IL SAGGIO EUGENIO E LO SPETTRO DI LAMA

Con il suo consueto editoriale oceanico della domenica, il leader del Partito della Repubblica (degli onesti e dei sobri) Eugenio Scalfari ha dettato la linea al governo Monti, al Partito Democratico e alla CGIL. Scusate la lunga citazione che segue, ma vale la pena di perdervi qualche minuto, giusto per capire la brutta aria che tira, soprattutto per chi vive di salario.

Il lavoro salariato non nobilita l’uomo.

«Se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti».

Progressisti, trattenete il sasso che avete messo in mano e scoprite la magagna. Eccola: «Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l’ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d’una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse» (Una lettera per la Camusso che viene da lontano, La Repubblica, 29 gennaio 2012). In tal modo Scalfari non fa che spargere sale sulla cattiva coscienza dei progressisti, i quali hanno ancora come icona inossidabile Enrico Berlinguer e Luciano Lama, ossia i due maggiori protagonisti della stagione dei sacrifici e della repressione degli anni Settanta. Com’è noto, con la scusa della lotta al terrorismo la «sinistra» d’allora per un verso liquidò tutto quello che si muoveva alla sua «sinistra» e, soprattutto, fuori dall’orizzonte della «solidarietà nazionale»; e per altro verso mise a tacere le rivendicazioni operaie che esorbitavano dal ferreo quadro delle compatibilità. Per dirla con Carl Schmidt, lo stato d’eccezione esige una politica eccezionale, e alla fine degli anni Settanta il PCI e la CGIL si incaricarono di dar corpo a quel legittimo principio autoritario, e con uno zelo che impressionò molto la più flemmatica Democrazia Cristiana, più avvezza alla politica del compromesso.

1977

«Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco». È sempre Lama che parla, non il liberista-selvaggio Marchionne o il craxiano («e dunque ladro, a prescindere!») ex ministro Maurizio Sacconi, il quale si dichiara «stupito e amareggiato» per il fatto che provvedimenti appena qualche mese fa giudicati inaccettabili «politicamente, socialmente ed eticamente» dalla “sinistra”, oggi passano tranquillamente a forza di decretazione d’urgenza. «Ma non era Berlusconi il Fascista?» Stesse comprensibili lamentele giungono dalla Gelmini, l’affamatrice di insegnanti, bidelli e studenti, e da Brunetta, innovatore nel settore del pubblico impiego, e ultimamente poco visibile non solo a causa della sua non olimpica statura.

Cosa sosteneva, traducendo dal sindacalese, Lama? L’ABC della prassi capitalistica: solo se i profitti sono pingui l’accumulazione del capitale cresce a un saggio virtuoso, creando le premesse per nuove assunzioni. E affinché i profitti siano floridi, occorre che lo sfruttamento della capacità lavorativa sorrida all’investimento capitalistico. O si comprime il salario reale adeguandolo alla produttività del lavoro, ovvero occorre aumentare questa produttività, a parità di salario o magari con un accettabile (per il capitale) aumento salariale. Tertium non datur. Aumentare la produttività del lavoro significa sempre e necessariamente innalzare il grado di sfruttamento della capacità lavorativa, perché il processo capitalistico di produzione è innanzitutto processo di produzione di valore, non di semplici merci. Non dimentichiamo che il boom economico degli anni Sessanta (con il ’62 a segnare il vertice del ciclo espansivo postbellico) fu reso possibile da un’alta produttività  del lavoro (di livello tedesco e giapponese, per intenderci), e da bassi salari, un mix virtuoso, sempre per il Capitale, che nel nostro Paese non si è più ripetuto. Alla fine degli anni Sessanta e agli inizi del decennio successivo gli operai italiani si ripresero una minima parte del plusvalore regalato con tanta prodigalità al Made in Italy (grazie anche al collaborazionismo politico-sindacale della «sinistra»), e ciò avvenne in un momento di svolta nella «congiuntura» economica internazionale. Questo fenomeno (la crescita dei salari al limitare del ciclo espansivo), peraltro tipico nella dinamica capitalistica, fece nascere nella testa di molti intellettuali «operaisti» l’idea che la crisi degli anni Settanta fosse stata determinata dal «contropotere operaio», il quale aveva imposto sul piano dello scontro politico la caduta del saggio del profitto. Ma questa è un’altra (?) storia.

«Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l’altra politica. Chiedevano, e nell’intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale». Sedersi al metaforico tavolo delle trattative e della «compartecipazione» con il grande capitale e con lo Stato: ecco il chiodo fisso del sindacalismo italiano, sempre pronto a mostrare la sua devozione per il bene superiore del Paese.

«Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell’economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale». Su quest’ultimo punto mi vedo costretto a correggere il grande intellettuale: è affondato il capitalismo reale chiamato «socialismo» o «comunismo», la cui miserabile esistenza ha permesso alle classi dominanti del cosiddetto «mondo libero» di poter prendere in giro i lavoratori: «Dite la verità, il proletariato non se la passa meglio sotto il Capitalismo?» Non c’è dubbio! Se tanto mi dà tanto…

Arriviamo alle conclusioni: «L’agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall’emergenza e dalla necessità di farvi fronte». L’oggettività delle cose detta la linea alla politica. Scalfari nuota nello schmittiano stato d’eccezione come il pesce nell’acqua. E sul piano degli interessi nazionali egli ha perfettamente ragione. Liberatosi del suo peggior incubo (il Cavaliere Nero di Arcore), il buon Eugenio può finalmente dar fondo a tutta la sua sostanza reazionaria, intrisa di «destra storica» e di elitarismo intellettualistico di matrice azionista, con venature di rigorismo politico che echeggiano la cupa stagione della «solidarietà nazionale». Il nemico è alle porte, e chi non collabora alla salvezza della Patria, pardon: del Bene Comune è un traditore! Guardate che la realtà fa presto a trasformare in un dato di fatto la metafora.

Non a caso oggi si fa un gran parlare di atteggiamenti corporativi e irresponsabili in riferimento alla protesta delle categorie professionali attaccate dai provvedimenti del governo Monti, paventando «l’infiltrazione di mafie e fascismi», come fa ad esempio Paolo Flores d’Arcais, il quale teme la scomparsa di un «sindacato non corporativo, di un sindacato capace di unificare lavoratori e lotte, e di inquadrarle in un orizzonte di interesse generale» (Libertà condizionata, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012). Che succede quando qualcuno vuole uscire «dall’orizzonte di interesse generale»? E questo «interesse generale» non corrisponde forse all’interesse delle classi dominanti? Come ho scritto altrove, si inveisce contro il «corporativismo» dei Forconi perché si ha paura che i lavoratori delle industrie, i disoccupati ecc. diventino a loro volta «corporativi». Che fine farebbe il Bene Comune?

Oggi ho letto su un muro della mia città questa scritta: «La crisi economica è violenta. Facciamo violenza alla crisi». In calce nessuna firma. L’anonimato dà a mio avviso più potenza e significato a quel concetto, il quale peraltro richiama alla mente quella tetragona oggettività a cui Scalfari si riferiva, sebbene per avanzare una opposta necessità. È il segno dei tempi?

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