ORGASMI FISCALI E «FASCISMO DEL XXI SECOLO»

BOT ALLA PATRIA! CARCERE AL TRADITORE FISCALE!

Dopo il blitz della Guardia di Finanza a Cortina l’Italia fiscalmente onesta e patriottica si è lasciata andare in un orgasmo degno di altre più piacevoli incombenze. D’altra parte, i gusti degli altri non si discutono. Purtroppo si subiscono. Mio zio, non vedendomi partecipare al godimento degli onesti, e nutrendo ancora qualche pia illusione sul mio conto, ha sbottato contro la mia tetragona irresponsabilità: «Ma come, ogni tanto lo Stato fa il suo dovere, e mette in croce quei porci in Ferrari che dichiarano all’erario una miseria, e tu, tu che non puoi permetterti neanche una Panda, non gongoli?» Non ho nemmeno provato a spiegare al poveruomo che un anticapitalista non può essere contento quando lo Stato festeggia i suoi successi. Né ho cercato di dimostrargli che lo Stato, in quanto massima espressione politica del Dominio Sociale, fa sempre il suo dovere, e con Diritto. E così ho preferito rimanere in silenzio, lasciandolo cuocere nel suo onesto brodo di pensionato socialmente invidioso e desideroso di forca. Una cosa però, alla fine, gli ho detto, giusto per testimoniargli il mio dissenso. Questo minimo sindacale critico: «Ogni chiodo che lo Stato pianta sulla mano del ricco, equivale a cento chiodi piantati sul corpo dei poveri cristi, perché il rigore del Leviatano si abbatte soprattutto sulle condizioni di vita delle classi dominate. Il povero che invoca lo Stato contro il ricco che evade le tasse legittima il bastone del Sovrano che non perde occasione per ricordargli di rigar dritto». Oltre a cadere nella trappola del ragno demagogo, aggiungo adesso.

Come ho scritto altrove, lungo tutti questi decenni lo Stato Italiano ha dovuto fare, come si dice, buon viso a cattivo gioco con l’evasione fiscale, con il “lavoro nero”, con i falsi invalidi, persino con la mafia, e con altre antiche ma sempre vitali magagne, per cercare di gestire al meglio un Paese altamente contraddittorio, assai complesso sul piano della stratificazione sociale e della prassi economica. Il compromesso tra le classi dominanti (pensiamo agli agrari del Sud e ai capitalisti industriali del Nord nel periodo post risorgimentale, al settore economico privato confrontato con quello statale e parastatale, ecc.) e la paura di radicali trasformazioni sociali, anche nel segno di una più accentuata e dinamica modernizzazione capitalistica (foriera dei temuti conflitti sociali), hanno dato il tono allo sviluppo economico-sociale di questo Paese. La politica e lo stesso «carattere» della Nazione hanno espresso questo dato di fatto storico-sociale, i cui numerosissimi nodi vengono al pettine nei momenti di acuta crisi economica. È in questi momenti che il Bel Paese sente il bisogno di un bel giro di vite nel segno dell’Autorità.

Cos’è il «Fascismo del XXI secolo»? Per rispondere a questa domanda bisogna comprendere cosa fu il Fascismo del XX secolo. Esso fu, a mio avviso, diverse cose: l’espressione della violenza sistemica messa in luce – non “inventata” – dalla Grande Guerra, la fenomenologia politico-sociale della grave crisi post bellica, il tentativo, riuscito, di assestare il colpo decisivo a un movimento operaio già fiaccato dal riformismo socialista e giolittiano, nonché l’espressione di un compito storico: mettere un Paese capitalisticamente ritardatario nelle condizioni  di superare i limiti che lo trattenevano al di qua dell’agone delle grandi potenze. Certo, il Fascismo anche come via italiana alla modernizzazione capitalistica, dopo la crisi del vecchio Stato liberale e l’emergere di una epocale crisi economica mondiale. Ma l’ambizione “rivoluzionaria” del Duce non si limitava alle strutture economiche e istituzionali del Paese; essa toccava, per così dire, la stessa biografia antropologica della Nazione. Egli voleva fare degli italiani un popolo capace di reggere il confronto con i più blasonati popoli europei, e per questo quando nel Bel Paese faceva freddo e nevicava, il suo umore migliorava: «Questo è il clima adatto per temprare uomini virili!» Poi tornava il bel tempo, e si lasciva andare alle note considerazioni intorno all’inutilità di governare gli italiani, troppo viziati dal sole e dalla materna pasta asciutta. «Noi fascisti non amiamo le comodità», soleva dire Mussolini, contraddetto puntualmente dagli italiani. Anche l’ex «fascista di Arcore», prima di scivolare sullo spread, si è lasciato andare a simili sconsolate considerazioni intorno all’italico carattere, col solito strascico di indignate riprovazioni: «Uno come lui non può dare lezioni di etica!» E uno come Lui?

Adesso tocca a Mario Monti, il più tedesco degli italiani (forse dopo Mario Draghi), provare a cambiare il carattere «lassista e menefreghista» degli italiani, almeno per farne degli onesti contribuenti. E qui veniamo al cosiddetto «Fascismo del XXI» secolo. Alcuni esempi, legati all’attualità dell’orgasmo fiscale, forse possono aiutarci a districare la matassa.

Il democratico Dario Franceschini ha dichiarato che se «l’evasione fiscale è sempre un grave reato penale, in tempo di crisi è anche un delitto morale». Delitto morale! È il caso di tenere pronta la valigia? Giusto per non dimenticare il nécessaire. Il Fascio Quotidiano straripa di elogi alle gloriose Fiamme Gialle, e il forcaiolo Travaglio ha facile gioco contro l’onorevole Cicchitto, reo di volere una lotta all’evasione fiscale «non poliziesca e non indiscriminata». «Ma la polizia per forza adotta metodi polizieschi, e la lotta all’evasione dev’essere parziale o totale?» L’apologeta delle manette si trova sempre a suo agio quando il gioco si fa duro. Non è più tempo di «garantismo»: aspettiamoci molti giri di vite da parte del Leviatano. Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la privacy, sempre sul Fascio Quotidiano, l’ha detto chiaramente: «Una compressione della libertà è legittima in tempi eccezionali. Ricordate gli anni di piombo?» Prima rispristiniamo la legalità fiscale, e poi ritorniamo alla normalità: «L’emergenza relativa ai mancati introiti del fisco è un rischio che può essere equiparato a quello che fu il terrorismo o la criminalità organizzata quando diventò necessario rendere noti i nomi degli ospiti nelle nostre case o le nostre generalità alla Polizia in caso di una permanenza di una sola notte in albergo» (FQ, 4 gennaio 2012). Mettere la cosiddetta «privacy» nelle mani di uno come Pizzetti è come affidare a Dracula l’Autorità per la tutela del sangue. Ma vediamo come chiosano i fattisti: «Dunque il Garante per la protezione dei dati personali suggerisce di sconfiggere ansie di intrusione nella privacy dei cittadini per l’obiettivo comune di far pagare il dovuto ai più furbi che nascondono le proprie ricchezze e vivono in Suv e brindano a Cortina in alberghi a 5 stelle». Il Partito della Legge e dell’Ordine getta benzina sul fuoco dell’invidia sociale, assai acuita dalla crisi economica, e invita il bravo e onesto cittadino a non temere le scorribande del Leviatano nella sua vita: solo chi ha qualcosa da nascondere deve trattenere il respiro e sperare che il Mostro non si accorga di lui. Ma tutti, sotto sotto, abbiamo qualcosa da nascondere, almeno nell’occhiuta considerazione del Leviatano, cane da guardia di questa società altamente disumana, e dunque potenzialmente sempre sul punto di saltare in aria. Il sospetto del Mostro è forse l’unica buona notizia che possiamo permetterci.

Anche Piero Ostellino non vuole partecipare all’orgia fiscalista e, al contrario di chi scrive, piange sulla crisi «della democrazia liberale, dello Stato di diritto e del mercato». Pur sapendo di attirarsi «l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi “laici, democratici, antifascisti”», il Cittadino liberale si chiede sconsolato:  «Perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale “credere, obbedire, combattere”»? E conclude la sua perorazione liberale con questa significativa considerazione: «Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante». Non c’è dubbio. Il braccialetto elettronico per i delinquenti è l’equivalente della rintracciabilità fiscale degli onesti.

Relativizzare sul piano storico-sociale il Fascismo del XX secolo fa comprendere meglio il passato, liberandolo da quelle eccezioni costruite strumentalmente a uso e consumo della battaglia politica (persino Gianfranco Fini definì il fascismo «un Male Assoluto»!); e soprattutto illumina meglio il presente, immerso in una contingenza che fa dell’autoritarismo non solo un potente richiamo ideologico, ma anche e soprattutto uno strumento al servizio della sempre più necessaria e stringente ristrutturazione del Sistema Capitalistico Italiano. Solo su questa base concettuale credo abbia un senso parlare del «Fascismo del XXI secolo».

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