LE REGOLE DI CASA KENDELTHON /2

L’ultima delle cinque dispense pubblicate da Scrittori Precari che raccolgono, in modo sintetico, il pensiero economico di Malina Kendelthon purtroppo conferma largamente il giudizio negativo che mi sono permesso di dare nel precedente post (Le regole di casa Kendelthon). La sua adesione alla Scienza Economica dominante è confermata, tra l’altro, dal lusinghiero giudizio che tutte le volte che può lei dà delle Nazioni Unite. Ora, si dà il caso che esse non siano un club per benemeriti filantropi – ammesso che si possa dare della filantropia un simile benevolo giudizio –, e che, quando non funzionano come una macchina ideologica che produce olio lubrificante – soprattutto sotto forma di «Diritti Umani» – per i duri ingranaggi degli Stati, si limitano a registrare i rapporti di forza fra le potenze imperialistiche.

L’UOMO È STRANIERO SU QUESTA TERRA!

Evidentemente alla Kendelthon quell’olio piace. Ecco un esempio: «Le Nazioni Unite hanno ufficializzato un nuovo approccio ai problemi dello sviluppo, che finalmente abbandona la visione riduzionista economicista dell’aumento del reddito pro-capite, e ratifica la necessità della misurazione di variabili quali istruzione, sanità, diritti civili e politici» (Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /5, dal Blog di Scrittori Precari, 9 febbraio 2012). Come sempre la brava economista sorvola sulla natura sociale della comunità mondiale che oggi riempie di significato quell’istruzione, quella sanità, quei «diritti civili e politici». E perciò deve necessariamente leggere i processi sociali che rigano il pianeta in termini di scelte, di volontà e di visione. Che la «riduzione economicista» dell’esistenza (dis)umana sia, prim’ancora che una «visione», un fatto necessario sulla base del Capitalismo, soprattutto di quello altamente sviluppato dei nostri critici tempi, sembra sfuggirle, appare completamente al di là del suo orizzonte concettuale.

Non a caso la sua critica ad Amartya Sen si mostra del tutto inessenziale, superficiale, incapace di sfiorare, non dico toccare, la radice dei problemi che si aggrovigliano intorno alla prassi sociale degli individui, nei Paesi del «Primo Mondo» come in quelli del Quarto. «Nonostante l’amore profondo per le teorie dell’etica economica di A. Sen, personalmente serbo molteplici riserve connesse all’idea ottimistica di possibilità di sviluppo e crescita globale». Invece un pensiero autenticamente critico deve innanzitutto rigettare l’etica economica dell’economista indiano, la quale postula la possibilità di un Capitalismo dal volto umano che a me fa ancora più ribrezzo del «modello capitalistico» sostenuto dai «liberisti selvaggi», per il suo sovraccarico ideologico orientato in senso buonista. Che la libertà, l’umanità, l’autodeterminazione, la giustizia e quant’altro riempie le bocche e i libri degli economisti eticamente corretti siano, nell’ambito del Capitalismo, delle assolute menzogne rappresenta invece l’aspetto centrale della mia “etica economica”, e mi sembra che tanto l’attuale crisi economica, quanto i processi sociali che essa ha innescato, testimoniano a favore di questa etica radicale che non coltiva chimeriche illusioni.

L’«indicatore di sviluppo umano» proposto da Sen in alternativa al vecchio e rozzo PIL fa il paio con il concetto di «Capitale Umano», il quale dovrebbe esaltare la presenza dell’umano nei processi economici, mentre invece tradisce la condizione disumana degli individui, ridotti al rango di risorsa fisica e intellettuale da sfruttare nel modo più razionale ed efficiente possibile – proprio secondo il concetto di economia capitalistica. Più si tira in ballo la parola «uomo», e le altre a essa correlate, più ci si sottomette alla prassi necessariamente disumana del Capitale. D’altra parte, la stessa Kendelthon riconosce che «Il sistema sociale basato sullo scambio delle merci e sull’estrema differenziazione sociale è per sua natura indifferente a considerazioni etiche». Appunto. Il fatto è che il Male è molto più radicale di quanto lei sospetti, perché quel sistema sociale plasma l’intero spazio esistenziale degli individui, facendo della loro esistenza un’immensa occasione di profitto. Niente di metafisico (oppure sì?): il Male è il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che non permette all’umano di respirare. E questo fatto l’«indicatore di sviluppo umano» non può registrarlo…

Quanto debole sia, per usare un eufemismo (in fondo sto criticando nientemeno che un premio Nobel per l’economia: quale smisurata presunzione!), il pensiero economico-sociale di Sen lo testimonia la sua lettura delle ragioni della crisi economica internazionale. «Le ragioni stanno certo nella cattiva politica, nella mano libera consentita alla speculazione finanziaria, nell’eccesso di fiducia nella forza regolatrice del mercato, comprimendo o addirittura osteggiando il ruolo delle pubbliche istituzioni. Diciamo che la prima responsabilità è stata degli Stati Uniti, con la complicità ovviamente di tutti gli altri paesi più ricchi» (Intervista di Oreste Pivetta a Amartya Sen: La crisi economica globale? Colpa di liberismo e finanza. È tempo di giustizia e libertà, L’Unità, 25 maggio 2010). Che la crisi economica sia, in primo luogo, un fondamentale aspetto della prassi capitalistica che produce e distribuisce valore sfruttando scientificamente uomini e cose, e non un incidente, o un errore di valutazione imputabile alla politica, o la conseguenza di perfide ideologie liberiste-selvagge, ovvero il frutto di desideri irrazionali legati alla brama di facili profitti (d’altra parte, chi non brama facili profitti scagli la prima pietra!), deve necessariamente sfuggire all’economista progressista che pensa il Capitalismo dal volto umano come il migliore dei mondi possibili. Finanzcapitalismo e terzomondismo di ritorno: il piatto luogocomunista2.0 è bell’è servito. Personalmente lo trovo parecchio molesto al palato.

Ma ritorniamo alla nostra economista, anche se ho l’impressione di non essermene in realtà mai allontanato. Dal suo punto di vista antisviluppista, che assume l’esistenza del Capitalismo come un dato di fatto impossibile da mettere in questione alla radice, ma passibile tuttavia di “rivoluzionarie” riforme di struttura, la mia critica deve apparire certamente insensata. Per lei si tratta di addomesticare la Bestia, non di sopprimerla. Addomesticarla come? Con iniezioni di benecomunismo. E qui arriviamo al punto nodale, ossia al benecomunismo della Kendelthon, che avevo sospettato dalla lettura delle precedenti dispense.

«È incontestabile che alla ricchezza quantitativa dei beni privati corrisponda, oggi, la povertà qualitativa dei beni pubblici. Il consumatore opulento, il cui gusto esigente è visto come un incentivo alla gara per la produttività e l’efficienza, crede che la sua libertà sia esaltata in un mondo che non disponga di scuole, di ospedali, di sicurezza, di ambiente pulito, di servizi pubblici efficienti. Per questo vengono banditi tutti gli interventi che potrebbero lenire le condizioni di povertà nella supposizione che la semplice crescita quantitativa risolva le antinomie del moderno». A parte la caricatura del «consumatore opulento», individuato come la causa della miseria altrui (obesi a Occidente, scheletrici nel Quarto e Quinto Mondo!), secondo il noto stilema ideologico dei progressisti; c’è da dire che la quantità e la qualità dei cosiddetti «beni pubblici» non possono sottrarsi al calcolo della compatibilità economica generale, perché tutto ciò che ha un costo dipende, in ultima analisi, dall’accumulazione capitalistica, ossia dal reale processo di produzione del valore. Come ho scritto nella precedente puntata, nel Capitalismo nessun pasto è gratis. Svincolare la riflessione intorno ai «beni pubblici» da questo fondamentale aspetto della prassi sociale, significa non capire nulla del meccanismo economico-sociale basato sul profitto.

IL BENECOMUNISMO, MALATTIA SENILE DELLO STATALISMO

Com’è noto, i liberisti “selvaggi” teorizzano lo Stato minimo, e i benecomunisti invocano lo Stato massimo. Ma di che Stato stiamo parlando? Vuoi vedere che si tratta dello Stato capitalistico!

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One thought on “LE REGOLE DI CASA KENDELTHON /2

  1. “La Felicità Interna Lorda è più importante del Prodotto Interno Lordo”, disse negli anni ’70 Sua Maestà Jigme Singye Wangchuck, re del Bhutan. Purtroppo per i 100.000 profughi bhutanesi di etnia Lotshampa (da egli stesso espulsi dal Bhutan durante la pulizia etnica degli anni ’90), alla fine però qualcuno deve pagare il conto. Anche per la Felicità Interna Lorda del paese meno “materialista” del mondo…

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