SCONTRO DI TITANI INTORNO AL BENE COMUNE

Ieri Valentino ha Parlato con il Saggio Eugenio, il quale domenica, dal pulpito della sua chiesa repubblicana degli onesti e degli austeri, ha dettato la linea politica a mezzo mondo. Solo l’imperialismo fiscale della Germania è stato risparmiato dall’uomo con la barba. Forse perché lo spread tra le sue velleità politiche e la reale dinamica sociale si manifesta nella sua abissale dimensione non appena il suo Verbo varca i confini del Bel Paese. Il che la dice lunga sullo stato della Nazione. Ma queste sono considerazioni che un disfattista del mio calibro affida con piacere ai benecomunisti.

Ritorniamo piuttosto a Parlato, e al suo serrato dialogo con Scalfari, le cui rampogne all’indirizzo della Camusso non sono andate giù a gran parte del «popolo di sinistra», già in grave ambascia per via del solito «bocca a bocca» col rospo di turno. «Non mi convince neppure l’affermazione che la flessibilità sia un bene: dipende da chi è costretto a piegare la schiena, a flettersi. E in queste nostre società che, quando non sono finanziarie, sono capitalistiche, di solito a flettersi sono i lavoratori (Professor Scalfari, ma l’eguaglianza dov’è?, Il Manifesto, 01 02 2012). Veniamo così a sapere da un “comunista” tutto d’un pezzo che nel XXI secolo corre una non lieve differenza fra «società finanziarie» e «società capitalistiche». Certo, lascia intendere il Nostro, entrambe le società sono diversamente deprecabili, per così dire; tuttavia non solo la differenza esiste, ma essa torna a vantaggio delle «società capitalistiche», le quali non hanno ancora perso il contatto con quel «lavoro reale» che, sebbene faticoso e gravato da non poche magagne esistenziali, conserva qualcosa di umano.

Con ciò Parlato non fa che adeguarsi alla nuova moda progressista del Finanzcapitalismo, insulsa ideologia che mette in un’assurda contrapposizione la cosiddetta «economia reale» con l’economia finanziarizzata, la quale, a quanto pare, avrebbe scoperto il segreto della mitica cornucopia. Questa lettura rovesciata del mondo non solo è del tutto infondata sul piano del secolare processo sociale capitalistico, ma si offre come formidabile strumento di lotta politica nello scontro tra le diverse fazioni della classe dominante. Lunedì scorso, nella trasmissione che Gad Lerner conduce su La7 (L’Infedele), era davvero spassoso sentir parlare personaggi come Asor Rosa, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, un economista «riformista» come Michele Salvati, un’attrice antiberlusconiana «senza se e senza ma» come Lella Costa e altri “rivoluzionari” dello stesso inusitato calibro contro il «capitalismo finanziario». «Dobbiamo abbattere il Capitalismo Finanziario!» E il povero Lenin ha dovuto sorbirsi la comica antifinanzcapitalista appeso a una scenografia dello studio televisivo. Nel finanzcapitalismo non si ha più rispetto nemmeno per le anime dei morti!

Ci sono o ci fanno? Non ci dormo la notte!

Un’eco della lotta interborghese naturalmente si trova anche nella critica di Parlato a Scalfari, sotto forma di perorazione della mitica patrimoniale. Se alla lotta all’evasione a «Cortina o nei locali della movida di Milano» non si accompagna «un’imposta patrimoniale», in modo «che anche i benestanti [paghino] qualcosa per temperare una crisi alla quale [hanno] contribuito», quella giusta lotta si risolve in una mera propaganda. Anche i ricchi piangano si conferma il massimo orizzonte “anticapitalistico” che un italico “comunista” riesce a concepire. In primo luogo i «benestanti» non hanno contribuito proprio a niente: la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale, e si dà alle spalle di tutti i «soggetti sociali»; in secondo luogo, posta la sua fattibilità politica e, soprattutto, la sua compatibilità con le esigenze dell’accumulazione capitalistica, non è affatto vero che la patrimoniale mitigherebbe i sacrifici delle classi subalterne, così come, in terzo luogo, è una colossale balla speculativa affermare che se tutti pagassero le tasse, tutti ne pagherebbero di meno. Semplicemente lo Stato drenerebbe più risorse, la cui gestione dipende, in ultima analisi, dai rapporti di forza che vengono a stabilirsi nel seno delle classi dominanti. Con le risorse supplementari strappate alla malvagia evasione fiscale il Leviatano può comprare biscotti per i bambini indigenti, se ritiene che una simile politica filantropica rafforza lo status quo; oppure può investirli nell’acquisto di sofisticati aerei di guerra. La dinamica del carico fiscale risponde a logiche radicate nella complessiva struttura sociale di questo Paese, e la stessa evasione fiscale non ne è che un’espressione. Credere e far credere alla gente che i cittadini possono «democraticamente» influenzare le scelte di fondo dello Stato, significa ingannare se stessi e gli altri. Di Parlato ci importa poco. Anzi nulla. È agli altri che pensiamo e parliamo, ad esempio commentando le parole dei giornalisti “comunisti”.

Ridiamogli quindi la parola: «Siamo realisti. Quello di Monti è un governo tecnico, ma niente affatto indipendente. C’è ancora una maggioranza parlamentare che, ove ci fosse un attacco ai ricchi, che in Italia ci sono e tanti, staccherebbe la spina». Insomma, al Nostro il governo dei tecnici potrebbe pure andar bene; è l’ipoteca berlusconiana che grava su di esso che non gli va giù. Il diversamente fascista Asor Rosa saprebbe come risolvere il problema: una bella squadraccia di poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, vigili del fuoco e quant’altro è possibile mobilitare, a sbarrare l’ingresso al Parlamento del «Partito dei Ricchi». Allora sì che si potrebbe varare una Patrimonialona! Naturalmente combinata con una rigorosa Tobin tax.

Non c’è proprio nulla di cui andare orgogliosi!

«Certo, con debito, globalizzazione e finanziarizzazione siamo in una situazione assai difficile e qualcuno deve pagare». È proprio questa logica del «qualcuno deve pagare» che le classi subalterne devono rifiutare, perché gira e rigira, al netto di misure demagogiche e populiste che hanno la sola funzione di oleare gli ingranaggi dei sacrifici, dal tavolo delle compatibilità economiche o delle finanziarie «alternative e progressiste» sono sempre i salariati ad alzarsi con le ossa rotte. Necessariamente. Se i lavoratori non conquistano il punto di vista del basta con i sacrifici (punto), e non escono fuori dalla logica del benecomunismo (il bene del Paese), come sempre saranno seviziati dalla crisi, le cui cause strutturali non sono «l’esplosione del debito e la finanziarizzazione», come credono Parlato e Scalfari, ma vanno ricercate nel modo di essere del Capitalismo sans phrase, ossia nella Civiltà basata sul massimo profitto. Naturalmente il decorso della crisi economica ha messo in luce tutte le contraddizioni strutturali del Sistema-Paese (gap Nord-Sud, spesa pubblica improduttiva, parassitismo sociale, arretratezza del Welfare, del mercato del lavoro e del sistema formativo, negativa dinamica demografica in rapporto alla spesa previdenziale, ecc., ecc.), per gestire le quali ci sarà bisogno di molte lacrime e di molto sangue. E anche di sindacati «non corporativi», ma responsabili e collaborativi, come la Fiom: «la Fiom – a mio parere – oggi è una forza della democrazia e non solo del sindacato». Qui Parlato ha perfettamente ragione. Si tratta di capire in quali rapporti stanno gli interessi dei lavoratori con la democrazia.

Pistola e spaghetto: il piatto perfetto!

«Scalfari conclude con una esortazione a smetterla con Bandiera rossa e a cantare la Marsigliese. Ma, rispettabilissimo Scalfari, in Italia, e soprattutto in questa fase di crisi, l’eguaglianza dov’è?» Ma rispettabilissimo “comunista”, può esserci «eguaglianza» nelle società che «quando non sono finanziarie, sono capitalistiche»? Personalmente quando sento parlare di «eguaglianza» gli statalisti, soprattutto quelli che “ai bei tempi” pregavano con la testa rivolta chi verso Mosca, chi verso Pechino, chi verso l’Avana, chi verso Tirana, non posso fare a meno di impugnare la pistola. Quella vera.

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