta 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno, con milioni di contatti e vetrine in tutto il mondo (Facebook). Ecco come siamo. Se ti comprano, vuol dire che piaci e vai avanti. Ma devi sempre rinnovarti per rimanere sul mercato. Se non ti comprano, sei fuori. Se ti comprano e funzioni male, devi ripararti. Da solo. È follia nella quale spesso mi ritrovo, è un disagio sociale, rincorro il tempo e le mie opportunità di soddisfare il mercato». Capite? Il Capitale fa della critica delle sue vittime un brand, una merce altamente simbolica da vendere, insieme a creme e vestiti, al «consumatore» che lamenta il disagio di vivere in una Società-Mondo sempre più disumana. Oltre a far parte di quella strategia della riparazione che alla lettrice di Repubblica evidentemente sfugge. Che capolavoro, Signor capitale!

Ma vediamo come conclude il nostro socialmente disagiato: «Bisogna uscire da questo circolo vizioso». Ci siamo: ecco l’invocazione della sacrosanta Rivoluzione Sociale! Come non detto, ho capito male: «Bisogna capire che la realtà è tutt’altra cosa. La realtà sono io, IO, profondamente IO». Che pia illusione signora Salvadori! La realtà non è «tutt’altra cosa», ma questa cosa. Il dominio sociale basato sul profitto, e che per questo tutto sfrutta e riduce a merce, ci genera a sua immagine e somiglianza, come racconta la Bibbia a proposito della Divina Creazione. Il Signor IO è ridotto a mal partito, è talmente anoressico e impotente, che per darsi coraggio e scrivere certificati di esistenza in vita è costretto a «inventarsele tutte», e a fare veri e propri salti mortali. A volte il salto non riesce, e la pratica passa al dottore, allo psicanalista, all’esorcista, al prete, a… Galimberti. Già, cos’ha da dire Padre Galimberti a consolazione di una vita offesa?

«Dipendiamo dalle relazioni perché da queste dipende la nostra identità. L’identità non è un dato naturale, ma culturale … Siccome tecnica e mercato non sono semplici aspetti delle relazioni sociali, ma hanno impresso il loro sigillo ad ogni relazione sociale, oggi non incontriamo più uomini, ma ruoli». Qui si oscilla tra banalità (l’identità come dato «culturale») e feticismo (la tecnica e il mercato non colti nella loro peculiare dimensione capitalistica). Il lettore e il giornalista parlano di astratte relazioni sociali, mentre ciò che conta è capire la natura della relazione sociale che oggi domina tutta la nostra esistenza, e la cui espressione più verace è la già ricordata ricerca del profitto da parte del Capitale, della quale D di Repubblica è peraltro una vivente testimonianza. Oggi non possono esistere uomini semplicemente perché la loro esistenza presuppone rapporti sociali umani, uno spazio interamente umanizzato, e quindi libero dal Capitale in ogni sua configurazione (denaro, merce, tecnologia e scienza al servizio del capitale, ecc.) e da ogni forma di coazione (economica, politica, ideologica, psicologica). Solo allora, per riprendere il richiamo al mito gnostico di Galimberti, quando «Iddio» chiamerà l’Uomo, le orecchie del mondo sentiranno ciò che fino ad allora non avevano mai udito: «Eccomi!»

La messa è finita, andate in pace! Anche Lei, Signora Salvadori. Che dice? L’ho inquietata? Scriva un’altra lettera a Padre Galimberti!

Annunci

4 thoughts on “POTENZA E STRAFOTTENZA DEL CAPITALE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...