LE REGOLE DI CASA KENDELTHON

Gli amici del blog Scrittori precari hanno messo le mani sugli appunti di Malina Kendelthon, un’economista «scomparsa in circostanze misteriose», e hanno deciso di pubblicarli a puntate, sotto forma di dispense, perché «questi appunti sono a tutti gli effetti una sorta di ABC dell’economia». Iniziativa degna di molte lodi, soprattutto «in tempi così gonfiati di chiassosi contenuti da non saperci più raccapezzare», come scrivono giustamente gli autori della generosa operazione culturale. Pare che l’economista volesse dare al libro che da quegli appunti avrebbe dovuto prender corpo, il titolo di Le regole della casa. Il titolo a suo modo dice molto sulla concezione economico-sociale della Kendelthon.

Dice molto perché leggendo le quattro dispense pubblicate si ha l’impressione che l’autrice immerga concetti quali economia, sviluppo, sostenibilità, bisogno, crescita e via di seguito in un oceano concettuale astorico, nel quale il Capitalismo sembra avere i connotati di un regime sociale fuori del tempo, sebbene travagliato da molte vicissitudini che ne hanno modificato l’aspetto, e variegato dal punto di vista geoeconomico. La critica centrale che mi sento di muoverle è quella di assumere in modo acritico il punto di vista del pensiero economico progressista, ossia l’ideologia benecomunista del Capitalismo dal volto umano: un mostruoso ossimoro, oltre che un’orribile chimera. Non a caso il suo economista di riferimento mi sembra sia Amartya Sen.

Amartya Sen

Ecco una citazione del celebre economista indiano che si trova negli appunti: «Dare la massima priorità a fermare il calo del PIL o a ristabilire i mercati dei capitali non è adeguato ad ottenere una reale ripresa economica. Infine, il successo delle politiche a sostegno della ripresa economica deve essere giudicato in termini di inversione del crollo della qualità della vita. Quindi le politiche economiche a sostegno della ripresa devono essere giudicate in base al loro successo nel ricostruire – ed espandere – quelle che sono le reali libertà che la gente gradisce e che aiutano a vivere il tipo di vita che ritengono valga la pena vivere. Il PIL ed il mercato dei capitali hanno la loro importanza, ma solo come mezzi che ci possono aiutare a raggiungere il più profondo obiettivo di restaurare – e se possibile migliorare – le libertà reali della gente» (Storia delle Utopie Economiche nei mercati globali /3, 26 gennaio 2012).

La Kendelthon sembra condividere queste pie illusioni che sorgono sulla base di una completa incomprensione della natura del Capitalismo, da cogliersi piuttosto non solo nella sua ristretta dimensione economica, ma concepito come regime storico-sociale, come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, di uomini e cose, che plasma sempre di nuovo la nostra intera esistenza, sogni compresi. È, questo, il solo punto di vista – la prospettiva della totalità sociale – che a mio avviso consente di orientare l’analisi critica del meccanismo che produce su scala planetaria la ricchezza sociale nella sua odierna configurazione storica. Credere che nell’ambito del Capitalismo ci possano essere «libertà reali della gente» significa bestemmiare contro la realtà, la quale attesta l’assoluta illibertà degli individui, soggetti a potenze sociali ostili per ciò che riguarda l’essenziale della loro esistenza. Ma la psicoanalisi non ridotta a manuale di sopravvivenza permette di individuare la pervasività del Dominio persino nei dettagli, dove notoriamente ama nascondersi.

Ma la nostra economista non la pensava come il sottoscritto, come attesta quest’altra sua citazione: «Il diritto allo sviluppo è un diritto inalienabile dell’uomo in virtù del quale ogni essere umano e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare e di contribuire ad uno sviluppo economico, sociale, culturale, politico nel quale tutti i diritti dell’uomo e tutte le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati, e di beneficiare di questo sviluppo» (Declaration on the Right to Development, General Assembly Resolution 41/128, 4 December 1986).

Di che «sviluppo economico» si sta parlando? Di quello capitalistico, ovviamente. La Kendelthon recepisce senza fare una piega critica l’ideologia dominante dei cosiddetti «Diritti Umani», un altro orribile ossimoro, perché dove c’è Diritto, non può esserci Uomo, e viceversa (al massimo c’è il cittadino lavoratore-consumatore della società borghese: tutt’un’altra cosa!). Il suo orizzonte concettuale è tracciato da questa ideologia, che si limita a criticare i «lati cattivi» del Capitalismo, senza metterne minimamente in questione i presupposti storici e sociali, ossia i rapporti sociali che fanno dell’intero pianeta (a cominciare dagli individui che lo abitano) un’enorme occasione di profitti.

«L’economia dello sviluppo nasce nel secondo dopoguerra, caratterizzato dalla ricostruzione in Europa e dalla contrapposizione dei blocchi scaturiti dalla guerra fredda, mentre si avviava il processo di decolonizzazione e i nuovi stati rivendicavano una disciplina che si occupasse dei loro specifici problemi» (Storia delle Utopie Economiche nei mercati globali /4, 2 febbraio 2012). Pecco di presunzione se dico che la Kendelthon non sa di che parla? Pazienza, l’ho già scritto. Lo sviluppo, prim’ancora che un’ideologia, è una necessità immanente al concetto stesso di Capitale, il quale non conosce altro modo di esistere se non quello che lo obbliga con cieca necessità a svilupparsi sempre di nuovo, sul piano quantitativo come su quello qualitativo; a livello «strutturale» come a livello «sovrastrutturale» – una distinzione puramente formale, dal punto di vista che concepisce la società vigente come una compatta e disumana totalità esistenziale. La crescita economica, con tutte le sue ripercussioni sociali e ambientali, di breve, medio e lungo periodo, non è «un’aberrazione dell’ideologia capitalista», come sostengono «i teorici dello sviluppo sostenibile e il movimento per la decrescita», che la brava economista è lungi dal criticare, ma è la conseguenza naturale di questo modo sociale di produrre valore, e quindi di generare profitti.

«Secondo i teorici dello sviluppo sostenibile e il movimento per la decrescita, la crescita economica viene anche definita come un’aberrazione dell’ideologia capitalista che vede nella corsa all’accumulazione capitalista e alla produzione una finalità che trascura i limiti dello sviluppo dettati dalla povertà, dalla diffusione delle malattie e dal depauperamento continuo delle risorse del pianeta che prima o poi arriverebbero a intaccare il normale funzionamento dell’economia capitalistica, con un conseguente stallo generale del sistema» (Storia delle Utopie…). È almeno da un secolo che gli apocalittici e i neomalthusiani pronosticano l’imminente crollo del Capitalismo per consunzione interna, e ancora siamo qui a parlarne.

Padre Galimberti si spreme le meningi

Ho trovato tracce profonde di decrescismo sulla rivista ipercapitalistica D di Repubblica, in grazia della penna di padre Umberto Galimberti, il confessore dei disagiati sociali 2.0. Scrive una lettrice della sua interessante rubrica: «Per affrontare questa crisi e ripensare il sistema capitalistico basato sulla capacità di acquistare e consumare [questo mi tocca leggere dopo 114 pagine fitte di patinatissima pubblicità!]», dove la politica è asservita alla tecnica che a sua volta è asservita all’economia, basterebbe mettere il tema della sostenibilità ambientale al centro di tutto … Ovviamente numerosi saranno coloro che, leggendo questa lettera, la troveranno assurda, utopica, inapplicabile» (D, 28 gennaio 2012).

Galimberti naturalmente si precipita a rassicurare la lettrice socialmente disagiata: «La sua proposta non è né assurda né utopica, ma perfettamente in linea con la tesi di Emanuele Severino». Allora siamo a cavallo! E cosa sostiene il celebre filosofo? Ecco servita la catastrofica profezia: il Capitalismo «O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso, oppure si dà un fine diverso da quello che esso è, e anche in questo caso distrugge se stesso» (E. Severino, Il declino del capitalismo, Rizzoli, 1993). Padre Galimberti si rende conto che la profezia di Severino può inquietare la consumatrice progressista, e quindi confeziona in gran fretta l’alternativa da vendere al mercato della speranza: «Per uscire da questo dilemma, il capitalismo è costretto a chiedere aiuto alla tecnica, la sola in grado di assicurargli fonti di energia sempre meno inquinanti e distruttive, capaci di salvaguardare la Terra che è la base naturale della produzione economica … Il capitalismo non può evitare di entrare in collisione con la razionalità tecnica, di cui peraltro ha bisogno per salvaguardare la Terra che è la fonte del suo profitto. E se questo fosse il senso non ancora abbastanza evidente ed evidenziato della crisi che stiamo attraversando?» (Il dilemma del profitto). Due piccole obiezioni al sermone di Padre Galimberti: 1. non solo il Capitalismo non teme la razionalità tecnica, ma la sviluppa sempre di nuovo nella sua corsa iperscientifica al profitto; 2. la fonte del profitto per il Capitale non è la Terra, ma il lavoro salariato. È il lavoro salariato, infatti, che feconda di valore la tecnologia e le materie prime, le quali, senza la capacità lavorativa sfruttata nel processo di produzione del valore, per il Capitale non significano niente. Anzi, sarebbero un puro costo, e difatti giustamente l’ubriacone di Treviri coniò il concetto di «capitale costante» in riferimento all’investimento in macchinario, ricerca scientifica e materie prime.

Richard Branson, il capitalista verde

Tra l’altro, nel Capitalismo avanzato la politica degli alti standard di impatto ambientale e di sicurezza sul lavoro è diventata un formidabile strumento nella competizione globale tra le multinazionali, perché essa esige un rilevante investimento in tecnologie e modelli organizzativi adeguati al «Rispetto della Natura e del Lavoro».

A mio avviso «il senso della crisi che stiamo attraversando» non va cercato in qualche limite fisico (l’esaurimento delle vecchie risorse energetiche, l’inquinamento globale, ecc.) o tecnologico, ovvero in qualche difetto di razionalità politica nelle classi dirigenti nazionali e mondiali (con la solita demoniaca «destra liberista selvaggia» che vuole mandare all’inferno il Pianeta per mera brama di denaro); esso va individuato piuttosto nelle contraddizioni che si scatenano a livello del meccanismo che produce valore per mezzo dello sfruttamento del lavoro salariato. Quando il meccanismo dell’accumulazione basato sul lavoro si inceppa, entra in crisi anche la capacità degli Stati di finanziare i servizi sociali, perché nessun pasto è gratuito. Nel Capitalismo.

Concludo ritornando agli appunti della Kendelthon: «Il concetto di sviluppo meramente economico è stato da tempo superato, così come è stato superato l’approccio che vedeva nel semplice trasferimento di tecnologie e capitali nei paesi Poveri la chiave dello sviluppo. Oggi il concetto di sviluppo generalmente accettato è quello di sviluppo umano» (Storia delle Utopie… /3).

«Generalmente accettato» da chi? Certamente dagli Scienziati Economici, i quali celano nel concetto di «capitale umano» la disumana riduzione degli individui a mera risorsa economica, a tecnologia in rapida evoluzione, in modo da adeguarsi alle cangianti necessità della mostruosa creatura. Il minimo sindacale di un pensiero critico prevede la più radicale messa in questione dell’ideologia che informa la Scienza Economica dei nostri tempi.

Come tutti gli economisti progressisti che si rispettino, anche la Kendelthon pensava, con Padre Galimberti, che «un altro Capitalismo è possibile»: mi sembra che qui non ci sia nemmeno l’ombra dell’Utopia. C’è, invece, molta Chimera.

4 pensieri su “LE REGOLE DI CASA KENDELTHON

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