«DESTRA» O «SINISTRA»? SOTTO. MOLTO SOTTO!

Dopo aver letto il mio post sull’ultradecennale politica collaborazionista della Cgil, un amico su Facebook mi ha scritto quanto segue:

«Non sono proprio sicuro che si possa liquidare 50 di storia del movimento operaio nel modo descritto nell’articolo. Non ci trovo niente di nuovo, né di proficuo, nell’attaccare “da sinistra” il PCI, il sindacato, Togliatti etc.».

Ecco la mia risposta, che pubblico anche sul Blog per far comprendere meglio il mio punto di vista sulla «sinistra» italiana:

Una storia abbastanza oscura

Non ho inteso «liquidare 50 anni di storia del movimento operaio», nel senso che ciò che tu definisci Movimento Operaio io l’ho sempre (almeno dal 1978: sì, sono “diversamente giovane”…) considerato parte integrante della storia e della prassi capitalistica, non anticapitalistica. In questo senso è sbagliato dire che faccio una critica «”da sinistra”», con o senza le virgolette. Se vogliamo usare vecchi ma ancora fecondi concetti (basta non usarli ideologicamente o per sentito dire, e men che meno «a pappagallo»), diciamo che la mia critica è «di classe», ossia elaborata a partire dal punto di vista critico-radicale che inchioda tanto la «sinistra», quanto la «destra» borghese – nell’accezione storico-critica, non sociologica, del termine.

D’altra parte, definire di «sinistra» (sempre borghese) l’azione politica del PCI da Togliatti in poi (senza ovviamente dimenticare l’adesione di Gramsci al nuovo corso stalinista(*): «la verità è rivoluzionaria», diceva Quello, prima di finire mummificato), anche su questo si possono esprimere seri e fondati dubbi. Basta pensare alla vera e propria idolatria statalista del togliattismo (versione italica dello stalinismo, come il maoismo lo fu per quella cinese), che lo rendeva più simile al Fascismo che alla tradizione “libertaria” del riformismo. Non a caso molti ex militanti e dirigenti fascistissimi finiranno, dopo aver sostituito la camicia nera con quella rossa, il teschio sepolcrale con la falce e martello (a dimostrazione che l’abito non fa il monaco), nel PCI, sentendosi perfettamente a casa loro, mentre pochissimi prenderanno la strada che portava al PSI. E non a caso molti militanti di «sinistra» oggi simpatizzano per Tonino “Manette” di Pietro e per il Fascio Quotidiano. Che dire poi, di quotidiani che si dicono «Comunisti» (vedi Il Manifesto e Liberazione), e che implorano lo Stato Capitalistico (Carletto Marx, non ridere!) di salvarli dal fallimento editoriale? Il defunto Montanelli parlava di Togliatti nei termini di un «rivoluzionario parastatale»: ecco, appunto! Di qui peraltro si evince la maggiore intelligenza storico-politica degli esponenti della «destra» borghese, i quali almeno non hanno mai preteso di parlare in nome del «Comunismo» e del «Movimento Operaio».

Ecco perché da tempo non mi definisco più «comunista» o «marxista»: per non collaborare anch’io all’inflazione di parole svilite, corrotte e private del loro autentico significato fino al parossismo (in Cina non c’è  forse il «Socialismo di Mercato»? e nella Corea del Nord non c’è «l’ultima dittatura comunista»? e Marco Rizzo non è «il più comunista degli italiani»?). Ho preso le distanze dal nome della cosa per meglio capirne e sviscerarne il concetto: per questo forse troverai strana o ambigua, o calata da un altro pianeta, questa mia riflessione. E non a torto. Infatti, rispetto alla «Sinistra», anche a quella più «estrema», sono un vero e proprio Alieno. Se mi vuoi far visita, mi trovi nella prospettiva chiamata PUNTO DI VISTA UMANO. Non cercarmi né a «sinistra» né a «destra», ma in basso, molto in profondità. Lì mi troverai, intento a rosicchiare le radici del Dominio Sociale Capitalistico. Non riuscirò a spezzarle, è chiaro; ma che goduria provarci!

***

NOTA:

(*) Difficile, se non impossibile, rintracciare anche solo un barlume di verità nella storiografia ufficiale scritta dagli intellettuali «organici» al PCI. Come scriveva Angelo Tasca, «Gli storici del partito non si lasciano scappare una verità neanche per sbaglio» (I primi dieci anni del PCI, p. 131, Laterza, 1971). Per quanto riguarda Gramsci, ecco cosa scriveva il gramsciano Paolo Spriano nella sua “classica” opera sulla storia del PCI: «L’unico riferimento a Stalin che contengano i quaderni suona appoggio di massima per lui nella controversia con Trockij. Sostanzialmente né in questi anni né dopo emerge un dissenso di Gramsci dagli orientamenti o meglio dallo sviluppo storico del movimento comunista quale concretamente si manifesta in URSS e nell’internazionale, qualcosa che muti la scelta di fondo a favore della maggioranza del PCI russo operata nel 1926» (Storia del PCI,IV, p. 275, L’Unità Einaudi ed., 1990).  Certo, se poi si vuol dire che il leader sardo si compromise con lo stalinismo meno di Togliatti, si può sostenerlo, a patto che non si dimentichi che il primo si trovò nelle patrie galere fin da 1926, e il secondo a Mosca, alle dirette dipendenze di Baffone, che ne fece un «comunista» più realista del re, più stalinista di Stalin. Non pochi comunisti italiani scappati in Russia negli anni Venti, e refrattari allo stalinismo trionfante, ne faranno la dura esperienza. Nei gulag siberiani, per lo più. Passare dalla mitologia alla storia significa mettersi nelle condizioni di comprendere meglio il presente.

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5 thoughts on “«DESTRA» O «SINISTRA»? SOTTO. MOLTO SOTTO!

  1. il punto che volevo evidenziare con il mio commento non riguardava la difesa o meno di Togliatti e del PCI (a margine dico solo che è sempre facile prendersela con i morti, specie quando parliamo non di un partitino di minoranza, ma del più grande partito comunista occidentale).
    Intendevo dire che chiunque abbia incontrato anche un piccolo pezzo di quello che chiamiamo movimento operaio sa che quella storia, fatta di comunisti, socialisti, utopisti, borghesi, proletari, anarchici, cattolici, atei, spezzata nel sangue, nelle carceri, bombardata, fucilata, è qualcosa che va al di là di Togliatti e co. Il PCI, la CGIL, hanno fatto parte di quel movimento, non sono loro il movimento operaio. Il PCI, la CGIL a volte sono stati dentro quella COSA, a volte l’hanno strumentalizzata, usata, altre lo hanno portato in alto, non importa.
    La cosa che conta per me è che anch’io mi sento parte di quel patrimonio di lotte, non sto a cavargli i peli dal naso perché, ripeto, chi ha conosciuto un solo rappresentate autentico di quel movimento sa che tutte le dichiarazioni ex post lasciano il tempo che trovano. Togliatti non era comunista? Il PCI era socialfascista? Mah, io ricordo solo che il “blog” di DI Vittorio era fatto di centinaia di migliaia di persone che si muovevano per ascoltarlo. Quella era una forza. Che il PCI e la CGIL sono riusciti a mobilitare.
    Per me vale sempre il dettato shakespeariano, che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia.

  2. ok io non ne so come te però mi sembra che ci sia un equivoco rispetto alla sinistra, a Gramsci e compagnia bella. La sinistra e i suoi migliori interpreti hanno operato e riflettuto sempre all'”interno” del capitale, come critica al suo utilizzo, alla sua accumulazione e alla sua detenzione. Mi sembra che anche Marx dia per scontato che il capitale “esiste”. Capisco il “punto di vista umano”, ma, per dirla con Gorge Bataille, l’uomo è l’unico animale che ha un eccesso di energie vitali rispetto a quelle che gli servono per sostentarsi, energie che si trasformano alla fine in lavoro, e quindi in valore. Anche se sei più “in basso” rispetto alla destra e la sinistra, col capitale (o chiamalo come vuoi) alla fine devi farci i conti. Buona continuazione.

    • Caro Carlo,
      ti rispondo con il consueto – e naturalmente da me non voluto –ritardo, del quale mi scuso. Intanto ti ringrazio per la risposta alla mia sollecitazione. Adesso la “controrisposta”, con la quale non intendo affatto chiudere il discorso, ma piuttosto aprirlo.
      Non necessariamente la verità sta dalla parte della massa. Non sempre i reietti, gli sconfitti, hanno torto. Permettimi di iniziare con questa sorta di aforisma filosofico, che uso per illuminare la prospettiva dalla quale osservo la questione che ci riguarda. Bisogna prendere atto che sulla storia del Movimento Operaio, del PCI e della Cgil abbiamo idee completamente diverse e, inutile girarci intorno, è sulla natura sociale e politica del PCI che si radica questa differenza. Per me il PCI di Togliatti non fu il «più grande partito comunista occidentale», bensì un partito borghese tout court, in quanto l’orizzonte della sua prassi politica non esorbitò di un solo millimetro dal quadro capitalistico, e anzi fu tutta volta a difendere lo status quo sociale. Scriveva Giorgio Galli nell’Introduzione (1976) alla sua interessante Storia del PCI: «Dal 1943 ad oggi il Pci è stato in Italia un fattore non già di rivoluzione, ma di stabilità sociale … Oggi in Italia la sinistra è forte come lo può essere in un Paese capitalistico retto a democrazia rappresentativa. È forte, cioè, non per costruire il socialismo, ma per una risoluta politica di riforme che sblocchi la degradazione del Paese» (G. Galli, Storia del PCI, Introduzione, pp. XX-XXII, Bompiani, 1976). Qui Galli esprime la sua fiducia nei confronti di Enrico Berlinguer, considerato a torto dal bravo storico un fattore di rinnovamento del Paese, alle prese con una grave crisi economica e con l’ondata terroristica “egemonizzata” dalle BR (detto di passata, un’altra scheggia, più o meno “impazzita”, dello stalinismo). Erano gli anni del cosiddetto «Compromesso Storico», caldeggiato soprattutto dai cattostatalisti presenti tanto nella DC, quanto nel PCI, a ulteriore conferma di quanto poco «storico» fosse quel compromesso politico. Com’è noto, questa fiducia andrà delusa, e Galli dovrà aspettare gli anni Ottanta di Bettino Craxi, il «decisionista» (e solo per questo tacciato di «fascismo» dai cattostatalisti, timorosi di perdere le rendite di posizione radicate nell’apparato statale e parastatale), per vedere la sinistra svolgere un’azione timidamente riformista. Nel 2012 il Bel Paese sta ancora aspettando «una risoluta politica di riforme che sblocchi la degradazione del Paese». Ci riuscirà il “Tecnico” Mario Monti, magari con qualche «lenzuolata» liberista?
      Io nego in radice la natura comunista del PCI a partire dalla fine degli anni Venti del secolo scorso, in conseguenza della sua definitiva adesione allo stalinismo internazionale basato a Mosca. E qui tocchiamo un punto assai scottante, e dirimente: la natura sociale dell’ex «Patria Socialista». Come cerco di spiegare nel mio studio sulla crisi del processo rivoluzionario in Russia (Lo Scoglio e il Mare), lo stalinismo fu, per un verso l’espressione politico-sociale della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre, causata dall’arretratezza sociale della Russia e dalla chiusura del ciclo rivoluzionario in Occidente; e per altro verso la peculiare via russa allo sviluppo capitalistico, nonché l’affermazione della Potenza Grande Russa in assoluta continuità con l’imperialismo di matrice zarista. A quel punto, parlare del PCI e dell’Unione Sovietica nei termini di «Comunismo» e di «Socialismo», più o meno «reale», a me suona del tutto infondato.
      Per mia ventura (stavo per scrivere «fortuna»: che inammissibile autoindulgenza!), alla fine degli anni Settanta ho conosciuto la storia del Movimento Operaio scritta dai reietti e dai perdenti, ossia da chi si oppose, anche a rischio della pelle (altro che «cavare i peli dal naso»!), non «ex post», ma già negli anni Venti, quando lo stalinismo iniziò a prendere corpo come agonia dell’esperienza sovietica. Qualche nome, solo per capire di cosa parlo: Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, «il giovane Lukàcs» (prima del suo intruppamento stalinista), Amadeo Bordiga, Trotsky, e pochissimi altri ancora. Oggi non condivido molte cose scritte e fatte da quei personaggi, dipinti dallo stalinismo come «servi dei fascisti», ma non ho alcun dubbio sul fatto che essi allora rappresentarono il solo tentativo fecondo sul terreno di un’iniziativa autenticamente comunista, e che proprio per questo, quando il «Comunismo» si identificò agli occhi delle «larghe masse» con lo stalinismo, finirono nel ghetto dell’irrilevanza politica. Ma ci sono sconfitte che equivalgono a vittorie. E viceversa.
      D’altra parte, una teoria-prassi autenticamente Comunista, e quindi rivoluzionaria (è il solo «Comunismo» che riesco a concepire: scusa questo imperdonabile limite!), solo eccezionalmente conquista le «larghe masse», perché come scriveva Marx, nei periodi di normalità capitalistica (e purtroppo non solo in quelli: vedi l’epoca post ’29, per non parlare dei nostri giorni!) «l’ideologia dominante è quella della classe dominante». Ecco perché quando sottolinei la grande popolarità del PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer, e della Cgil del collaborazionista Di Vittorio, non solo non mi metti in imbarazzo, ma confermi la mia tesi. Non è dal numero dei militanti e dei simpatizzanti, né dalla loro provenienza sociale, che si può stabilire la natura politica di un Partito, come insegnava Lenin a proposito dei laburisti inglesi.
      Per quanto riguarda il «socialfascismo», è un termine che non mi appartiene, anche perché fu coniato strumentalmente dall’IC stalinizzata nel 1929. Cos’è il «socialfascismo» secondo lo stalinista Kuusinen, relatore al X plenum dell’EKKI? «Politica imperialistica in nome dell’internazionalismo, partiti di assassini di classe in nome della politica operaia». Praticamente la descrizione dello stalinismo! No, il PCI fu un partito borghese, piuttosto conservatore, con l’aggravante di chiamarsi «Comunista». Ecco perché i miei bersagli preferiti stanno a «sinistra». Una volta a Montanelli fu chiesto di spiegare la presenza, sulla sua scrivania, della statua di Stalin. «Perché di comunisti ne ha fatti fuori più lui, che Mussolini e Hitler messi insieme. Sa, io sono anticomunista…» Analogamente si può dire che sul Comunismo hanno messo più cacca i “comunisti”, che Il libro nero del Comunismo! Ecco perché mi tengo il concetto della Cosa (da penetrare, capire e sviscerare sempre di nuovo: socraticamente so di non sapere praticamente nulla), e non ne difendo il nome: chi se ne importa!
      È verissimo, Carlo: «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia». Solo che il «Comunismo» del PCI e l’epopea del «Movimento Operaio» della quale parli non stanno, a mio avviso, né in Terra né in Cielo. Detto questo, il mio rispetto per la tua esperienza politica e per le tue idee è fuori discussione.
      Volevo essere più breve, ma ormai è fatta. Alla prossima!

    • Grazie per l’attenzione, Giorgio. Ovvio, anch’io rifletto all’interno del Capitale: vivo di merci, mi vendo al mercato per avere denaro e quindi merci, e via di seguito. Proprio perché vivo nella dimensione del Capitale sono anticapitalista. Io scrivo il Capitale con la C maiuscola proprio perché lo prendo molto sul serio, sia come rapporto sociale, sia come Potenza Sociale astratta (ma quanto concreta!), sia come Totem. Qui non si tratta di saperla di meno o di più (probabilmente ne sai, su tutto, più di me); si tratta di concepire il Capitale come qualcosa di storicamente e socialmente dato, e perciò superabile, ovvero di assumerlo come Cosa naturale o come una sorta di tecnologia, socialmente neutra. A mio avviso si dà la possibilità – purtroppo non la certezza: al contrario! – di una Comunità Umana che viva fuori dalla disumana e disumanizzante dimensione capitalistica. Il lavoro salariato (mercificato, alienato, ecc.) non è né una maledizione divina, né una magagna antropologica, ma un fatto storico-sociale, e quindi superabile. Per Marx il Comunismo è il trionfo del Valore d’Uso sul Valore di Scambio, il quale nella dimensione autenticamente Umana non può avere un millimetro di spazio.
      Per adesso mi fermo e ti saluto. Ciao!

  3. Pingback: LA SINISTRA DI MARIO TRONTI | Sebastiano Isaia

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